Israele e Palestina: qualche curiosità che non tutti sanno

Alcuni fatti storico-politici poco noti o dimenticati, sicuramente insoliti all'occhio contemporaneo, su un conflitto acceso ormai da troppo tempo.

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Una famiglia ebraica ed una musulmana protestano insieme contro il travel ban voluto da Trump, all'Aeroporto O'Hare di Chicago. (Nuccio DiNuzzo/Chicago Tribune)

Che il conflitto tra Israele e Palestina trovi sempre il modo di riaccendersi è purtroppo un dato di fatto. Ma, proprio per la sua lunga durata, la natura dei fatti riportati dai media è spesso incompleta e tende a concentrarsi sugli avvenimenti attuali; al di là degli eventi più conosciuti di ieri ed oggi, però, gli ultimi cent’anni sono pieni zeppi di fatti importanti che oggi assurgono allo status di “curiosità” storico-politiche. Eccone qui qualcuna.

OGGI ISRAELE SI SAREBBE POTUTO TROVARE IN UGANDA – Questa, infatti, fu la proposta che il Governo britannico sottopose nel 1903 all’Organizzazione Mondiale Sionista. Pare che la bizzarra idea fosse balenata in mente al Segretario per le Colonie, Joseph Chamberlain, nel corso di un viaggio in Africa. Questi, conscio delle velleità dell’Organizzazione, offrì ai sionisti circa 13mila chilometri quadrati di territorio ugandese nella Contea di Uasin Gishu, zona dal clima temperato e protetta da una foresta.

Theodor Herzl, fondatore dell’Organizzazione, si dimostrò favorevole alla proposta: nei suoi pamphlet, egli prevedeva la possibilità di fondare lo Stato sionista in Palestina (che era però territorio ottomano) o addirittura in Argentina (proposta bocciata dal Congresso) ma non intendeva precludersi nessuna via che avesse potuto avvicinare gli Ebrei alla Terra Promessa. Il Congresso di Basilea fu meno entusiasta dell’idea, ma stabilì a maggioranza la formazione di una spedizione esplorativa per giudicare la fattibilità della cosa. Al suo ritorno essa diede un riscontro negativo, e la proposta fu gentilmente declinata al Congresso del 1905.

Le zone di influenza (blu la francese, rossa quella britannica, verde la russa) decise dall’accordo Sykes-Picot. (Wikipedia)

IN FIN DEI CONTI, LA COLPA DI TUTTO È DEGLI INGLESI – … i quali si trovavano con un piede in due scarpe, come si suol dire. Nel 1915, durante la Prima Guerra Mondiale, Sua Maestà aveva chiesto ed ottenuto l’appoggio delle popolazioni arabe sotto il dominio ottomano, per rivoltarsi contro quest’ultimo – nemico dei Britannici – in cambio della promessa di formazione, a conflitto concluso, di uno Stato arabo indipendente. La Palestina sarebbe dovuta rientrare nel territorio di questa nuova nazione, o addirittura diventare uno Stato sovrano, ma le cose andarono diversamente. Già il segreto accordo Sykes-Picot (1916) prevedeva una spartizione del Medio Oriente tra Regno Unito e Francia, i quali avrebbero goduto di ben delineate zone d’influenza. Queste furono confermate, pochi anni più tardi, dai protettorati conferiti alle due potenze dalla Società delle Nazioni: in particolare, nel 1923 il Regno Unito ottenne ufficialmente il mandato sulla Palestina (che comunque già controllava a guerra conclusa).

A complicare ulteriormente il rapporto con gli Arabi, che a questo punto si sentivano a ben vedere traditi, fu l’applicazione della Dichiarazione Balfour (1917), che rappresentava il beneplacito del Governo britannico alla colonizzazione ebraica della Palestina. L’idea, che nelle parole dello stesso Balfour era “[…] la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico […] essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina […]”, si tradusse in una realtà diversa. Negli anni Venti e Trenta, in Palestina si fronteggiavano le popolazioni arabe, grandemente irritate dal modo in cui si era evoluta la situazione, e una colonizzazione ebraica sempre più aggressiva, facilitata dal fatto che le zone costiere fossero paludose e fino ad allora disabitate dai Palestinesi arabi. La ricetta per il caos era completa: nel 1920 e nel 1929, ma non solo, esplosero moti che videro il compiersi di orribili crimini di intolleranza dall’una e dall’altra parte, fino allo scoppio della Grande Rivolta Araba (1936-39).

