Brexit: cose che davvero non avremmo voluto vedere

Otto mesi di allucinazioni nella Perfida Albione.

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il sonno della ragione genera mostri goya brexit
Il sonno della ragione genera mostri (1797), opera del pittore spagnolo Francisco Goya. Sarà felice che per una volta non venga usato dai blog nazionalisti.

Il 23 giugno 2016 si è tenuto l’epocale referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, noto come “Brexit”, che ha visto la vittoria del Leave e esclamazioni di giubilo in tutto (circa) il Regno. Si tratta di una data storica per il futuro britannico e dello stesso sogno europeista. Qui non interessa rilevare se la Brexit sia un bene o meno per il Regno Unito, anche perché fare previsioni politiche è un suicidio di credibilità. Il vero punto di questo articolo è raccontare il delirium tremens che ha colto più o meno tutto l’arco parlamentare e la popolazione della Perfida Albione. Il trip da funghetti allucinogeni che si è evidentemente propagato per le Isole Britanniche è ben personificato dal celebre quadro di Goya in copertina. Ma ora bisogna osservare questi capolavori politico-dialettici.

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David Cameron, ex primo ministro inglese e leader dei Tory, nel momento in cui ha vinto il Leave. “E mo’ che famo?” (AFP/Toby Melville)

ELETTORI MOLTO CONVINTI – La prima dimostrazione di follia (lasciando da parte le sparate in campagna elettorale di Michael Gove) appartiene proprio alla popolazione britannica, rimasta sconcertata dalla vittoria del Leave. Ma come, avete votato voi per lasciare l’Unione Europea, perché c’è sconcerto? Ma ovviamente perché le persone hanno votato Leave per dare un segno al governo Cameron, ma tanto non pensavano che il Leave avrebbe vinto. Ma certo. Avete presente il celebre detto sul marito cornuto? Ecco. La follia collettiva ha portato a una petizione per poter ripetere il referendum. Se è un dittatore africano a chiedere di rifare le elezioni dove ha perso, allora tutte polemiche internazionali; se invece sono un gruppo di cittadini che non sa come si vota va tutto bene.

CAMERON SI DIMETTE – L’equivoco sul segno dato al Governo nasce dal fatto che i Tory erano spaccati tra i due fronti: da un lato Boris Johnson, ex sindaco di Londra, e Michael Gove, allora ministro della Giustizia, a favore del Leave, mentre Cameron si era schierato per il Remain. L’allora primo ministro aveva sottolineato che non si sarebbe dimesso se avesse perso il referendum, per poi puntualmente annunciare le dimissioni e lasciare Downing Street tre settimane dopo. Due mesi dopo lascerà anche il ruolo di parlamentare.

E MO’ CHI CI METTIAMO AL GOVERNO? – Le dimissioni di Cameron creano panico nel partito conservatore. Visto che in Inghilterra il Primo ministro è sempre il leader del partito di maggioranza, bisogna eleggere un nuovo leader e quindi un nuovo primo ministro. La vittoria della Brexit significa che il nuovo leader dovrà essere pro-Leave, e chi meglio di Johnson e Gove, che hanno vinto il referendum? Solo che la situazione è un po’ più complessa, perché iniziano a saltare fuori promesse elettorali che non possono essere mantenute. La più eclatante riguarda il reindirizzo dei 350 milioni di sterline pagati all’UE verso la sanità pubblica. La mattina dopo il referendum, viene reso noto che è stata una promessa sbagliata e irrealizzabile da Nigel Farage (su cui si invoca la damnatio memoriae, perché sono tutti buoni a fare gli antieuropeisti facendosi pagare dall’UE).

Una settimana di silenzio, e il 30 giugno Boris Johnson è pronto ad annunciare la sua candidatura come leader dei Tory, grazie anche all’appoggio di Gove alla sua candidatura. Ma appena prima dell’annuncio, il suo ormai ex compagno di merende annuncia che si candiderà anche lui come segretario del partito, in una pugnalata alle spalle tale da far sfigurare anche Giulio Cesare.

(Si dice che il voltafaccia rifilato a Johnson sia dovuto al fatto che non volessero rubare il primato del primo leader politico con la faccia tonda e la zazzera bionda agli Stati Uniti.)

