Rex Tillerson: identikit del (probabile) neo-Segretario di Stato USA

Chi è l'ex CEO di ExxonMobil, e cosa dovremmo aspettarci da un suo segretariato.

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Rex Tillerson alla conferenza Oil & Money a Londra, 7 ottobre 2015. (Ben Stansall/AFP/Getty Images)
Rex Tillerson alla conferenza Oil & Money a Londra, 7 ottobre 2015. (Ben Stansall/AFP/Getty Images)

Rex Tillerson, Presidente e CEO di ExxonMobil fino al mese scorso, è stato voluto dal neo-Presidente Donald Trump per andare a ricoprire la carica che fu di Hillary Clinton e John Kerry, infoltendo così la cerchia di nomi noti dell’economia in quello che sarà il nuovo Governo statunitense.

Il Segretario di Stato appuntato, preferito a Mitt Romney e David Petraeus, è un personaggio la cui storia è caratterizzata da una riuscitissima affermazione personale, nonché da amicizie importanti quanto spinose. Chi è Rex Tillerson, pezzo grosso dell’economia ma alla prima esperienza politica, e cosa ci si può aspettare da lui? Come si vedrà, la scelta di Trump risulta ovvia per quanto riguarda certi aspetti della sua politica, ma meno consona per altri.

Rex Tillerson al suo ingresso nella Eagle Scout Hall of Fame, 2 novembre 2009. (scoutingnewsroom.org)
Rex Tillerson al suo ingresso nella Eagle Scout Hall of Fame, 2 novembre 2009. (scoutingnewsroom.org)

UNA VITA DA BOY SCOUT (E DA DIRIGENTE) – Rex Wayne Tillerson nasce a Wichita Falls (Texas) il 23 marzo del 1952. Figlio di un dirigente dei Boy Scouts of America, si lega indissolubilmente a quell’associazione raggiungendo il grado più alto di Eagle Scout. Nel 1975 si laurea in Ingegneria Civile alla University of Texas, partecipando al contempo alle attività di celebri confraternite locali quali Alpha Phi OmegaLonghorn BandTejas Club. Nel 2006 viene premiato dalla stessa Università in qualità di Distinguished Engineering Graduate.

E distinguished risulta esserlo davvero, perché la carriera lo porta molto lontano. Sempre nel 1975, Rex Tillerson inizia a lavorare come ingegnere per Exxon, allora una delle Sette Sorelle che dominavano l’industria petrolifera mondiale. Già nel 1989, meno di quindici anni dopo, è general manager della divisione produttiva centrale americana. Nel 1995 diventa Presidente di due sussidiarie di Exxon, la filiale yemenita e Khorat Production, per poi ottenere ruoli di vice-presidenza in altre due corrispettive in Russia, Paese al quale rimarrà legato sia personalmente che economicamente.

Nel 1999 Exxon si fonde con Mobil – altra delle furono-Sette Sorelle – e, cinque anni dopo, Rex Tillerson è nominato Presidente e Direttore della neonata compagnia, ExxonMobil, oggi la più quotata azienda del mondo nel suo settore. Nel 2006 ottiene la carica di CEO, succedendo allo storico Lee Raymond. In questo periodo si vede protagonista di un braccio di ferro che lo vede uscire vincitore contro nientemeno che la famiglia Rockefeller, azionista di ExxonMobil. I Rockefeller, interessati a mantenere un sistema di checks and balances all’interno della dirigenza, sponsorizzarono la separazione dei ruoli di CEO e chairman. Tillerson, però, ebbe la meglio e la decisione della potente famiglia non fu appoggiata dal resto degli shareholders.

Tillerson si è recentemente dimesso da ogni ruolo presso ExxonMobil per evitare conflitti di interessi con la sua nuova carica pubblica. Ma l’astronomica “buonuscita” di 180 milioni di dollari che ha contrattato con la società non è certamente il miglior segnale per l’inizio di una carriera politica imparziale.

Oltre ai ruoli citati, Rex Tillerson ha ricoperto la carica di Presidente Nazionale dei Boy Scouts of America dal 2010 al 2012, permanendo successivamente come membro dell’executive board; qui ha avuto un certo peso nell’eliminazione del divieto per gli omosessuali dichiarati di unirsi ai Boy Scouts, decisione presa nel 2013. Inoltre, è membro di importanti think-tank statunitensi, quali il Center for Strategic and International Studies, il Business Council, la Business Roundtable e l’American Petroleum Institute.

Forbes, nel 2016, lo indica come la 24esima persona più potente del mondo.