Il controllo inglese era infatti lasso e non fece alcuno sforzo per ingraziarsi le risentite popolazioni locali, né per farle progredire (cosa che, almeno sulla carta, sarebbe dovuta essere la ragione del protettorato). A nulla servirono i diversi tentativi (“Libri bianchi“) di limitare l’immigrazione ebraica, mai rispettati dai coloni e che condussero più spesso ad attentati di matrice sionista che a punizioni dall’alto. Come si può facilmente immaginare, non si trattò del miglior clima sul quale far sorgere, nel 1948, lo Stato di Israele. In quest’occasione, il Regno Unito – che aveva già, appunto, fallito più volte nel tenere sotto controllo l’area – se ne lavò definitivamente le mani, astenendosi dal processo di spartizione ed annunciando la fine del protettorato per il 15 maggio di quell’anno.

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“Che ogni giorno sia più gioioso da vivere!” (Stephanie Comfort/Flickr)

IL SOSTEGNO INIZIALE AD ISRAELE NON ARRIVÒ DAGLI USA, MA DALL’URSS – Infatti l’Unione Sovietica fu tra i primi Stati a riconoscere Israele, la cui nascita aveva fortemente supportato. L’idea di Mosca era quella di espandere il socialismo nell’area, al contempo limitando l’egemonia britannica e gli interessi petroliferi degli Stati Uniti, i quali non si potevano ancora definire come il tradizionale alleato israeliano che poi sarebbero diventati.

In Unione Sovietica, però, la situazione era ben diversa: nello stesso periodo, infatti, Stalin si rendeva protagonista di una feroce campagna antiebraica, segno che le sue politiche paranoiche diventavano sempre più schizofreniche al suo invecchiare. Egli, che non perdeva occasione per “liberarsi” di qualunque forza politica che non rispondesse esclusivamente a lui, vedeva in quel momento – come in altre occasioni – nell’antisemitismo una scusa ideale per fare “pulizia” (e questo solamente tre anni dopo la Shoah).

Oltre alla purga di diversi esponenti di partito e non – come la moglie ebrea del Ministro degli Esteri Molotov, fedelissimo di Stalin – si arrivò a commissionare l’omicidio di Solomon Mikhoels, presidente del Comitato antifascista ebraico. Inoltre, paradossalmente, la nascita di Israele aggiunse un nuovo motivo di diffidenza nei confronti degli ebrei sovietici: la possibilità di “doppia fedeltà” ad uno Stato estero, e la conseguente accusa di spionaggio.

I PRIMI ISRAELIANI SI CHIAMAVANO “PALESTINESI”, ED ERANO COMUNISTI – Ad ogni modo il legame fra Israele e socialismo fu inizialmente stretto, in modi che oggi è difficile pensare. Infatti, all’epoca, la maggior parte degli uomini chiave nei partiti comunisti arabi erano proprio ebrei, tanto che Nuqrashi Pasha, primo ministro egiziano nel 1948, arrivò ad attaccare Israele definendolo come “avanguardia del comunismo internazionale”. È con questi occhi che si dovrebbe guardare all’esperimento sociale dei kibbutzim, le fattorie collettive stabilite dai coloni ebraici, vero e proprio mix di sionismo e socialismo e molto vicine nel funzionamento ai kolchoz sovietici.

Da notare anche come la comunità ebraica in Occidente definisse i primi coloni come “palestinesi”, come a dire “quel cugino esaltato che è andato in Palestina per la causa, il palestinese”. In effetti, fino alla Guerra dei Sei Giorni (1967) – quando Israele sottolineò la propria identità attraverso la forza militare – non erano in molti a credere che il sogno dello Stato ebraico sarebbe durato a lungo.

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Ebrei ultra-ortodossi protestano a New York contro la leva militare in Israele. (Stefano Giovannini)

NON SI TRATTA DI UN CONFLITTO RELIGIOSO, MA TERRITORIALE – E, anche alla luce di quanto sottolineato nei paragrafi precedenti, sarebbe davvero ingenuo credere altrimenti. Ogni conflitto è generato da attriti su territori, risorse e zone di influenza, e quello tra Israele e Palestina non fa alcuna eccezione. Certamente, come in qualsiasi altro scontro tra popoli, sono presenti fattori ideologici da una parte e dall’altra; questi, però, sono solo un complemento alla realtà geopolitica, necessario a giustificare il confronto agli occhi del pubblico. I motivi religiosi non compaiono che dopo il crollo del comunismo: infatti non solo i coloni ebrei prima, ma anche i combattenti palestinesi più tardi – quando Israele era ormai in orbita statunitense – vedevano nell’idea socialista di autodeterminazione dei popoli il mezzo adatto per giustificare le proprie istanze territoriali.

Con il crollo dell’Unione Sovietica tutto ciò è virato sul fondamentalismo religioso, in Palestina come altrove (si pensi al sedicente Stato Islamico, che altro non è se non un deforme erede dell’idea di panarabismo). È proprio in questo contesto che fazioni di minoranza come Hamas hanno preso il sopravvento, inizialmente sottovalutate ma in seguito capaci di rendersi protagoniste di una fuorviante “spinta ideologica”, similmente a quanto avvenuto con le istanze democratiche della Primavera Araba ed i gruppi legati ai Fratelli Musulmani (come la stessa Hamas, peraltro).

