The Japanese House: l’architettura nipponica al MAXXI di Roma

A Roma The Japanese House, viaggio nell’architettura giapponese, in eterno conflitto tra tradizione e progresso, convivenza e isolamento, individuo e società.

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Il MAXXI di Zaha Hadid è un luogo che ha pochi eguali a Roma. Le linee minimaliste del suo edificio non tendono la mano all’impermeabile classicismo della città eterna e sembrano prendere le distanze anche dai più infelici esempi di razionalismo, ai quali rivolge uno sguardo solenne dalla sponda opposta del Tevere. È forse per ciò che, una volta trovata la breve insenatura del corridoio che ci introduce all’esposizione The Japanese House (peraltro dalla sala finale, sebbene questo non influenzi negativamente la fruizione delle opere), si ha la sensazione che il percorso abbia avuto inizio già all’esterno della sala. Entrando da questo lato, si può fare esperienza di un precetto architettonico descritto nel celebre “Libro del Tè” di Okakura Kakuzo, secondo il quale l’entrata di una sala da tè debba avere dimensioni ridotte, di modo che gli ospiti siano obbligati a fare il proprio ingresso, accompagnato da una lieve riverenza, uno alla volta.

Qui dentro, bisogna sapersi ridurre, non solo per esplorare correttamente le straordinarie riproduzioni in scala delle opere architettoniche (maquettes), ma anche per accettare la visione di sistemi abitativi che sfidano la nostra consuetudine. Partendo da una panoramica delle caratteristiche basilari dello stile abitativo giapponese (il wabi-sabi, la multifunzionalità degli spazi, i materiali organici, ecc.), The Japanese House si sofferma ad analizzare il periodo che va dal dopoguerra, momento di maggiore tensione tra eredità tradizionale e contaminazione occidentale, all’epoca contemporanea, terreno di sperimentazione di celebri esponenti del settore come Kenzo Tange, Shigeru Ban, Toyo Ito e Kazuyo Sejima.

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Particolare di maquette. (Valerio Monopoli)

RESILIENZA, KINTSUKUROI, RINNOVAMENTO – La presa in esame di questo periodo deriva, in parte, dal riconoscimento attivo di una qualità che da secoli caratterizza il popolo giapponese: la resilienza, ovvero la resistenza ad eventi traumatici, strettamente connessa alla capacità di autoriparazione a seguito dei suddetti. La stessa tecnica del Kintsukuroi (金繕い), ovvero l’arte del ricomporre oggetti rotti colmandone le crepe con l’oro, evidenzia il valore che questo popolo conferisce al riassemblaggio, alla ripresa. Quella che il Giappone dovette mettere in atto dopo il 1945 fu una riorganizzazione urbanistica a tutto campo che, analogamente al contesto del dopoguerra italiano, fu colma di fioriture concettuali e stilistiche, principalmente improntate su un concetto di “fai da te” che mirava ad una partecipazione progettuale all’assetto cittadino. Nel corso dei decenni, questa tendenza, unita alla crisi immobiliare di fin-de-siècle, ha determinato l’aumento esponenziale delle abitazioni unifamiliari su lotto, al quale è dovuta l’attuale conformazione delle città Giapponesi, costellate di minute proprietà accumulatesi in fondi terrieri frazionati.

Ai cittadini di Roma il concetto di riutilizzo virtuoso suonerà probabilmente familiare, soprattutto in virtù della rilevanza mediatica attribuita in questi giorni ai progetti a lungo termine delle periferie romane, primo tra tutti il nuovo Stadio Della Roma, nel quartiere di Tor di Valle, miraggio sportivo spesso osteggiato per la sua natura monumentale, dimentica delle infrastrutture ad essa associate. In molti obiettano che, nell’attuale condizione di emergenza edilizia in cui versano le zone residenziali della suburbia, ben altri sarebbero gli interventi che l’amministrazione dovrebbe promuovere.

the japanese house stadio osaka
Questo stadio, che fino al 1988 ospitava la squadra di baseball dei Nankai Hawks di Osaka, fu teatro di un esperimento di riutilizzo tra i più intriganti quando, in seguito al trasferimento del team, vi fu costruito all’interno un piccolo agglomerato di edifici-modello. (Japan Sport)

Non solo: l’argomento della ristrutturazione, in opposizione a quello della costruzione ex novo, è stato spesso rispolverato anche a seguito di catastrofi naturali come terremoti ed alluvioni, eventi comuni al popolo italiano come a quello giapponese. Diversi racconti, tra quelli che accompagnano i progetti esposti in The Japanese House, ci vengono in aiuto per comprendere come la mentalità giapponese differisca dalla nostra in questo genere di situazioni. Ad esempio quello di Katsuhiro Miyamoto che, nel 1995, constatati gli ingenti danni che la sua casa a Kobe aveva subito dopo il terremoto di Hanshin, operò un intervento di ricomposizione architettonica per cui l’inagibile fabbricato in legno venne intessuto di sostegni in acciaio, che ne sostenevano il peso. Nonostante il materiale organico non fosse più portante, questo venne lasciato nella sua posizione, nel tentativo di donare alla casa l’attributo di “contenitore della memoria”.

