Brutta Storia: Il Giappone e gli orrori dell’Unità 731

Dal 1936 al 1945, l'Unità 731 dell'Esercito giapponese ebbe il compito di sviluppare armi chimiche e batteriologiche per l'Impero del Sol Levante. Lo fece provocando la morte di centinaia di migliaia di civili, e solo dodici persone furono punite per questo.

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Un edificio del complesso dell'Unità 731 ad Harbin, nel 2008. (松岡明芳)
Un edificio del complesso dell'Unità 731 ad Harbin, nel 2008. (松岡明芳)

A cavallo tra le due guerre mondiali, l’Esercito giapponese era potente quanto indisciplinato: ciò a causa della mancanza di una “cultura” bellica, dovuta alla sua giovane età come organismo moderno ed all’inesperienza degli ufficiali al comando, ma anche perché animato da grande fervore imperialistico. Combinazione terribile, questa, che rese il Giappone protagonista di un numero incredibile di crimini di guerra, poi oscurati solamente dalla barbarie nazista. Se – però – orrendi eventi come lo Stupro di Nanchino (1937-38) si dovettero alla mancanza di disciplina dei soldati (ed alla mancanza di autorità dei superiori), la storia dell’Unità 731 è stata invece il triste frutto di un preciso calcolo di “interesse nazionale”.

L’occupazione giapponese in Cina nel 1940. (United States Military Academy)

DALLA PRIMA ALLA SECONDA GUERRA SINO-GIAPPONESE – Durante la prima metà del Novecento, l’Impero Giapponese vedeva nell’ancor debole Cina un facile terreno di conquista, dal quale proiettare le proprie velleità dominatrici sul resto del Pacifico. Già con la Prima Guerra Sino-Giapponese (1894-95) il Sol Levante si era appropriato (oltre che del protettorato sulla Corea) di Taiwan, della Manciuria orientale e di altri territori cinesi. Fu poi la volta delle Ventuno Richieste (1915) con le quali tentò di estorcere enormi privilegi – di fatto un vassallaggio – al governo di Nanchino; la Cina, in quel caso, si salvò da un accordo già sottoscritto solamente grazie all’influenza degli Stati Uniti, che vedevano minacciato il loro monopolio sulle risorse cinesi. Nel 1931 il Giappone invase la Manciuria in seguito ad un paio di incidenti che furono strumentalizzati come casus belli: in quell’occasione fu creato il governo fantoccio del Manchukuo, che rispondeva direttamente a Tokyo.

Questi avvenimenti condussero infine alla Seconda Guerra Sino-Giapponese, scatenata dal pretesto dell’incidente del Ponte di Marco Polo ma – alla luce di quanto detto – già nell’aria da tempo come continuazione dell’espansionismo giapponese: ne seguì, infatti, un’invasione su larga scala del territorio cinese. È in questo contesto, poi sfociato direttamente nell’ambito della Seconda Guerra Mondiale, che si situano le atrocità compiute dall’Unità 731.

Shirō Ishii, 1892-1959. (Wikipedia)

COSA FU L’UNITÀ 731 – Situata ad Harbin, in Manciuria, l’Unità 731 dell’Esercito Giapponese era ufficialmente il Dipartimento di Purificazione Idrica e Prevenzione delle Epidemie dell’Armata del Kwantung (関東軍防疫給水部本部). Questa denominazione fungeva da copertura per le reali attività dell’Unità: ricerca per la guerra chimica e batteriologica attraverso la sperimentazione su cavie umane.

