Simone Weil, “Sulla Guerra”

Con i suoi scritti, la filosofa francese ha contribuito a fornire una visione contemporanea del conflitto.

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Simone Weil (1936).
Simone Weil (1936).

La guerra dei nostri giorni è estremamente vicina e lontana allo stesso tempo. È vicina, perché sappiamo essere a poche ore di distanza dalle nostre vite, ma è anche lontana, ben occultata nella nostra esperienza quotidiana. Ma la percepiamo sapendola oltre l’orizzonte, là dove sappiamo che il nostro sguardo non giunge, ma non la nostra mente. Grazie a questa separazione la percezione di impotenza raggiunge alti livelli. Percorrendo in senso inverso la strada della nostra conoscenza che genera l’impotenza, la prima e più importante azione che possiamo compiere è formulare un giudizio.

SIMONE WEIL – Qui, alcune riflessioni di una pensatrice appartenuta allo scorso secolo tornano incontrovertibilmente ad essere attuali. Questa pensatrice è Simone Weil, nata nel 1909 a Parigi e vissuta fino all’età di 34 anni. Un documentario di recente uscita l’ha definita con una lunga serie di appellativi, che lasciano intendere con quanta intesità questi 34 anni di vita siano stati vissuti. Simone è stata definita: filosofa, attivista politica, insegnante, operaia, giornalista, soldato, anarchica, mistica, ebrea, cattolica. Simone non rappresenta evidentemente un ideale monolitico di coerenza di pensiero e di azione. La sua forza sta al contrario nel potere dell’evoluzione e del movimento attraverso la vita e la storia. Semmai un indice di coerenza di Simone è stato l’aver voluto colmare quella distanza di cui attualmente si sente maggiormente il peso, fra realtà e conoscenza, informazione ed esperienza. Simone, che aveva come bussola la sua estrema sensibilità che non la lasciava indifferente alla sofferenza dei più deboli, aveva l’irrefrenabile istinto di “vivere sulla propria pelle” le situazioni di cui poi, lei come molti, avevano anche l’ardore di rendere oggetto di riflessione.

Simone scrive. E grazie alla lettura di una raccolta dei suoi scritti sulla guerra (intitolata appunto Sulla Guerra) è possibile conoscere l’evoluzione della sua posizione. Dal 1933 al 1943, anno della sua morte, Simone passa al vaglio diversi “tagli” di interpretazione, senza escluderne, in un certo momento, anche i risvolti pratici.

Simone Weil in Spagna, di ritorno dal fronte della guerra civile (1936).
Simone Weil in Spagna, di ritorno dal fronte della guerra civile (1936).

SULLA GUERRA – Un articolo del 1933, che apre la raccolta, è intitolato Sulla Guerra. È l’anno in cui l’Europa vede l’ascesa di Adolf Hitler. Con poche parole Simone Weil chiarisce la sua urgenza. La riflessione, intesa come analisi o autoanalisi in senso collettivo è il primo passo per difendersi dagli orrori della guerra. Non lasciarsi trovare impreparati e prendere una posizione. Una posizione da cui derivi l’azione del giudicare. Come sua abitudine Simone ripercorre la tradizione storica, andando in cerca di quegli elementi che si sarebbero cristallizzati attraverso il tempo e senza il chiaro riconoscimento dei quali non le sembra evidentemente possibile alcuna intepretazione della realtà. È così che mette in evidenza come l’eredità storica concorra a formare i movimenti storici successivi. Senza una cesura data dall’atto riflessivo capace di intepretare il presente per quello che è e di dare risposte pertinenti al tempo corrente, si aggira tale momento utilizzando concezioni semplicemente ereditate e non mediate o aggiornate. Così l’Internazionale con la firma di Marx invitava gli operai dei due Paesi in lotta a opporsi alla conquista del proprio paese. Perché dopo il 1792 la guerra era stata consacrata ad atto rivoluzionario, come un ricordo leggendario che echeggiava nel canto della Marsigliese. Per quanto riguarda Engels invece è l’obiettivo a determinare il giudizio su un conflitto, e quindi bisognava favorire il paese in cui il movimento operaio era più forte, a prescindere dal fatto che si trattasse di attacco o di difesa. Così Simone Weil inizia ad analizzare e identificare le diverse posizioni sulla guerra presenti nella tradizione marxista, ad evidenziare la loro non unitarietà e a esplicitare i diversi punti di vista da cui un conflitto può essere considerato. Per i mezzi o per i fini, o, considerando invece l’altra variabile, quella del nazismo tedesco, dalla necessità. È infatti l’unica via possibile, la guerra, per schiacciare il fascismo che si espande a macchia d’olio.

Per Simone Weil l’alternativa fra mezzi e fini come indice per valutare la guerra non è esaustiva. Scrive: “la guerra costituisce in ogni epoca una specie ben determinata di violenza, di cui bisogna studiare il meccanismo prima di forumlare un giudizio qualunque.” E ancora: “non si può risolvere il problema senza aver analizzato i rapporti sociali che essa implica in determinate condizioni tecniche, economiche e sociali.”

A Simone sembra chiaro che qualsiasi giudizio sulla guerra debba avere come presupposto una analisi. Tale analisi non può fondarsi né sulla considerazione dei mezzi né dei fini e perfino la necessità è un vincolo che, come dirà anni più tardi, è possibile e necessario spezzare. Il vincolo di necessità è già in queste pagine preso in considerazione, anche se non approfondito. Simone scrive: “Importa assai poco che la guerra sia difensiva o offensiva, imperialista o nazionale; ogni stato in guerra è costretto a usare questo metodo dal momento che il nemico lo usa”.

Lasciapassare per l'ingresso a Londra di Simone Weil (1943).
Lasciapassare per l’ingresso a Londra di Simone Weil (1943).

ANALISI DEL CONFLITTO – Poste queste basi, si può vedere come viene analizzato quindi il meccanismo sociale della guerra. Simone usa un richiamo alla teoria marxista. Scrive: “Marx ha mostrato con forza che il modo moderno della produzione si definisce attraverso la subordinazione dei lavoratori agli strumenti del lavoro, strumenti di cui dispongono coloro che non lavorano. Allo stesso modo, la guerra, si definisce attraverso la subordinazione dei combattenti ai mezzi di combattimento. La guerra di uno stato contro un altro stato si trasforma immediatamente in una guerra dell’apparato statale e militare contro il proprio esercito”.

Compiuto questo salto, è inevitabile conseguenza che l’analisi di un conflitto vada a sganciarsi dalla dinamica delle potenze nazionali in lotta fra loro, in un contesto in cui possono comportarsi secondo le regole della legge del più forte, come se fossero dei grandissimi individui composti di individui (e in cui questi individui, come abbiamo detto, sono poi o chiamati alla morte o destinati alla completa impotenza). Il pregio dell’analisi di Simone sta nell’aver rincondotto il momento della formazione di un giudizio al singolo cittadino, senza che qualsiasi altra necessità superiore possa far avanzare il momento del giudizio ad una sfera diversa, sia nel caso che si muoia, sai che si viva impotenti. Concludiamo: “il grande errore di quasi tutti gli studi relativi ai conflitti armati è quello di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre essa costituisce innanzitutto un fatto di politica interna, il più atroce di tutti.”

Sono romano di nascita ma portoghese d'adozione. Ho studiato Scienze Politiche e Filosofia. I miei campi di interesse sono l'Antropologia Filosofica e Culturale, la Filosofia Politica e la Filosofia Morale. Sono interessato particolarmente al pensiero di Aristotele, Spinoza, Simone Weil e Hannah Arendt. Sono fondatore di Bunte Kuh.

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