San Camillo e CEI – Breve storia dell’obiezione di coscienza

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Nicola ZIngaretti obiezione di coscienza
Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio dal 2013, propositore del bando della discordia (Wikipedia)

Due ginecologi che non optano per l’obiezione di coscienza. È questa la qualifica richiesta dal bando del 22 febbraio 2017, promosso dalla Regione Lazio e dall’Ospedale San Camillo di Roma. Se presentare un bando per assumere due ginecologi è tutt’altro che strano, specificare che non devono essere obiettori lo è, ed è una decisione destinata a scatenare molte polemiche. Il ministro Lorenzin ha subito criticato la Regione per la formulazione del bando. Giorgia Meloni parla di “dittatura della morte”. La CEI ha dichiarato che il bando della Regione snatura la legge sull’aborto (l.194/1978), che nelle intenzioni del legislatore avrebbe avuto una natura di prevenzione. Addirittura l’Ordine dei medici romano si è spinto a definire il concorso “discriminatorio”. Levata di scudi per l’obiezione di coscienza, un diritto accordato ai medici grazie all’articolo 9 della legge 194, ma che ha una storia molto più lunga e una genesi molto travagliata.

Guglielmo il Taciturno obiezione di coscienza
Guglielmo il Taciturno, stadthouder d’Olanda, è stato uno dei primi sovrani a permettere l’obiezione di coscienza. (Ritratto di Antonio Moro)

FATE L’AMORE, NON FATE LA GUERRA – L’obiezione di coscienza nasce come risposta alla leva obbligatoria dei cittadini. La partecipazione al reparto militare degli individui di sesso maschile si è affermata sin dall’antica Grecia ed è stata riproposta nei secoli fino ad oggi. Il primo obiettore risale all’Impero Romano. Corre l’anno 295, e un giovane cristiano di etnia berbera si rifiuta di partecipare alla chiamata alle armi, a cui era obbligato in quanto figlio di un veterano. Il ventunenne Massimiliano di Tebessa (poi canonizzato) riconosce che la sua religione impedisce l’uso della violenza e il suo rifiuto gli costa la vita. Nell’antica Roma, infatti, non vi era alcun modo per sottrarsi alla leva, e questa impossibilità si è prolungata nel corso dei secoli.

La storia dell’obiezione di coscienza si allontana dalla storia del cattolicesimo, che si distacca dal pacifismo di San Massimiliano. La battaglia viene però sposata da alcune congregazioni cristiane minori, come Anabattisti e Quaccheri. Sono questi gruppi a ottenere il primo riconoscimento della possibilità di sottrarsi alla leva. Guglielmo il Taciturno, stadthouder delle Province Unite nella seconda metà del Cinquecento, esentò gli anabattisti dalla leva in cambio del versamento di una quota di denaro. L’obiezione di coscienza viene poi accordata ai Quaccheri in Gran Bretagna nel 1757 e negli Stati Uniti a partire dalla Guerra d’Indipendenza (1775-1783). La coscrizione di tutti i cittadini è stata introdotta poi con la Rivoluzione Francese e solo con l’avvento del XX secolo si riconobbe l’obiezione di coscienza in Occidente. All’inizio essa era accordata solo per ragioni religiose, ma con il passare dei decenni si iniziò a riconoscere la possibilità anche per ragioni politiche.

Inoltre, cambiano anche le alternative al servizio militare: da un indennizzo economico si passa a un servizio civile. L’obiezione di coscienza in Italia è introdotta proprio con la legge Marcora (l.772/1972) che istituisce il servizio civile. Va evidenziato che fino al 1998 il servizio civile era visto come un beneficio per il cittadino e non un diritto, e non vi era il riconoscimento dell’obiezione per ragioni politiche. Nel 2004 la leva obbligatoria viene eliminata dall’ordinamento italiano.

 

emma bonino obiezione di coscienza
Emma Bonino è una delle più grandi promotrici della battaglia per il diritto all’aborto, illegale fino al 1978. Si è costituita alle autorità nel 1975 per dare rilevanza nazionale al problema degli aborti clandestini. (Getty Images)

L’OBIEZIONE DI COSCIENZA E L’ABORTO – L’istituto è poi ampliato dal settore militare a quello medico. In particolare, l’individuo ha ottenuto il diritto di non effettuare interruzioni di gravidanza per ragioni etiche. La norma non è riservata ai ginecologi, ma a tutti gli operatori legati all’operazione d’aborto: infermieri, anestesisti e persino farmacisti.

L’interruzione volontaria di gravidanza è stata introdotta, si è detto, con la l. 194/1978 dopo una gestazione molto lunga, durata due legislature. La discussione parte nel 1973, con una proposta di legge presentata dal socialista Loris Fortuna, lo stesso che dà il nome alla legge sul divorzio. Il 1975 è l’anno della svolta: oltre all’arresto di Emma Bonino e di Adele Faccio (capo della CISA), la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità parziale della legislazione penale sull’aborto, permettendo il cd. aborto terapeutico, vale a dire la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di pericolo di vita per la madre. La sentenza 28 del giudice costituzionale ha portato ad un dibattito parlamentare serrato, con una proposta differente per ogni partito.