LA CONTROTENDENZA DELL’INDIVIDUALITÀ – Ciò che colpisce di The Japanese House, in effetti, è proprio la memoria personale (accuratamente riportata nelle plaque accessorie) che accompagna ogni singola opera e ne espone le caratteristiche, percorrendo il Roji (露地) che porta dagli schizzi preparatori alla stesura della pianta, dalla scelta dei materiali al definitivo collocamento nel territorio. È un’autonomia, questa, che deriva dal distacco degli architetti giapponesi dalle esperienze di omologazione funzionale, come quella di EXPO ’70 (l’esposizione mondiale tenuta ad Osaka) colpevole d’aver costretto in spazi di intrattenimento la vigoria delle esplorazioni formali degli anni ’60. In seguito, in contrasto con la mansione sociale di cui l’architettura si era sobbarcata le responsabilità, i professionisti nipponici avrebbero promosso un espressionismo basato sulla critica degli stessi aspetti che caratterizzavano il periodo di espansione e ricrescita che si trovavano ad affrontare.

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House NA di Sou Fujimoto. (Iwan Baan/Archdaily)

Così, proseguendo, ci si trova a far fronte alle numerose esigenze ed individualità umane attorno alle quali sono sorti edifici dalla forma tanto singolare quanto gradevole. Delicati esempi di dislocazione, sottrazione e velatura che dimostrano come una casa e la famiglia che vi abita siano “dipendenti da ciò che sussiste all’esterno di esse” (Riken Yamamoto). Un esterno che può essere fonte di materia prima, come per il cliente di Farmer’s House (di Osamu Ishiyama), agricoltore che decise di auto-costruire la propria dimora, lungo l’arco di 13 anni, seguendo i disegni che l’architetto gli inviava per corrispondenza; o un esterno che può divenire interno, come in House NA (Sou Fujimoto), sistema abitativo scevro di barriere superflue, in cui ogni superficie funge sia da pavimento che da piano di appoggio, ridefinendo la scala proporzionale della “stanza” in funzione di un’unità ridotta, un massimo comun divisore delle funzioni domestiche ordinarie.

Attraverso numerosi esempi, The Japanese House mette in mostra la spiccata sensibilità del popolo giapponese per valori come l’armonia scenografica, il senso di comunità (al di là del più o meno giustificabile nazionalismo), il minimalismo decorativo e, sopra tutto, l’accettazione dell’incessante mutevolezza delle cose. Di questa presa di coscienza è testimone una breve composizione del poeta eremita Komo No Chomei (Kyoto, 1155), dipinta in caratteri vermigli sulla parete della prima sala. Recita: “sebbene la corrente del fiume non si arresti mai, lo scorrere dell’acqua, istante dopo istante, non è mai uguale a se stesso. Laddove la corrente si accumula, in superficie si formano delle bolle, che scoppiano e scompaiono, mentre ne affiorano delle altre, nessuna delle quali è destinata a durare. In questo mondo, le persone e le loro dimore sono esattamente così: in continuo cambiamento”.

Possiamo imparare da queste parole? Come è possibile per noi raggiungerne la preziosa consapevolezza, considerata la carenza, nella storia occidentale, di correnti spirituali basate sull’assenza, sulla paucità e sulla meditazione? The Japanese House non risponde a questa domanda, piuttosto si propone di instillare un dubbio, un tarlo che ci spinge a riconsiderare l’ambiente in cui viviamo, tenendo conto delle presenti ed irrevocabili necessità.

carlo scarpa the japanese house
Carlo Scarpa, influente architetto e designer veneto, contemporaneo di Olivetti, dopo numerosi viaggi in Giappone, dichiarò che sarebbe stato opportuno “pensare al Giappone e alla finezza che lì possiamo vedere nell’usufruire di uno spazio piccolissimo, e nel saper(vi) creare delle cose magiche” e che “la cultura giapponese permette di raffinare il proprio spirito, come anche la cultura greca”. Queste ed altre frasi corredano una rassegna di scatti delle escursioni nipponiche del maestro veneziano, attualmente esposti nello stesso MAXXI, che ci consentono di apprezzare l’influenza ed il fascino che l’architettura del sol levante ha esercitato nei confronti di quella italiana. (Valerio Monopoli)

Galleria immagini:

(Valerio Monopoli)
(Valerio Monopoli)

 

 

 

 

 

 

 

 

(Valerio Monopoli)
(Valerio Monopoli)
(Valerio Monopoli)
(Valerio Monopoli)
(Valerio Monopoli)

 

 

Sono laureato in Graphic Design e mi occupo di identità dinamica, editoria, printmaking e visual art, nonostante il mio daltonismo. Come scrittore, il mio impegno consiste nel ricercare le cause sociali che determinano lo sviluppo di nuove tendenze nell'arte e nel design contemporanei.

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