A quel punto, pare evidente che i due leader della Brexit non diventeranno capi del governo, e bisogna trovarne un altro. Chi meglio di Theresa May? Allora ministro degli Interni, per non saper né leggere né scrivere, si era esposta pochissimo prima del referendum, aspettando che i fatti le venissero incontro (e per fatti non si intendono Johnson e Gove). La strategia machiavellica della May funziona e viene nominata leader del partito, diventando la seconda donna primo ministro del Paese e inaugurando una tradizione dei primi ministri donna inglesi con somiglianze ai cattivi della Disney. Se la Thatcher era infatti la fotocopia sputata della Regina di Cuori (nella versione di Tim Burton), Theresa May è palesemente la reincarnazione di Crudelia DeMon. E tra l’altro anche una rivista scozzese l’ha esplicitamente dipinta così in copertina.

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Theresa May, primo ministro britannico dal 13 luglio 2016, arrestata per aver scuoiato troppi cuccioli di dalmata. (Chris Radburn/PA Images)

Per i due leader pro-Leave, il finale è molto diverso: Johnson diventerà ministro degli Esteri, mentre Gove non viene confermato ministro della Giustizia, dopo aver peraltro perso le primarie del partito contro May. La damnatio memoriae per lui è già iniziata.

VINO E BUOI DEI PAESI TUOI – Con un governo fatto su misura per l’uscita, si potrebbe pensare che ogni problema si risolva e che il Regno Unito possa prendere in maniera agevole la sua strada. Ovviamente la situazione è un tantinello più complessa. Le opzioni sono due: la hard Brexit, cioè la chiusura di tutti i rapporti con l’UE, o una versione soft, con l’uscita dall’Unione ma la permanenza nel Mercato Comune europeo. Il governo inglese vorrebbe una Brexit soft per i benefici e hard per gli svantaggi, e la situazione avrebbe portato un ministro ceco, secondo Repubblica, a dire che gli inglesi vogliono la botte piena e la moglie ubriaca.

La posizione opportunista di Theresa May non era particolarmente gradita dai governi europei e le tensioni culminano nella “disfida del prosecco“. Protagonisti di questa singolar tenzone sono Johnson e il ministro dello Sviluppo Economico italiano, Carlo Calenda. Johnson continua a ripetere che gli inglesi vogliono il Mercato Comune ma non gli immigrati e Calenda gli risponde (alla romana) che si possono attaccare al tram. Johnson risponde che allora ad attaccarsi saranno i produttori di prosecco, che non esporteranno più in Gran Bretagna. L’assist del ministro degli Esteri permette all’azzurro di fare un gol a porta vuota: “noi magari non venderemo più prosecco”, dice Calenda, “da voi, ma voi non potrete più esportare fish and chips negli altri ventisette Paesi”. E ve lo dovrete mangiare tutto. Da. Soli. E senza vino non scende nemmeno. Massacro completato.

BREXIT STATUENDA EST – Alle sveglie prese in Europa corrispondono quelle interne. Una parte dei conservatori non è molto d’accordo con la Brexit e questo crea problemi a un possibile voto parlamentare. Theresa May trova la soluzione: si può negoziare l’uscita senza voto delle Camere perché il popolo ha dato mandato. Con buona pace di secoli di storia e consuetudini dove il Parlamento decide su tutto. Un’imprenditrice non ci sta e fa ricorso presso il sistema giudiziario. E il governo perde non una, ma due volte: in appello, la Corte Suprema richiede il voto del parlamento, altrimenti la procedura non può essere aperta. Insomma, non è solo in Italia che le corti decidono come debba funzionare la politica (tra l’altro, la sentenza sulla Brexit è uscita lo stesso giorno previsto per quella dell’Italicum). Il dato divertente è che il governo si è preoccupato così tanto di un voto che alla fine sarà tutt’altro che complesso e divisivo.

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Jeremy Corbyn, leader laburista, ci mostra la sua vicinanza all’Internazionale Socialista alzando il pugno. Quello destro.

CHE OPPOSIZIONE SEI – Questo riporta al sempre noto adagio di “se Atene piange, Sparta non ride”. La spaccatura tra i conservatori e le legnate prese a destra e a manca dovrebbero andare in aiuto ai Laburisti, in quanto partito di opposizione principale. Ma, com’è ovvio per un partito di sinistra, si è troppo impegnati a litigare. Tra i parlamentari e il leader, Jeremy Corbyn, si apre una spaccatura: la pietra dello scandalo è stato il sostegno molto tiepido del leader laburista alla causa del Remain. Il governo ombra perde pezzi di giorno in giorno e i deputati cercano di esautorare il leader. Niente da fare: la base vota e conferma il sessantasettenne alla guida del partito.

