Vintage: l’inevitabilità del piacevole e del familiare

Il richiamo del vintage, oggi più che mai vivo, affonda le sue origini in un bisogno della società.

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bunte kuh vintage

Ci troviamo in un periodo di riproposizioni: l’industria cinematografica vive di reboot, sequel e prequel; famose band degli anni ’80 da tempo sciolte vanno ricomponendosi (non senza veti); Kodak torna a produrre una videocamera Super-8; la serie televisiva vintage Stranger Things di Netflix spopola sul web e la grafica da carrozzeria di borgata non è mai andata così di moda.

Al di là del gusto personale, è possibile però spiegare perché siamo così attratti da ciò che ci ha preceduti, e capire da dove provenga la pulsione a riviverlo, anche attraverso il pensiero del maestro Michelangelo Pistoletto, ospite due settimane fa a Che tempo che fa.

RISPETTO PER GLI ANZIANI – Un’interpretazione comune (ed errata) della parola “vintage”, attribuisce ad essa una discendenza dal numero francese vingt, venti, lasciando supporre che, per definizione, sia vintage tutto ciò che sia stato “à la mode” almeno vent’anni prima del periodo presente: rivolgendo uno sguardo superficiale al mercato e ai costumi contemporanei, risulta spesso semplice convincersi che sia effettivamente questa la qualità più apprezzata dai moderni amatori dei giradischi, della pellicola analogica, dell’abbigliamento rétro e simili: l’età. La patina di una polvere gentile che fa piacere soffiare via da un oggetto abbastanza maturo da superare la nostra capacità retrospettiva.

Se, infatti, quest’ultima potesse renderci presenti le proprietà degli oggetti in questione, scopriremmo che a caratterizzarli sono soprattutto i loro difetti strumentali. Negli ultimi decenni, l’arte della tecnologia ha fondamentalmente ribadito ciò: ci evolviamo attraverso il raffinamento dei nostri strumenti. Perché, allora, ogni generazione sente il bisogno di guardare alle precedenti? Come si spiega la pratica, ormai resa comica nel descrivere la categoria “hipster”, di confidare in una ipotetica superiorità nella non-conformazione al proprio tempo?

UNA PIACEVOLE FAMILIARITÀ – Il fatto è che, in realtà, vintage non viene da vingt, ma da vendange, vendemmia, e sta ad indicare non ciò che è solamente datato, piuttosto quello che cresce di valore mano a mano che invecchia, come accade per il buon vino e per Sean Connery. Il termine identifica quegli elementi estetico-formali che sono sopravvissuti all’inclemenza del progresso, al ridicolo, alla svalutazione.

super8, kodak, vintage
La videocamera Super 8, prima compatta in formato 8mm, consentì a migliaia di cineasti amatoriali negli anni ’70 di girare i primi video casalinghi di qualità cinematografica. Il recente restyling del 2016 è stato effettuato, a detta dei produttori, a seguito di un “rinascimento analogico” riscontrato nell’ultimo decennio (Coolthings.com)

Sono gli ambienti artistici tendenzialmente più recettivi, come l’alta moda o il design, ad individuare queste componenti di pregio e a servirle su piatti d’argento, riassemblate e contornate da primavere di “effetti speciali” che ne rinfrescano l’apparenza. Questi promotori contribuiscono in tal modo a definire dei percorsi associativi che conducono il pensiero di chi osserva dallo “stile” ai valori sociali che esso rappresenta, rendendoli di nuovo accessibili. La nostalgia che proviamo per il vintage è diretta conseguenza dell’esposizione al giusto mix di stimoli riconducibili ad una determinata epoca, accuratamente selezionati per noi. Stimoli che ci convincono di poter rivivere i migliori momenti trascorsi.

Secondo Howard Eichenbaum, neurobiologo statunitense specializzato nella ricerca sulle cosiddette “Time cells” (neuroni del tempo che trasmettono in momenti consecutivi attraverso esperienze cronologicamente strutturate), è proprio questo che ci accade quando quotidianamente rivisitiamo i nostri ricordi, in cerca di un “senso che ci guidi per ricreare nel futuro le cose che abbiamo realmente apprezzato del passato”.