L’Unità 731 rimase attiva per nove anni, dal 1936 al 1945, e si stima che abbia causato la morte di centinaia di migliaia di persone, civili e prigionieri di guerra che furono sottoposti agli esperimenti. Il generale e chirurgo Shirō Ishii (石井 四郎), che ne fu a capo, era dal 1932 l’uomo chiave per la ricerca batteriologica a scopo bellico del Paese – il tutto in barba al relativo Protocollo di Ginevra, ratificato dal Giappone nel 1925. Ishii, protagonista di una rapida carriera, era convinto che il Sol Levante necessitasse di armi chimiche e batteriologiche, perché il suo esercito potesse essere realmente all’altezza delle politiche imperialistiche propugnate. Già nel 1930, dopo aver constatato che altri Paesi si stavano dotando di un proprio programma del genere, fece pressione perché il Giappone non fosse da meno.

La sperimentazione su esseri umani fu il metodo utilizzato per raggiungere tali scopi. Le principali cavie dell’Unità 731 furono infatti i prigionieri delle campagne in Cina e Russia, considerati subumani dai Giapponesi, tanto che la loro denominazione in codice era maruta (丸太), letteralmente “pezzo di legno”. Nei 150 edifici che costituivano l’enorme complesso dell’Unità 731 persero la vita fra i 3mila ed i 12mila prigionieri (dei quali quasi il 70% cinesi, quasi il 30% russi, ed una piccola parte di coreani, mongoli ed altri prigionieri di guerra alleati).

Ma – purtroppo – i prigionieri costituiscono una frazione alquanto ridotta delle vittime totali: la maggior parte di esse, come si spiegherà fra poche righe, va identificata in intere popolazioni locali che erano all’oscuro di tutto.

Membri dell'Unità 731.
Membri dell’Unità 731. (Dominio pubblico)

GLI “ESPERIMENTI” DELL’UNITÀ 731 – Le nove divisioni dell’Unità 731 – come anche le sue unità “affiliate”, quali la 100 e la 1644 – fecero uso sistematico di metodi di sperimentazione inumani allo scopo di creare agenti chimici e batteriologici da usare efficacemente in guerra. E tutto questo già pochi anni prima dei più noti esperimenti di Josef Mengele.

Il più comune di essi era la vivisezione senza anestesia, della quale furono vittime migliaia di prigionieri, inclusi bambini e neonati. Tale metodo, usato su pazienti sani e malati, doveva servire ad osservare la reazione del corpo umano (in vita, poiché si temeva che il processo di decomposizione potesse alterare i risultati). In alcuni casi arti ed organi venivano rimossi e riattaccati in altre parti del corpo.

Altro esperimento che è difficile definire tale consisteva nello stupro sistematico delle prigioniere da parte delle guardie, ed in rapporti sessuali forzati fra prigionieri sani ed infetti da malattie veneree quali sifilide e gonorrea. Ciò allo scopo di provocare gravidanze, e procedere poi ad osservare il decorso della malattia e la trasmissione verticale al feto.

Su alcuni prigionieri dell’Unità 731 si volle osservare l’effetto del gelo e del calore sul corpo umano. Gli arti delle vittime erano sottoposti a diversi gradi di congelamento e poi stimolate, colpite, scongelate o amputate con una gamma tragicamente vasta di metodi. In altri casi si osservava fino a che punto il corpo umano potesse sopportare l’alta temperatura e le ustioni.

Purtroppo, la varietà degli esperimenti condotti sui prigionieri non si ferma qui: alcuni di essi furono legati a pali ed usati per “testare” l’effetto di baionette, granate e lanciafiamme; altri si videro iniettare sangue o urina di animali, o acqua marina; altri ancora furono sottoposti ad ingenti dosi di raggi X o gas velenosi; ed altri, infine, furono posti in centrifughe o camere ad alta pressione finché il corpo non cedeva.