Dopo una pausa dovuta alle elezioni anticipate del 1976, si ricomincia a parlare d’aborto nel 1977: è qui che inizia a nascere l’obiezione di coscienza in questo campo, introdotta da un emendamento della Democrazia Cristiana. Nel 1978, come detto, è stata approvata la legge 194. Nel 1981 si tennero due referendum abrogativi: uno promosso dalla DC, che mirava a mantenere il solo aborto terapeutico, e uno promosso dai Radicali, che prevedeva una piena liberalizzazione dell’aborto, non limitato agli ospedali pubblici. I due referendum non passarono, e una terza proposta del Movimento per la Vita fu bocciata dalla Corte Costituzionale: l’associazione richiedeva una nuova penalizzazione dell’aborto.

Il dibattito su aborto e obiezione di coscienza è comune a tutti i paesi occidentali. In alcuni di questi, come Malta, l’interruzione volontaria di gravidanza è ancora illegale; mentre in altri è limitato ai casi terapeutici, come in Irlanda. In ogni caso, molti paesi dove è stata operata la depenalizzazione prevedono normative per l’obiezione di coscienza. Un buon esempio è quello statunitense: il diritto all’aborto è stato riconosciuto nel 1973 dalla Corte Suprema nella celebre sentenza Roe v. Wade. In seguito alla decisione, la politica federale e statale si è mossa per introdurre delle “conscience clauses”, norme che permettono l’obiezione di coscienza ai medici, e in alcuni Stati anche ai farmacisti. Il Congresso ha anche approvato il Church Act, una legge che permette alle istituzioni sanitarie di natura religiosa di non effettuare interruzioni volontarie di gravidanza, nonostante ricevano fondi pubblici.

In Europa, invece, cinque Paesi (Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Islanda e Svezia) non permettono l’obiezione di coscienza pur prevedendo normative sull’aborto. In Germania è riconosciuto il diritto del medico a non effettuare interruzioni di gravidanza, ma questa possibilità non è ampliata ai farmacisti.

Beatrice Lorenzin obiezione di coscienza
Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin (NCD) (ANSA/Giuseppe Lami)

LOTTA SENZA QUARTIERE TRA DONNE E MEDICI – Nonostante le normative sull’aborto siano state approvate in molti paesi da oltre quarant’anni, la contestazione dei gruppi pro-vita è più forte che mai e il diritto all’interruzione di gravidanza è sempre sotto assedio. È nota la proposta di legge polacca per introdurre il divieto totale di aborto dell’ottobre scorso, poi naufragata a causa delle proteste popolari. Negli Stati Uniti, invece, una delle problematiche principali a ogni elezione dei giudici della Corte Suprema è proprio la posizione su Roe v. Wade.

In un clima così rovente è evidente che gli attivisti pro-choice si scaglino contro l’obiezione di coscienza. Essi reputano, infatti, che l’obiezione di coscienza sia sacrosanta in ambito militare, ma non in quello medico. La leva è (o è stata) infatti obbligatoria per ogni cittadino, per cui un’esenzione dal servizio militare è reputata accettabile in virtù di un obbligo legale. Nel caso dell’aborto, invece, non si obbliga individui obiettori a esercitare la professione medica. Si tratta quindi di una questione generale nel caso militare e di una meramente legata a una professione nel secondo caso. A questa critica se ne aggiunge un’altra: se nel 1978 era sensato prevedere l’obiezione di coscienza (medici in attività da decenni non erano necessariamente portati a essere favorevoli a una questione così complessa), quasi quarant’anni dopo la normativa risulta anacronistica da una visione pro-choice.

A suffragare, purtroppo, queste critiche è l’altissimo tasso di obiezione tra i ginecologi in Italia. La media del Bel Paese si assesta sul 70% di obiettori, toccando punte del 93% in Molise. In questa regione vi è un solo ginecologo che pratica l’interruzione di gravidanza e Repubblica lo ha intervistato due settimane fa. Una quota così alta, dicono le associazioni pro-choice, limita la scelta della donna e di fatto impedisce l’aborto. È dell’altro ieri la denuncia della CGIL padovana del disservizio: il sindacato ha infatti aiutato una donna 41 enne ad abortire dopo essere stata costretta a rivolgersi a ben ventidue strutture ospedaliere. Come può abortire una donna? Rivolgendosi, purtroppo, a cliniche di contrabbando, andando all’estero, o effettuandolo in maniera artigianale, con il rischio di perforazioni all’utero e persino di morire. L’inchiesta di Repubblica del febbraio 2014 dà un quadro sconfortante dello stato dell’interruzione volontaria di gravidanza. Sconfortante per le donne e il LAIGA, meno per la ministra Lorenzin che ha evidenziato che il 30% di medici non obiettori garantisce le possibilità previste dalla legge 194.

Una situazione così complessa non può non comportare lo scontro tra movimenti pro-vita (e i medici) e le associazioni pro-choice (e le donne che vogliono abortire). Lo scontro si fonda su un dilemma: ci sono due diritti da proteggere che vanno direttamente in contrasto tra loro. Quale diritto dovrebbe prevalere, se ce ne dovesse essere uno di grado superiore? Chi lo decide? L’unica risposta attuale dalla politica è proprio quella proposta dalla Regione Lazio, ma il legislatore nazionale dovrà prima o poi fare i conti con un sistema non ottimale.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Roma - La Sapienza e in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna - Polo di Forlì. Sono fondatore di BunteKuh e sto studiando per un Master in Marketing, Comunicazione e Made in Italy del CSCI.

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