Anche la situazione attuale della politica israeliana – oscillante tra l’ultra-destra xenofoba e la destra religiosa – sarebbe stata originariamente impensabile, dato che prima della Guerra dei Sei Giorni gli ebrei ortodossi erano fortemente ostili all’idea del sionismo nazionalista. Come già accennato, infatti, fino ad allora i coloni erano principalmente marxisti e laici, spesso addirittura atei. Dopo il 1967 anche gli haredim iniziano a salire sul carro del vincitore, vedendo un “segno del Signore” nella vittoria lampo e spostando, gradualmente, il significato ideologico dell’espansione israeliana. Tralasciando, in tutto ciò, il fatto che il territorio riconosciuto di Israele (escluse quindi le aree conquistate nei Sei Giorni) coincidesse in realtà con quella che era biblicamente la terra dei Filistei, nemici degli Ebrei.

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Eschel Rhoodie (Segretario del Dipartimento dell’Informazione sudafricano), Yithzak Rabin (Primo ministro israeliano), Hendrik Van Den Bergh (capo dell’intelligence sudafricana) e Shimon Peres (Ministro della Difesa israeliano) a Gerusalemme, 11 aprile 1975. (Rania Khalek)

ISRAELE HA L’ATOMICA, MA NON UFFICIALMENTE (E PROVÒ A VENDERLA AL SUDAFRICA) – Il periodo successivo al ’67 non è stato meno movimentato per Israele. Anche se ufficialmente lo Stato ebraico ha sempre adottato una politica di “non conferma né smentita” a riguardo, è pacifica opinione che esso sia dotato di armi nucleari. La documentazione a riguardo è scarsa e principalmente rivelata da ex lavoratori ed ufficiali, ma si crede che il programma nucleare israeliano sia stato condotto a partire dal 1968, con l’aiuto francese, in un centro di ricerca situato a Dimona. I finanziamenti sarebbero stati nascosti all’interno di altre voci nel bilancio pubblico.

Tali ordigni servirebbero a difendersi dagli agguerriti vicini – Iran, Iraq, Siria – che più d’una volta hanno provato a dotarsi dell’atomica; ciò sarebbe coerente con l’affermazione ufficiale dello Stato, che recita: “[Israele] non sarà il primo stato a introdurre le armi nucleari in Medio Oriente”. Si ritiene che l’arsenale israeliano si attesti fra le 80 e le 200 testate, comprendenti bombe all’idrogeno che gli scienziati israeliani avrebbero capito come produrre negli anni Ottanta. I test congiunti israelo-sudafricani costituiscono una possibile spiegazione al cosiddetto “incidente Vela“, un episodio di forte flash registrato da un satellite nel 1979, al largo della costa sudafricana.

Proprio il Sudafrica è l’unico caso che si registri di Stato che abbia speso una fortuna per dotarsi della Bomba, per poi rinunciarvi. L’atomica, agli occhi del regime dell’apartheid, avrebbe costituito un deterrente verso le vicine nazioni, proiettando la potenza sudafricana sull’area, oltre a costituire orgoglio per il Paese il fatto di essere l’unico Stato africano dotato di arsenale nucleare. Documenti rivelati nel 2010 mostrano che nel 1975 ebbero luogo incontri fra Shimon Peres e Pieter Willem Botha – all’epoca Ministro della Difesa, poi Primo Ministro del Sudafrica – per contrattare la vendita di ordigni atomici. Fonti – ovviamente – non ufficiali sembrano voler indicare anche una stretta collaborazione fra i due Paesi, negli anni successivi, per la ricerca nucleare.

Israele fece successivamente pressione sul nuovo Governo di Nelson Mandela perché tale corrispondenza top secret fosse eliminata. Si dice che il Governo dell’ANC, che non era troppo zelante nel voler nascondere le colpe del regime bianco, consegnò semplicemente agli ufficiali israeliani le copie di tali documenti, corredate di qualche omissis. Sempre all’ANC si deve l’ingresso del Sudafrica nel Trattato di non proliferazione nucleare, ma si dice che lo smantellamento dell’arsenale – sei ordigni completati, ed uno in produzione – stesse avvenendo già da prima, per “non consegnare l’atomica ai neri”.

Fonti cartacee:

  • Jean-Baptiste Duroselle, Storia diplomatica dal 1919 ai nostri giorni, LED, 2012.
  • Giuseppe Bettoni e Isabella Tamponi, Geopolitica e comunicazione, FrancoAngeli, 2012.
  • Andrea Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica, 1945-1991, Il Mulino, 2011.
Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore di Bunte Kuh, scrivo anche per ilMegliodiInternet.it e per theWise Magazine, di cui sono responsabile tecnico.

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