Forse, però, i deputati del Labour qualche ragione la avevano. Dopo la citata sentenza della Corte Suprema, alla Camera dei Comuni si vota il 9 febbraio. Lì si nota tutto l’acume politico di Corbyn: da opposizione principale, sarebbe logico vedere il Labour schierato contro la delega al governo, cosicché il partito possa raccogliere i voti dei pro-Remain. Ma Corbyn decide di buttare alle ortiche la testa di Theresa May sul piatto d’argento e impone al partito di votare per la procedura di uscita dall’UE, perché il popolo aveva deciso così (e si è visto sopra che anche la gente non era molto convinta). Così facendo, il governo ombra ha perso altri pezzi, la disciplina di partito (di norma seguita) è stata violata da ben cinquantatré deputati e i Laburisti hanno perso qualsiasi velleità di governare il paese prima del 2050. Soprattutto se ritirano fuori Tony Blair.

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I Liberaldemocratici, a differenza dei Laburisti, sanno sfruttare le occasioni per prendere voti. (Partito Liberaldemocratico inglese)

LA VENDETTA È UN PIATTO CHE VA GUSTATO FREDDO – Il suicidio politico dei Laburisti è stato la gioia dei Liberali, un tempo il partito di sinistra del Regno Unito e scomparso progressivamente dalla scena politica a partire dalla prima guerra mondiale. Grazie al regalo di Corbyn, il Libdem è l’unico partito di respiro nazionale ad essersi apertamente schierato contro la Brexit, e non è inimmaginabile un travaso di voti nei loro confronti. Dopo il voto del 9 febbraio, è stata ritirata fuori questa vecchia immagine (risale al luglio 2015) che è tuttavia attualissima. Sopratutto considerando che il Labour ha votato a favore dell’autorizzazione al governo delle negoziazioni nonostante ogni singolo emendamento del partito fosse stato bocciato. Il voto dei laburisti è stato quindi un carta bianca al governo, che suona più o meno come una fiducia. Immaginatevi la Lega che vota la fiducia al governo Gentiloni. Più o meno la stessa cosa.

Peraltro, il picco di consenso verso i LibDem dopo la prima guerra mondiale è avvenuto tra il 1982 e il 1988. E chi era al governo? Margaret Thatcher. Abbiamo trovato un altro fil rouge oltre ai cattivi Disney.

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Nicola Sturgeon, leader dello Scottish National Party, mentre si esercita per dirigere il coro del partito. (Jeff J Mitchell – Getty Images)

ABBIAMO SCRITTO IN TESTA “GIOCONDO”? – Durante la discussione del 9 febbraio si è verificato un altro divertente avvenimento che ha sconvolto lo speaker della Camera dei Comuni, Lindsay Hoyle, tanto da vederlo trasfigurato in viso nei suoi tentativi di richiamare all’ordine. Protagonisti sono i deputati scozzesi dello Scottish National Party, guidato da Nicola Sturgeon.

Che le tensioni tra Scozia e Londra esistano è ben noto, e si sono manifestate in particolare col referendum sull’indipendenza scozzese del 18 settembre 2014. In quell’occasione il No prevalse, ma una delle questioni decisive riguardava il futuro scozzese nell’Unione Europea. Cameron, in maniera molto intelligente, evidenziò che in caso di secessione la Scozia avrebbe dovuto chiedere nuovamente l’ingresso nell’Unione e in caso ci sarebbe stata l’opposizione della Spagna, dove il governo ha problemi con le comunità catalane e basche ed è giunto a vietare un referendum in Catalogna per paura di prenderci le busse. Gli scozzesi, col terrore di rimanere isolati e senza i vantaggi dell’Unione Europea, non ci pensano su e votano contro l’indipendenza, anche se alcuni giorni prima i sondaggi (che sono quel che sono) mostravano una maggioranza favorevole all’uscita.

Due anni dopo, è il Regno Unito stesso a uscire dall’Unione Europea. “Ma come”, si sarà detta Nicola Sturgeon, “prima ci fate pressioni perché se ce ne andiamo rimaniamo fuori dall’Unione, e poi uscite voi? Ma che c’ho scritto scema in faccia?”. La Scozia quindi non è molto soddisfatta, per usare un eufemismo, del referendum per la Brexit, dove i cittadini hanno votato in maniera massiccia per il Remain (62% dei voti, una quota molto alta). Oltre al danno, pure la beffa: dopo essere stati fregati in occasione del primo referendum e essersela di nuovo presa in quel posto una seconda volta, la Corte Suprema ci mette il carico da novanta. La Scozia e l’Irlanda del Nord non possono porre il veto alle negoziazioni per l’uscita. Una posizione molto costruttiva nei confronti delle due regioni autonome, e che non ha mica alcuna conseguenza sulle velleità indipendentistiche. Mica.