Tuttavia, la familiarità di questi elementi, sebbene coinvolgente, non è sufficiente a giustificare come alcuni tipi di “revival” possano trascendere le proprie esperienze sensibili e richiamare epoche distanti di secoli, o luoghi mai vissuti.

star wars vintage
Il nuovo capitolo dell’iconica saga cinematografica Star Wars, diretta da J.J. Abrams, interamente girato in pellicola (The Walt Disney Company).

PISTOLETTO E LA SINTESI – La nostalgia, infatti, non è l’unica condizione a regolamentare questo complesso sistema di ripescaggio: uno dei meccanismi che più intensivamente determinano la sintesi di nuovi linguaggi artistici è ben noto alla civiltà occidentale, ed è stato approfondito nel corso della recente esperienza filosofica (nonché scientifica) con il nome di “trinamica”, ovvero dinamica delle parti terze, esplicitata da Michelangelo Pistoletto, pioniere dell’arte concettuale italiana, nel suo “manifesto del Terzo Paradiso”. Come in molti casi, le immagini comunicano più efficacemente delle parole, ed è per questo che Pistoletto ha disegnato anche un simbolo per questo genere di interazioni, un infinito matematico che, aprendosi, forma uno spazio ulteriore, comprensivo di entrambi gli insiemi di partenza.

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Il simbolo del “nuovo infinito” di Michelangelo Pistoletto, originariamente disegnato come rappresentazione di un “terzo paradiso”, epoca di sintesi tra natura e industria. Il segno è divenuto identificativo, col passare degli anni, di numerose iniziative virtuose, tra cui il Rebirth Day, la giornata mondiale del cambiamento.

È la rappresentazione grafica di una relazione ben nota agli studiosi di chimica, musica e matematica, in quanto materie che si basano sulla creazione di prodotti a partire da differenti sostanze ed entità, e agli artisti, dai quali è frequentemente considerata parte integrante nella metabolizzazione delle varie correnti che si susseguono lungo la storia. In un suo saggio del 2012, Omniteismo e democrazia, il maestro biellese parla anche di illusioni, affermando che “La nostra percezione dello specchio può essere velata dalla cultura che ci ha preceduti e formati.” dove per lo specchio si intende la visione che abbiamo di noi stessi al presente.

Questo è verificabile specialmente quando si pensa a quanto la nostra formazione come individui sia stata influenzata tanto dalle nostre esperienze quanto da quelle dei nostri genitori, che ce le hanno trasmesse ricolme dei loro affetti e di valori spesso immutati nel corso dei tempi. Essendo l’arte presente il prodotto di una incessante alchimia culturale, il ritorno di ciò che ha avuto un impatto tangibile sul nostro immaginario è fisiologico, se non inevitabile.

UN PRODOTTO DEL NOSTRO TEMPO – Quanto di questa voglia di vintage venga dalla nostra memoria personale e familiare, e quanto invece ci venga infuso dalla pressione delle influenze sociali, è oggetto di discussione in antropologia, ma si può concordare sul fatto che l’atto del riconoscere validità al proprio passato giustifichi le scelte future basate su di esso.

Per questo il vintage, che consiste anche nella controtendenza ad un venefico argomento attuale, secondo il quale l’ispirazione sia più importante della ricerca, l’opinione più rilevante dei fatti e l’individuo prioritario rispetto alla coscienza comune, può aiutare a porre le basi per una più stabile coesione generazionale, ed è facile comprendere come, in un periodo storico sovrabbondante di innovazioni come quello attuale, se ne manifesti l’incontrollabile bisogno.

Sono laureato in Graphic Design e mi occupo di identità dinamica, editoria, printmaking e visual art, nonostante il mio daltonismo. Come scrittore, il mio impegno consiste nel ricercare le cause sociali che determinano lo sviluppo di nuove tendenze nell'arte e nel design contemporanei.

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