Ma l’esperimento più terribile in termini di vittime consistette in una vera e propria diffusione di epidemie fra le popolazioni circostanti: gli “scienziati” dell’Unità allevavano pulci portatrici di peste bubbonica, con le quali si creavano bombe che venivano lanciate sui villaggi, sui campi agricoli e sulle sorgenti d’acqua. In alcuni casi si procedette a sganciare casse di vestiti e provviste, anch’esse infette, o perfino distribuire alimenti e caramelle contenenti i patogeni. Squadre in tuta protettiva venivano poi inviate ad osservare i risultati. Oltre alla peste bubbonica, lo stesso esperimento fu condotto con antrace, vaiolo, tifo, colera, botulino, tularemia ed altri patogeni letali. La stima delle vittime di queste epidemie varia dai 250mila ai 400mila civili. Un simposio internazionale costituitosi nel 2002 a Changde, una delle località colpite, azzardò una stima di 580mila morti.

Ripresa aerea del complesso di Harbin. (Wikipedia)

CRIMINI RIMASTI IMPUNITI – Le attività dell’Unità 731 giunsero alla conclusione nell’agosto del 1945, mentre l’Armata Rossa prendeva il controllo della Manciuria. Ishii ordinò ai suoi uomini di “portarsi il segreto nella tomba” e furono distribuite pillole al cianuro, da utilizzarsi in caso di cattura. Alcuni edifici del complesso furono fatti esplodere per insabbiare l’accaduto, ma la maggior parte rimase in piedi.

Tuttavia, una volta che gli Alleati scoprirono il reale scopo dell’Unità 731, la reazione non fu di condanna. Mentre la guerra si avviava alla conclusione, il generale statunitense Douglas MacArthur fece un patto con gli informatori giapponesi, garantendo ai membri dell’Unità 731 immunità totale dai loro crimini in cambio dell’accesso ai dati di ricerca sulla guerra batteriologica. In cambio, al Tribunale di Tokyo sui crimini di guerra non si fece mai menzione dell’Unità, con un solo riferimento isolato all’uso di “sostanze velenose” su alcuni civili cinesi. L’avvenuto non fu mai condannato dalle autorità americane.

La reazione sovietica fu diversa: nel 1949, nel corso dei processi di Khabarovsk, dodici ufficiali giapponesi ricevettero condanne dai due ai venticinque anni di lavori forzati per crimini di guerra. Tali processi furono bollati dagli Americani come propaganda comunista, e non furono riconosciuti. Tuttavia, anche l’URSS utilizzò i documenti giapponesi per costituire un laboratorio di ricerca sulle armi batteriologiche.

Il Giappone, nel dopoguerra, si è ripetutamente scusato – in modo generico – per il suo “comportamento pre-bellico”, ma senza mai entrare nel dettaglio dell’Unità 731. Nel 1997, una class action che richiedeva le riparazioni del caso fu considerata priva di fondamento dalle corti nipponiche, che pure ammisero che i fatti fossero realmente accaduti. Nel 2003, il primo ministro Junichiro Koizumi affermò che il governo non disponeva di alcuna informazione sull’Unità, riconoscendo però la gravità del fatto ed impegnandosi a rendere pubblico ogni documento che fosse stato rinvenuto in futuro.

La maggior parte dei membri dell’Unità 731 ha continuato, dopo la guerra, a ricoprire incarichi lavorativi più o meno prestigiosi. Masaji Kitano (北野政次), capo dell’Unità dal ’42 al ’45 – mentre Ishii comandava la Sezione Medica della Prima Armata – diresse la compagnia farmaceutica Green Cross fino al 1986, anno della sua morte. Shirō Ishii si recò in Maryland per fornire consiglio sulla ricerca batteriologica, per poi morire a Tokyo nel 1959, di cancro alla gola.

Fonti cartacee:

  • H. Gold, Unit 731 Testimony, Tuttle, 2011.
  • D. Barenblatt, A Plague Upon Humanity: The Secret Genocide of Axis Japan’s Germ Warfare Operation, HarperCollins, 2004.
  • Editoriale, in Asahi Shimbun, 30 agosto 1997.
Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore di Bunte Kuh, scrivo anche per ilMegliodiInternet.it e per theWise Magazine, di cui sono responsabile tecnico.

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