Marat e la nascita del populismo

Il populismo, di recente tornato prepotentemente in auge, fa risalire le sue origini addirittura alla Rivoluzione Francese, con le attività di Marat e soci.

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Jacques-Louis David, "Morte di Marat" (1793).

Trump alla guida degli Stati Uniti, Farage e il suo UKIP che hanno reso possibile la Brexit, Le Pen sempre più avanti nei sondaggi in Francia – tanto che in molti la vedono probabile vincitrice al primo turno – e infine Grillo con il suo Movimento sempre più in ascesa nella scena politica italiana. I loro successi hanno manifestato in maniera chiara ed evidente come il populismo si sia ormai imposto nella scena politica mondiale. Ma dove e quando nasce il populismo? Se ne possono far risalire le origini fino alla Rivoluzione Francese, alle attività di Jean-Paul Marat.

IL CLUB DEI CORDIGLIERI – Sebbene questo modo di fare politica prenda il nome dal “movimento populista” che si sviluppò in Russia tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, le sue radici affondano nella Francia rivoluzionaria, legata all’epopea di un club giacobino, inizialmente minoritario ma che arrivò a prende il controllo del paese, detto dei Cordiglieri dal distretto parigino in cui venne fondato.

Il partito era caratterizzato da una stretta vicinanza con gli strati più umili della popolazione parigina: gli artigiani infatti costituivano la maggioranza degli iscritti al club. Ciononostante, a trasformare i cordiglieri in un’avanguardia rivoluzionaria furono i suoi personaggi di maggiore spicco: Danton, Desmoulins, Prudhomme e Marat, tra gli altri. Fatta eccezione per Danton – avvocato di umili origini – erano tutte figure estremamente colte: scrittori affermati, giornalisti o redattori.

La loro strategia abituale, messa in moto soprattutto da Marat, tra i più abili oratori del suo tempo, consisteva nell’accusare il consiglio generale della Comune parigina – e in seguito l’Assemblea Nazionale francese – di voler diventare una nuova aristocrazia di tiranni che avrebbe oppresso il popolo. Ai propri rappresentati, inoltre, erano imposte delle istruzioni vincolanti alle quali non potevano in alcun modo disobbedire, pena l’allontanamento dal proprio incarico. Per allargare la base del consenso popolare al club, fu fondamentale il sostegno della neonata stampa popolare. Con la Rivoluzione la censura monarchica venne abolita e la libertà di stampa fu totale.

Maximilien Robespierre (1758-1794).
Maximilien Robespierre (1758-1794).

FANGO, MALDICENZE, SENSAZIONALISMO – Mentre l’Assemblea Nazionale discuteva della scelta tra monarchia e repubblica, Marat si disinteressò della questione e, per ingrandire il proprio seguito, si mosse insieme ai suoi contatti tra i giornalisti appartenenti al ceto medio – quali Jacques Renè Hèbert e Jean-Charles Jumel – che piacevano alla gente analfabeta e semi-analfabeta della strada. Il metodo era sempre lo stesso: si faceva ricorso al sensazionalismo, all’esagerazione melodrammatica degli eventi e all’insinuazione di maldicenze per screditare i propri avversari agli occhi dell’opinione pubblica, inaugurando così quella che sarebbe diventata la tecnica classica di ogni autoritarismo populista: gettare fango sugli avversari.

Dalle pagine del suo giornale, oltre a incitare il popolino a insorgere (atteggiamento che costò a lui e Danton l’accusa di sedizione), Marat si distinse anche per essere il primo ad aver criticato sistematicamente, da un punto di vista populista, il sistema rappresentativo, sostenendo non solo che la diretta sovranità popolare fosse prioritaria, ma che soltanto l’opinione pubblica potesse fare le leggi; i rappresentanti del popolo vi si sarebbero dunque dovuti adeguare. La comprensione intellettuale aveva meno valore del volere del uomo comune.

L’unico deputato all’Assemblea meritevole e rispondente a questi parametri era, secondo la loro opinione, Maximilien Robespierre, per Marat vero modello di integrità e di civismo rivoluzionario. Avvocato, appassionato di Rousseau ed abile oratore, egli si era guadagnato la sua reputazione a forza di criticare i ministri, e di denunciare le attività corrotte e gli intrighi aristocratici. Pur facendo parte dei giacobini, non era membro dei cordiglieri, con i quali non condivideva le idee repubblicane; trovò però un terreno comune con essi nella difesa della libertà di stampa, nel diritto di riunione ed anche nella ferma condanna del denaro quale metodo di distinzione per la cittadinanza attiva (dotata quindi del diritto di voto), che doveva invece essere estesa a tutti.