Dopo tutti questi affronti, sarebbe lecito (e auspicabile) vedere proteste di piazza, bombe carta e stragi di inglesi: insomma, la trasformazione da highlander in hooligans. Invece no, si limitano a proporre un nuovo referendum per l’indipendenza e a manifestare musicalmente nell’aula dei Comuni. Durante il voto, una pattuglia del partito ha iniziato a canticchiare e fischiare l’Inno alla Gioia guidati dalla parlamentare Patricia Gibson, in una riedizione albionica dello Zecchino d’Oro. E al governo è andata anche bene: fossero stati in un qualche paese balcanico, c’avrebbero probabilmente lasciato le penne.

Meno pacifiche le proteste in Irlanda del Nord, dove il leader del partito filo-irlandese Sinn Fein, Gerry Adams, ha sottolineato che la Brexit causerà la fine degli Accordi del Venerdì Santo, che non riguardano questioni ecclesiastiche ma la pace tra la maggioranza protestante e la consistente minoranza cattolica, guidata dallo Sinn Fein e di cui fa parte la purtroppo celebre Irish Republican Army.

Il referendum sulla Brexit ha quindi causato l’ascesa al potere di Boris Johnson come ministro e non giullare di corte, divisioni all’interno del partito conservatore, il suicidio politico dei laburisti e le possibilità di un’indipendenza della Scozia e dell’Irlanda del Nord, se non addirittura (nel peggiore dei casi) la riacutizzazione del conflitto nell’Ulster. Insomma, delirio completo nella perfida Albione. Ma la follia collettiva ha risparmiato ancora una persona, che potrebbe tentare un colpo di stato un po’ vintage…

Lei è pronta. (REUTERS/Dan Kitwood/Pool)
Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Roma - La Sapienza e in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna - Polo di Forlì. Sono fondatore di BunteKuh e sto studiando per un Master in Marketing, Comunicazione e Made in Italy del CSCI.

5 COMMENTI

  1. Bellissima e divertente analisi sui recenti isterismi made in Albione! Non smettere di scrivere sull’argomento, in particolare troverei interessantissimo leggere ancora degli sviluppi politici capitanati dalla Vessicchio di Scozia e delle conseguenze generate dalla decisione nazi della Corte Suprema. Curiosità: ma le motivazioni della sentenza sono arbitrarie e politiche quanto la decisione o è espressamente previsto che Irlanda d.N. e Scozia vengano messe all’angolino in simili contingenze? Complimenti ancora! 🙂

    • Ciao, e grazie per il commento! 😀 Comunque decisioni giudiziarie di questo genere (sulla cd. mega-politics, cioè i principi stessi dell’ordinamento) hanno sempre una matrice più o meno politica, perché la Corte si trova a dover ragionare su come bilanciare i vari interessi in gioco. Per quanto riguarda il voto parlamentare era facile, ma poi si devono essere trovati in difficoltà con Scozia e Irlanda del Nord. Poi considera che il Regno Unito è in certa misura ancora uno stato unitario, la devolution è iniziata molto tardi (nel 1997) e in linea di massima le maggiori decisioni vengono ancora prese da Londra. L’altro problema politico riguarda il fatto che Irlanda del Nord e Scozia contano una parte molto bassa della popolazione del Regno (in percentuale non arrivano al 20%), per cui ci si domanda pure se sia giusto che una minoranza possa bloccare i lavori su un tema del genere. La risposta alla tua curiosità è quindi: sicuramente ci sono delle ragioni politiche, ma il confine è molto sfumato dal fatto che Scozia e Irlanda del nord sono constituencies piccole. Fosse successo in Spagna (con la Catalogna al posto della Scozia) sarebbe stato un po’ più complesso, secondo me! Grazie ancora per il commento! 🙂

  2. […] I Verdi sono stati fondati nel 1990 dall’unione di quattro partiti ambientalisti e di sinistra. Nel 2012 il movimento ha ricevuto il 2,3% dei voti e solo quattro deputati, tra cui il trentenne Jesse Klaver. Il partito è favorevole all’immigrazione (il leader ha origini marocchine) e fautore di una maggiore integrazione europea, bilanciata da una maggiore democraticità. A differenza di molti partiti verdi europei, il focus del movimento non è solo la difesa dell’ambiente, ma anche la battaglia contro l’ineguaglianza economica e sociale. Sempre distaccandosi da una tradizione di sinistra, è intenzionato a combattere la sfida dell’ineguaglianza con uno sguardo al futuro e non al passato: ha apertamente criticato il laburista inglese Jeremy Corbyn per le sue ricette un po’ vintage come la riapertura delle miniere. Da filo-europeista, chissà cosa pensa delle posizioni di Corbyn sulla Brexit. […]

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