Manus Island: il “Cie” australiano contro i diritti umani

La vita dei rifugiati in cerca d'asilo, fra gli abusi di un centro di detenzione che tarda a chiudere.

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Il Manus Regional Processing Centre. (Vlad Sokhin/Panos Pictures)

Su Manus Island, in Papua Nuova Guinea, sorge un centro di detenzione per migranti gestito dallo Stato australiano. Chiuso nel 2008 e riaperto nel 2012, è spesso stato al centro di proteste per il trattamento dei detenuti, che include casi di violenza e negligenza da parte delle forze di sicurezza. La Corte Suprema della Papua Nuova Guinea ne ha decretato l’illegalità e invocato la chiusura, ma ciò non è ancora avvenuto: al momento conta fra i suoi ospiti forzati quasi 900 persone.

LA MV TAMPA E LA “SOLUZIONE” PER IL PACIFICO – Il Manus Regional Processing Centre fu costruito nel 2001 nell’ambito dell’operazione Pacific Solution del Governo australiano. La strategia, abbandonata nel 2007 ma ora nuovamente in vigore sotto altro nome, consiste nella deportazione di migranti e richiedenti asilo nei cosiddetti offshore processing centres (OPC) – anziché sulla terraferma australiana – allo scopo di identificazione, detenzione ed eventuale espulsione. La scelta fu presa in seguito al cosiddetto “scandalo della Tampa“, incidente diplomatico fra Australia e Norvegia.

Nell’agosto del 2001, la nave norvegese MV Tampa portava a bordo 438 profughi afghani salvati da un naufragio al largo di Christmas Island, territorio australiano nell’Oceano Indiano. Il capitano Arne Rinnan si vide negato l’attracco sull’isola dalle autorità, che minacciarono di arrestarlo per traffico di esseri umani. Gli fu indicato un porto di approdo in Indonesia, ma la Tampa – omologata per il suo equipaggio di 27 persone – non ci sarebbe mai potuta arrivare con quel numero di passeggeri, per di più affamati ed in gravi condizioni.

Dopo tre giorni di empasse, Rinnan si stancò della situazione e procedette ugualmente verso Christmas Island, sentendosi giustificato dalla crisi umanitaria. Ma fu allora che le autorità australiane fecero entrare in gioco i SASR (le forze speciali dell’esercito) per bloccare la Tampa. La stessa notte, il Governo australiano propose una legge d’emergenza (Border Protection Bill 2001) che prevedeva l’uso della forza in casi simili. L’intera situazione provocò la reazione del Governo norvegese e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), il quale ritenne che l’Australia stesse contravvenendo al diritto internazionale.

I migranti furono infine condotti al centro di detenzione di Nauru con una nave militare australiana, ed il Governo iniziò a muoversi per creare la Pacific Solution.

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La sobria campagna anti-immigrazione del Governo australiano, contestuale all’operazione Sovereign Borders.

IL MANUS REGIONAL PROCESSING CENTRE – È in questo contesto che, tre mesi dopo, vengono costruiti centri di detenzione offshore come quello di Manus Island, secondo più grande per capienza. L’isola è territorio della Papua Nuova Guinea, ma l’Australia ottenne l’autorizzazione alla costruzione dell’OPC. Al centro furono via, via condotti i richiedenti asilo giunti via mare e senza visto per l’Australia. Lì si procedeva poi a verificare la loro identità ed elaborare la loro richiesta d’asilo. Il Manus Regional Processing Centre fu chiuso nel 2008 dal nuovo Governo laburista di Kevin Rudd, che ne fece parte del suo programma elettorale.

Ma i recenti ed imponenti flussi migratori hanno convinto l’Australia a riaprire l’OPC nel 2012, nell’ambito – stavolta – di quella che poi sarà la controversa operazione Sovereign Borders. La gestione del centro di Manus Island fu affidata alle società Transfield (oggi Broadspectrum) e Wilson Security. Da allora l’isola non ha mancato di tornare tema delle cronache australiane, invariabilmente in negativo.

