Simone Weil – Il potere delle parole e la guerra di Troia

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Vittime della guerra civile spagnola

In un precedente articolo abbiamo visto alcune riflessioni sulla la guerra di Simone Weil, filosofa, saggista e attivista vissuta nello scorso secolo. Lo abbiamo fatto iniziando da un saggio, contenuto nella raccolta “Sulla Guerra”, del 1933. L’analisi compiuta da Simone non è mai definitiva ma in costante evoluzione ed in ogni saggio si rintracciano degli elementi che, negli anni, vengono approfonditi o rivisti. Il punto di forza di queste analisi emerge nella loro visione d’insieme. Questa volta abbiamo preso in considerazione un saggio del 1937, intitolato Non ricominciamo la guerra di Troia, così da vedere come un punto di vista sempre critico come quello di Simone si evolva in rapporto al dramma che qualunque conflitto costituisce.

1937 – La guerra civile spagnola miete vittime e cattura l’attenzione della filosofa che per un periodo, nel 1936, vi partecipa da soldato schierata con la Resistenza, toccando con mano propria gli orrori del conflitto. Compare nel pensiero di Simone l’idea del compromesso. Se nel 1933 il conflitto era visto come un fatto che prima di ogni altra cosa subordinava i soldati all’ organizzazione statale che aveva ed esercitava il potere di mandarli verso morte sicura e che questo tipo di conflitto interno dovesse avere già un’attenzione primaria come fatto di indiscutibile orrore, ora Simone sembra inizialmente considerare che il conflitto faccia parte delle vicende umane, e che un confronto sia necessario.

Ma è il conflitto, e la storia stessa, ad offrire all’attenzione acuta di Simone una chiave di interpretazione che le consente di metterne in evidenza l’incoerenza e di anteporre al compromesso una semplice quanto efficace condizione: il compromesso non è tale se non vi è una misura comune, se non sono rese esplicite le reali condizioni per cui si affronta un conflitto, se non c’è intendimento sul reale obiettivo del conflitto. Tutto questo, dice Simone, è subordinato al potere delle parole.

Scrive Simone: “Quando c’è una lotta riguardo a un obiettivo ben definito, ognuno può valutare questo obiettivo e insieme i costi probabili della lotta, decidere fino a che punto varrà la pena di sforzarsi; in generale, non è nemmeno difficile trovare un compromesso preferibile per ognuna delle parti in causa. Ma quando una lotta non ha obiettivo, non c’è più misura comune, non c’è equilibrio, proporzione, confronto possibile. L’importanza della battaglia si misura unicamente in base ai sacrifici che esige. E poiché, in conseguenza di questo fatto, i sacrifici già compiuti richiedono continuamente nuovi sacrifici, non ci sarebbe alcuna ragione di cessare di uccidere e morire, se non perché, fortunatamente, le forze umane finiscono col trovare il loro limite. Questo paradosso è così violento che sfugge all’analisi”.

Simone Weil

LA GUERRA DI TROIA – Simone ricorre ad un episodio mitico-storico per rendere esplicita la sua visione. La guerra di Troia, durante la quale per dieci anni greci e troiani lottarono a causa di Elena. Evidentemente, Elena costituiva solo il simbolo del vero obiettivo. Allo stesso modo, scrive Simone, “per i nostri contemporanei il ruolo di Elena è svolto da parole adorne di maiuscole. […] Le parole che hanno un contenuto e un senso non sono omicide. Ma si mettano le maiuscole a parole vuote di significato e, per poco che le circostanze spingano in questa direzione, gli uomini verseranno fiumi di sangue senza poter mai ottenere effettivamente qualche cosa che a queste parole corrisponda; niente di reale potrà mai corrispondere, perché non vogliono dire niente. Il successo si definisce allora esclusivamente attraverso l’annientamento dei gruppi umani che sostengono parole nemiche.”

E’ il potere delle parole quindi a svolgere un ruolo di fondamentale importanza nel momento della costituzione di un conflitto, e per potere delle parole Simone lascia intendere che è la chiara e precisa definizione degli obiettivi, degli interessi reali e degli intenti effettivi, che consentirebbe ad ogni parte in causa nel conflitto di operare delle scelte, valutare costi e benefici di un eventuale conflitto, avere quindi la possibilità di evitarlo o di sopportarne i sacrifici che implica. Le parole prive di senso a cui viene assegnata la maiuscola sarebbero quindi delle bandiere vane, incapaci di sorreggere il peso devastante di un conflitto perché sconnesse dalla realtà, ed essendo quindi responsabili di consegnare la dinamica del conflitto ad un livello di scontro vano e privo di qualunque senso.

Vittime della guerra civile spagnola

INTERESSE NAZIONALE, DITTATURA E DEMOCRAZIA – Simone produce alcuni esempi. Ne riportiamo due, quelli che sembrano essere i più radicali. L’interesse nazionale è una di queste parole dotate di un potere così persuasivo ma che a ben guardare non rivela immediatamente il suo più profondo significato. Anatole France diceva “si crede di morire per la patria; si muore per gli industriali”. Simone continua: “L’interesse nazionale non può essere definito né da un interesse comune delle grandi imprese industriali, commerciali o bancarie di un paese perché questo interesse comune non esiste; né dalla vita, dalla libertà e dal benessere dei cittadini, perché li si implora di sacrificare il loro benessere, la loro libertà e la loro vita all’ interesse nazionale. Se si esamina la storia moderna la conclusione è che l’interesse nazionale è, rispetto ad ogni Stato, la capacità di fare la guerra.” E ancora, la sicurezza nazionale “è una condizione chimerica in cui un paese conserverebbe la possibilità di fare la guerra privandone tutti gli altri”.

Allo stesso modo, alla base di molti conflitti c’è l’opposizione fra dittatura e democrazia. Per Simone questa opposizione è “assimilabile a quella tra ordine e libertà, ed è un’opposizione autentica. Tuttavia, perde il suo significato qualora si consideri ogni termine come un’entità invece di prenderlo come un punto di riferimento che permetta di misurare le caratteristiche di una struttura sociale”.

E’ la resistenza del pensiero di Simone ad accettare come dato necessario la morte e la sofferenza che costituisce il fil rouge del suo percorso. Sue sono le parole: “chiarire le nozioni, screditare le parole intrinsecamente vuote,definire l’uso delle altre attraverso analisi precise, ecco un lavoro che potrebbe preservare delle vite umane.”

Sono romano di nascita ma portoghese d'adozione. Ho studiato Scienze Politiche e Filosofia. I miei campi di interesse sono l'Antropologia Filosofica e Culturale, la Filosofia Politica e la Filosofia Morale. Sono interessato particolarmente al pensiero di Aristotele, Spinoza, Simone Weil e Hannah Arendt. Sono fondatore di Bunte Kuh.

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