Igor Sechin, Vladimir Putin e Rex Tillerson celebrano la firma dell'accordo ExxonMobil-Rosneft per il Mar Nero, giugno 2012. (RIA-Novosti/AP)
Igor Sechin, Vladimir Putin e Rex Tillerson celebrano la firma dell’accordo ExxonMobil-Rosneft per il Mar Nero, giugno 2012. (RIA-Novosti/AP)

DALLA RUSSIA CON AMORE – Particolarità di Tillerson, fortemente sottolineata dai media in questo periodo, è il suo stretto rapporto con la Federazione Russa. Il Segretario di Stato appuntato coltiva infatti relazioni privilegiate con Vladimir Putin già dai tempi della Russia post-sovietica di Boris Yeltsin. È ormai frase nota la definizione che di lui ha dato John Hamre (Presidente del citato CSIS), descrivendolo come “l’americano che ha probabilmente trascorso più tempo con Vladimir Putin, escluso Henry Kissinger”. Putin stesso, nel 2013, l’ha insignito dell’Ordine dell’Amicizia, onorificenza nazionale, assieme al CEO di ENI Claudio Descalzi.

Altra relazione significativa è la sua personale amicizia con Igor Sechin, definito come “il secondo uomo più potente di Russia”. Sechin è leader della lobby Silovik, che comprende i politici provenienti dagli ex servizi militari e di sicurezza dell’Unione Sovietica; ma, soprattutto, è chairman e CEO di Rosneft, la più grande compagnia petrolifera della Federazione. Rosneft ha accordi importanti con l’ExxonMobil di Tillerson, i più recenti dei quali consistono nella trivellazione a scopo estrattivo di diverse aree nel Mare di Kara, nel Circolo Polare Artico. In cambio del partenariato in questa operazione, Rosneft ha acquisito diritti sulle operazioni petrolifere in Texas e nel Golfo del Messico. Altra joint venture Rosneft-ExxonMobil prevede lo sfruttamento delle risorse petrolifere nel Mar Nero, nei pressi di Tuapse. Tali accordi, entrambi datati 2011, muovono somme che si attestano sui 300 miliardi di dollari ed aiutano a comprendere perché Rex Tillerson sia uno dei più fermi oppositori delle sanzioni economiche alla Russia; posizione che, con ogni probabilità, continuerà a sostenere ricoprendo quella che sarebbe la sua prima carica pubblica, nonostante le parole di rassicurante neutralità nei confronti della Russia pronunciate pochi giorni fa di fronte al Senato. Nel corso del confirmation hearing di Tillerson dell’11 gennaio, infatti, il Senatore repubblicano Marco Rubio ha incalzato Tillerson sui temi dell’espansionismo di Putin e degli hacker russi, trovando risposte vaghe che paiono più che altro volte ad accontentare il Senato fino all’avvenuta nomina.

Inoltre è enigmatico, anche se ufficialmente privo di illeciti, il suo ruolo di dirigente in una compagnia offshore russo-americana basata nel paradiso fiscale delle Bahamas.

Tillerson presenzia all'inaugurazione della venture Qatargas 2, della quale ExxonMobil possiede una percentuale, aprile 2009. (Maneesh Bakshi/AP)
Tillerson presenzia all’inaugurazione della venture Qatargas 2, della quale ExxonMobil possiede una percentuale, aprile 2009. (Maneesh Bakshi/AP)

IL MEDIO E L’ESTREMO ORIENTE – Come qualsiasi businessman del suo settore, Tillerson ha dei rapporti ben definiti con il Medio Oriente. Nel 2011, ExxonMobil ha firmato un accordo con il Kurdistan iracheno per lo sviluppo di campi di estrazione nella regione. Tale accordo è ritenuto illegale dal governo iracheno, il quale – come il resto della comunità internazionale – non riconosce il Kurdistan come Stato indipendente e pertanto esclude che quest’ultimo possa firmare accordi internazionali. C’è da aspettarsi che Tillerson, nelle vesti di Secretary of State, spinga per invertire la rotta, alimentando il supporto alle fazioni curde che, da parte statunitense, già esiste in funzione anti-russa in Siria. Che tuttavia la funzione anti-russa permanga, e in che misura, rimane chiaramente da vedere.

Vanno inoltre sottolineati i grandi interessi di ExxonMobil in Arabia Saudita, Qatar, Yemen ed Emirati Arabi Uniti, Paesi in cui l’ex azienda di Rex Tillerson possiede importanti risorse territoriali e non, e coi quali inevitabilmente rimane uno stretto legame. Tillerson si è già, nei giorni scorsi, sbilanciato sul tema della guerra civile dello Yemen: il conflitto ha scatenato in più di un’occasione reazioni su quelli che sono stati definiti crimini di guerra, compiuti dai Sauditi sganciando bombe a grappolo sui civili. Nel corso del suo confirmation hearing, egli ha annunciato che la soluzione del problema sia fornire indicazioni di targeting intelligence più precise all’Arabia Saudita, in modo da “minimizzare i danni collaterali”. L’ex CEO non ha voluto rispondere riguardo l’uso da parte saudita delle bombe a grappolo, vietate dal 2010 da una Convenzione ONU (non ratificata, peraltro, né dagli Stati Uniti né dall’Arabia Saudita).