PRIGIONIA, ABUSI E MORTE – Per molti rifugiati, quella che dovrebbe essere una sistemazione provvisoria si è trasformata in una vera e propria prigionia. Nonostante le promesse del Governo australiano, l’elaborazione delle richieste è estremamente lenta, tanto che un buon numero di migranti è stato “residente” a Manus Island per addirittura due anni. La continuata situazione di prigionia e – a quanto si dice – abusi fisici e mentali ha portato l’88% dei detenuti a soffrire di disturbi d’ansia e da stress post-traumatico. Ciò ha condotto ad una rivolta nel 2014: in quell’occasione Reza Barati, un 23enne iraniano richiedente asilo, fu ucciso dalla sicurezza del centro; altri 62 rifugiati rimasero feriti. Due papuani furono processati e condannati per omicidio.

Purtroppo non si è trattato di un caso isolato: pochi mesi dopo un altro iraniano, il 24enne Hamid Khazaei, muore a causa di una “rara infezione”. Sembra che la mancanza di tempestività, ed un viaggio di tre giorni per poterlo trattare in ospedale a Brisbane, gli siano stati fatali.

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Giovani rifugiati guardano i giornalisti attraverso i recinti di Manus, 21 marzo 2014. (Reuters)

Ancora diverso il caso del 27enne sudanese Faysal Ahmed, deceduto nel dicembre 2016 a causa delle mancate cure mediche. Il giornalista iraniano Behrouz Boochani – anch’egli detenuto da tre anni a Manus Island – afferma che le condizioni di Ahmed fossero note da mesi, nonostante le autorità avessero riferito di un episodio improvviso. La morte di Ahmed ha condotto ad un’altra rivolta, con la quale i detenuti hanno provvisoriamente preso il controllo del centro allo scopo di ottenere risposte sul misfatto.

Sempre nel dicembre del 2016, vi fu l’eccessiva reazione della polizia locale verso due iraniani ubriachi, che finirono malmenati; ciò sollevò domande da parte australiana sui relativi standard papuani. Nell’occasione Ron Knight, parlamentare e viceministro in Papua Nuova Guinea, affermò che “mantenere l’ordine” implica talvolta “essere brutali”. In ogni caso, sembra che a Manus le forze di sicurezza si sentano al di sopra di qualsiasi giurisdizione: “Sarah”, papuana che lì ha lavorato per Transfield, afferma di essere stata drogata e violentata in gruppo da membri della Wilson Security, con il successivo insabbiamento da parte della stessa Transfield.

Non aiuta certamente il Border Force Act in vigore in Australia dal luglio 2015. La legge impone la non diffusione di “informazioni protette” riguardanti le misure anti immigrazione e le richieste d’asilo, e ha reso di fatto illegale la denuncia di abusi all’interno di questo ed altri centri. Ciò ha ovviamente provocato reazioni da parte dei lavoratori di Manus Island.

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I due rifugiati iraniani – identificati come Mehdi e Mohammad – malmenati dalla polizia locale lo scorso 24 dicembre. (Sidney Morning Herald)

UNA CHIUSURA CHE TARDA AD ARRIVARE – Nell’aprile 2016, la Corte Suprema della Papua Nuova Guinea dichiarò “illegale” il Manus Regional Processing Centre, affermando che infrangesse il diritto alla libertà personale sancito in Costituzione.

In agosto i due Paesi hanno negoziato e decretato la prossima chiusura del centro, per la quale però non esiste ancora una data precisa. L’unica certezza sta, nelle parole del Ministro dell’Immigrazione Peter Dutton, nel fatto che a nessuno dei detenuti sarà consentito l’accesso sul continente.

A prescindere dal destino di Manus Island, l’Australia dispone di altri dodici centri di detenzione per migranti, sia offshore che sul continente, nei quali la situazione non sembra migliore: i Nauru files, ad esempio, hanno rivelato casi di abusi e violenze su donne e minori nel Nauru Regional Processing Centre, il “fratello minore” di Manus.

Il Paese, in tutto ciò, sembra voler proseguire la sua controversa politica anti immigrazione, nata con Pacific Solution e proseguita con Sovereign Borders, tra le proteste di parte dell’opinione pubblica e delle organizzazioni per i diritti dei rifugiati.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore di Bunte Kuh, scrivo anche per ilMegliodiInternet.it e per theWise Magazine, di cui sono responsabile tecnico.

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