LA MONTAGNA – Insieme formarono il gruppo della Montagna, chiamato così perché occuparono i banchi più alti dell’Assemblea, in cui ebbero sempre una posizione nettamente minoritaria, nonostante la grandissima base popolare che era però priva del diritto di voto; vennero costantemente sottovalutati dai loro avversari.
Inizialmente, come scritto in precedenza, i montagnardi si disinteressarono completamente della questione monarchica, per concentrarsi sulla pubblicazione di giornali di stampo popolare che utilizzavano un linguaggio semplicistico e colloquiale (si ricorreva spesso alle imprecazioni) per creare un clima di generale paranoia, mentre ci si presentava come i soli guardiani dei buoni patrioti francesi e ogni argomento veniva trattato con stampo manicheo: esistevano solo gente buona e malvagi cospiratori desiderosi di tradire e sacrificare la gente comune in nome della controrivoluzione. Questi giornali, l’Ami du Peuple su tutti, divennero ben presto i più letti di tutta la nazione.

Tutto questo si accentuò dopo il tentativo di fuga del Re dalla Francia, che gettò il Paese nel panico. La monarchia aveva tradito lo Stato – tuonarono – e l’unica speranza di evitare che il popolo finisse in un precipizio era quello di nominare un dittatore supremo, come si usava nell’antica Roma, che avrebbe preso il controllo del Paese ed eliminato i traditori. Per Marat questa figura non poteva che essere rappresentata da Robespierre, leader intransigente e infallibile che combatteva senza sosta i “poteri forti” e magnificava il popolo. Nessuno prese troppo sul serio questa minaccia sottovalutandoli completamente, atteggiamento che alla fine si rivelò fatale.

marat tuileries
Jean Duplessis-Bertaux, “La presa del palazzo delle Tuileries il 10 agosto 1792” (1793).

L’INSURREZIONE ED IL TERRORE – Superata la crisi interna, il re ed il governo dichiararono guerra alle altre potenze europee: conflitto condiviso da tutte le forze politiche, eccezion fatta per la Montagna che invece vi vedeva soltanto l’ennesimo complotto per distrarre il popolo utilizzando risorse che invece erano da destinare all’aiuto di questi ultimi. Unica soluzione per porre fine alle ostilità sarebbe stata quella di sequestrare la famiglia reale, rendendola responsabile di ciò che accadeva al fronte.

Man mano che la situazione economica, bellica e politica peggiorava, gli appelli di Marat al popolo parigino di insorgere e vennero sempre più ascoltati; inoltre il rifiuto della Convenzione di concedere il suffragio universale esasperò ancora di più gli animi dei parigini, fino al punto in cui la Comune di Parigi si costituì in Comitato insurrezionale. Marat fu subito chiamato a farne parte. È in questo clima che, il 10 agosto 1792, il popolo parigino insorse su richiesta dei giacobini guidati da Robespierre. Dopo feroci scontri per le strade della capitale essi occuparono il Palazzo delle Tuileries, dove risiedeva la famiglia reale  – che riuscì per il momento a fuggire – ponendo così fine alla monarchia, con la completa presa del potere da parte del Comitato. Si apre la fase democratica della Rivoluzione, l’Assemblea viene cambiata nella Convenzione Nazionale, eletta a suffragio universale maschile, i montagnardi dapprima avranno un quarto dei seggi ma riusciranno comunque a ottenerne il controllo dando il via alla cosiddetta Repubblica Giacobina che sfociò nel terrore.

In conclusione: il primo grande esperimento democratico dell’era moderna, basato sugli ideali dell’Illuminismo, fu fatto fallire da un machiavellico gruppo di politici che prese il potere sfruttando l’ignoranza, la credulità e il risentimento della fascia meno abbiente della popolazione.

5 COMMENTI

  1. Bell’articolo, complimenti! Mi sarebbe piaciuto leggere un approfondimento su quel periodo che le rotaie dei treni venivano rese non funzionanti per ovvi motivi economici e commerciali, chissà magari sul prossimo articolo!
    Robetto

  2. Finalmente ho capito la rivoluzione francese, io, facendo il pizzaiolo da quando ero piccolo, ho avuto tempo per studiare, grazie Dr. Innocenti per l’articolo! Quando vuole, le offro una pizza 😉

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