Da non trascurare, comunque, il recente clima di ‘”inimicizia economica” fra lo stesso Tillerson ed i grandi produttori di petrolio dell’OPEC. ExxonMobil, come altri, soffre la politica al ribasso delle compagnie energetiche arabe, tendenza dominante che negli ultimi anni ha visto dimezzarsi il costo del petrolio, allo scopo di mandare fuori mercato i concorrenti che propongono prezzi maggiori. Tali ribassi sono generalmente giustificati dalla carenza di materia prima e da ragioni di insostenibilità economica. Tillerson ha recentemente attaccato il Ministero dell’Energia saudita, difendendo la stabilità del settore americano, definendo i recenti calcoli errati ed affermando la necessità di investire di più.

Che tali discordie economiche possano trasformarsi in azioni politiche più consistenti, comunque, sarebbe opinione azzardata: come ha affermato Robert Jordan, ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita, i produttori petroliferi dell’area si stanno avvicinando ad Israele in funzione anti-iraniana. Questo stato di cose, oltre alle valutazioni di carattere strettamente economico, dovrebbe rendere meno spinoso il rapporto fra Tillerson e Paesi arabi nel contesto della tradizionale politica pro-israeliana degli Stati Uniti.

Un rapporto ancora più ad Oriente, invece, si è recentemente incrinato con l’attacco di Tillerson verso la Cina, anch’esso emerso durante il confirmation hearing al Senato. Il Segretario nominato, infatti, ha contestato Pechino e la sua politica di costruzione di isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale, che va avanti da tempo. Tali isole servono, in ottica geopolitica, ad ampliare il dominio territoriale cinese in una porzione di Oceano Pacifico importantissima per i traffici marittimi di molti Paesi asiatici, in particolare produttori ed esportatori quali Taiwan, Singapore e Malesia. All’interno del Mar Cinese Meridionale vi è un buon numero di isole contestate fra una nazione e l’altra, poiché il controllo territoriale di queste acque sarebbe importantissimo a fini economici. In quest’occasione, Tillerson ha paragonato l’espansionismo cinese alla “presa russa della Crimea”, affermando che “alla Cina dovrebbe essere negato l’accesso a tali isole [artificiali]”. Quella che è stata giudicata, dai media americani, come una presa di posizione per mostrarsi forte e preparato di fronte al Senato non ha tardato a scatenare reazioni di estrema tensione da parte cinese. Il Global Times ha attaccato di rimando Tillerson, affermando che “qualsiasi tentativo di interferenza” in tal senso porterebbe a “un devastante scontro militare”.

Tillerson alla World Gas Conference di Parigi, 2015. (Romuald Meigneux/SIPA)
Tillerson alla World Gas Conference di Parigi, 2015. (Romuald Meigneux/SIPA)

VERSO IL PACIFICO, MA CONTRO KYOTO – Negli ultimi giorni, un altro degli argomenti più calcati contro la nomina di Rex Tillerson è la sua posizione controversa sul tema del riscaldamento globale e delle misure atte a prevenirlo. È solo nel 2010 che Tillerson ha assunto toni leggermente più accondiscendenti sulla questione, riconoscendo l’influenza umana sul clima ma affermando che non sia chiaro “in quale misura, né cosa si possa fare a riguardo”. Ad ogni modo, ExxonMobil ha recentemente cambiato la sua opinione dichiarandosi favorevole ad una possibile carbon tax.

L’anno scorso, l’ex CEO – assieme allo stesso Trump, coinvolto nell’inchiesta – è stato indagato dal procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, per aver diffuso dati falsi sull’impatto climatico, che avrebbero ingannato legislatori ed investitori. Pochi mesi fa, Tillerson ha dichiarato che “il mondo continuerà ad usare combustibili fossili, che piaccia o meno”; ancora, più di recente, ha affermato che “per il 2040 al mondo servirà cinque volte il petrolio [contenuto nelle riserve] dell’Arabia Saudita”. Gli scenari prospettati in queste dichiarazioni, secondo quanto interpretano i media, sarebbero volti a fare resistenza passiva e condurre al fallimento accordi ambientali internazionali come quello di Parigi. Questa posizione di “negazionismo climatico” è condivisa da Trump, che pur sembra essersi recentemente ammorbidito su tale, impopolare tema allo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica sulla sua presidenza. Con la nomina di Tillerson, comunque, c’è da aspettarsi un sostanzioso passo indietro nella ratifica e attuazione dei trattati ambientali.

A proposito di trattati, è impossibile non citare il pieno supporto di Rex Tillerson alla TPP (Trans-Pacific Partnership), proposta di accordo internazionale omologa della TTIP euro-americana: l’accordo prevede una sostanziale riduzione delle tariffe internazionali fra gli Stati Uniti ed alcuni Paesi asiatici (Cina esclusa), allo scopo di creare una nuova zona economica preferenziale. Se è di per sé normalissimo che un businessman del suo calibro, ex CEO di una multinazionale si dichiari favorevole ad un accordo del genere, va sottolineato il dissenso a riguardo di Trump, il quale ha precedentemente affermato che avrebbe posto fine alle trattative per il TPP nel corso del suo primo giorno di presidenza, nell’ambito della sua politica pseudo-protezionistica.

MA PRIMA DI TUTTO, UNO SGUARDO A CASA – C’è da chiedersi – e solo il tempo fornirà le risposte adeguate – se un Rex Tillerson in queste nuove vesti tenderebbe ad agire come Secretary of State per gli Stati Uniti d’America o per ExxonMobil. Il severance package di 180 milioni che gli sarà fornito dalla società è una somma importante, che metterebbe a rischio l’imparzialità di chiunque nel suo ruolo. Una simile ipotesi appare dietrologica ma, come mostrano documenti diplomatici di recente scoperta – alcuni acquisiti da WikiLeaks, altri desecretati attraverso il Freedom of Information Act – pare che ExxonMobil, con Tillerson a capo, abbia spesso chiesto l’aiuto della Segreteria di Stato, al tempo di Hillary Clinton, per sbloccare trattative estere rimaste stagnanti in Germania, Russia ed Indonesia. Perdipiù, è impossibile rinnegare i contatti sociali ed economici di una vita dalla sera alla mattina. Cosa aspettarsi, quindi? Tillerson ha presentato, lo scorso 3 gennaio, una lettera di “impegno etico” con la quale afferma che “non parteciperà personalmente, salvo autorizzato” a questioni nelle quali ExxonMobil sia una parte nota, per il periodo di un anno. Decisamente poco se si considera che il Segretariato ne dura quattro, fatto salvo un secondo mandato.

Ma c’è anzitutto da sincerarsi che Tillerson sia realmente confermato per la carica dal Senato statunitense. Come già accennato Marco Rubio, mai in buoni rapporti con Trump, sta cercando di sfruttare la sua presenza al Senate Committee on Foreign Relations – che conduce il confirmation hearing per i Segretari di Stato – per affondare Tillerson o, quantomeno, far credere di poterlo fare e rafforzare la propria posizione politica. Va sottolineato come la nomina del businessman non vada a genio anche ad altri all’interno del Partito Repubblicano, e che non ci sia motivo di ritenere che questa venga sostenuta dai Democratici, il cui ostracismo è dichiarato.

La bocciatura al Senato dei membri del gabinetto nominati dal Presidente è ad ogni modo un fatto estremamente raro e mai avvenuto per i nominati a Segretario di Stato, terza carica più alta del Governo federale. L’esito atipico di queste elezioni, comunque, mette in discussione più certezze del solito e non è detto che il piccolo vantaggio previsto possa bastare a Tillerson. Un’alternativa per Trump – già esperita da altri in passato – potrebbe essere la ricerca last-minute di un candidato meno controverso, qualora le prospettive fossero delle peggiori. Ma, per il Trump che è giunto fino a questo punto, il dietrofront sembra non essere mai un’opzione.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore di Bunte Kuh, scrivo anche per ilMegliodiInternet.it e per theWise Magazine, di cui sono responsabile tecnico.

1 COMMENTO

  1. […] Da domani, però, la Turchia potrebbe diventare un baluardo di speranza per una certa parte dell’opinione pubblica italiana: il governo sarebbe eletto dal popolo. Verrebbero aboliti il Primo ministro e il Consiglio dei Ministri e i poteri dell’esecutivo passerebbero al Presidente della Repubblica (cioè Erdogan). L’ufficio di Presidente è già eletto dal popolo, ma la Costituzione garantisce poteri limitati. Non che Erdogan lo abbia mai visto come un problema per superarli. Come negli Stati Uniti, il Presidente avrebbe il mandato popolare per formare il suo governo e potrebbe nominare i ministri a suo piacimento. C’è una differenza con la superpotenza: i ministri sarebbero nominati e revocati dal Presidente senza alcun intervento del Parlamento, mentre negli Stati Uniti il Senato deve confermare le nomine governative, come si è visto con la nomina di Rex Tillerson. […]

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