Paesi Bassi per tutti: guida alle elezioni politiche del 15 marzo

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Mark Rutte Paesi Bassi
Il primo ministro olandese Mark Rutte, in carica dal 2010. (AFP Photo/Frederik Florin)

Mercoledì 16 marzo si tengono le elezioni politiche nei Paesi Bassi, a distanza di cinque anni dalle ultime. L’attenzione mediatica è enorme, perché si tratta di una delle tre votazioni che potrebbero segnare il futuro dell’Unione Europea. Anche in Olanda si è infatti diffuso il vento euroscettico e populista, incarnato da Geert Wilders e dal suo Partito per la Libertà (PVV). In caso di vittoria, Wilders ha promesso un referendum sull’uscita dei Paesi Bassi dall’Unione Europea. Ma il PVV sarà veramente in grado di guidare un governo? E vincerà sicuramente?

Stati Generali Paesi Bassi
Il Binnenhof dell’Aia, la sede degli Stati Generali dei Paesi Bassi. (Wikipedia)

LE ELEZIONI NEI PAESI BASSI – A giocare contro Wilders è la natura consociativa del sistema olandese. Dal 1918 si sono formati solamente governi di coalizione tra due o più partiti con accordi post-elettorali. Il sistema elettorale olandese è un esempio di proporzionale puro: nessuna soglia di sbarramento esplicita, un collegio unico nazionale, e un limite implicito dello 0,66%. Appena settantamila voti, pari a Cremona o ad Acilia. Un sistema così rappresentativo riduce la logica del “voto utile” verso le formazioni maggiori e aumenta la frammentazione partitica. Nelle elezioni del 2012 ben undici partiti hanno ottenuto dei seggi in Parlamento.

A complicare la formazione del governo è la presenza di un Senato (curiosamente chiamato Eerste Kamer, Prima Camera) eletto in maniera indiretta dai legislativi delle sette province olandesi. La coalizione non deve quindi raggiungere solo la maggioranza dei voti nella Camera bassa, ma avere anche i numeri al Senato, che non vota la fiducia ma delibera sui provvedimenti: il secondo governo Rutte, conseguente alle elezioni del 2012, era composto dai soli due partiti principali, liberali e laburisti, ma al Senato riceveva l’appoggio esterno di altre formazioni minori di centro-sinistra. Alle elezioni del 15 marzo si sono presentate ventotto formazioni e secondo i sondaggi dovrebbero entrare circa quattordici partiti in parlamento.

Con un numero di gruppi così elevato, sarà un incubo per gli scrutatori contare il numero dei voti. Oltre agli scrutatori, sarà problematico anche per la Commissione Elettorale. Di norma, i risultati del seggio sono inseriti su una penna USB e consegnati alla Commissione. Il paventato rischio di attacchi cibernetici da parte della Russia ha portato all’adozione di una scelta vintage: tutta la pratica sarà gestita in maniera manuale.

Geert Wilders Paesi Bassi
Geert Wilders, leader del PVV. (Reuters/Michael Kooren)

IL FENOMENO WILDERS – Cinquantatré anni e una capigliatura improbabile, Geert Wilders è stato per alcuni anni collaboratore di Fritz Bolkestein, leader del Partito Popolare per la Democrazia e la Libertà (VVD). Con il suo mentore, Wilders condivide una posizione negativa nei confronti dell’immigrazione massiccia. È entrato in Parlamento per la prima volta nel 1998 e da allora è stato sempre rieletto. Dopo tre elezioni sotto l’egida del VVD, ha lasciato il partito nel 2004 in conseguenza delle negoziazioni per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Due anni dopo ha fondato il suo partito (PVV), un movimento di cui è l’unico iscritto. Il manifesto politico è composto di una sola pagina e prevede principalmente misure contro l’Islam, quali chiusura delle moschee e abolizione del Corano.

Oltre alla sua posizione fermamente anti-islamica, Wilders ha criticato l’Unione Europea; è stato tra i leader politici a schierarsi contro il referendum sulla Costituzione per l’Europa, bocciato dal 62% degli olandesi. Wilders si è anche espresso contro l’élite politica dell’Aia, rea di vivere in una bolla staccata dai cittadini; si potrebbe quindi vedere come un Salvini o un Trump in salsa orange. A distinguerlo da loro (e da quasi tutti i leader dell’estrema destra europea) sono le sue posizioni sociali: è sostenitore dell’uguaglianza di genere, dell’aborto e dei matrimoni gay. Addirittura Wilders parla di “valori olandesi“, da difendere dalle spinte espansionistiche dell’Islam.

La critica radicale all’Islam non è però nata con Wilders ma ha radici storiche abbastanza rilevanti. Il primo leader dei Paesi Bassi a schierarsi contro l’Islam fu Pim Fortuyn. Leader della lista omonima che arrivò seconda nel 2002, Fortuyn aveva idee molto simili a quelle di Wilders. Le sue posizioni erano molto contrastate all’interno del paese e si sviluppò un clima di tensione che portò all’omicidio del leader populista nove giorni prima delle elezioni politiche. Per la stessa ragione fu brutalmente ucciso e decapitato il regista Theo Van Gogh nel 2004; i due omicidi hanno portato Wilders a vivere sotto scorta e lo hanno portato a essere il fulcro del dibattito sull’Islam.

Lodewijk Asscher Paesi Bassi
Lodewijk Asscher, ministro degli Affari Sociali nel governo Rutte, è il leader del Partito laburista (PvDA). (ANP)

I PARTITI GOVERNATIVI – La “casta” partitica dei Paesi Bassi è composta principalmente da quattro partiti, che hanno fatto parte, a turno, di tutti i governi degli ultimi cinquant’anni: i liberali (VVD) di Mark Rutte, i democristiani (CDA) di Sybrand Buma, i laburisti (PvDA) di Lodewijk Asscher e i liberal-progressisti (D66) di Alexander Pechtold.

Il VVD è stato il primo partito alle ultime elezioni del 2012 e ha ottenuto il 26,6% dei voti e 41 seggi. Si tratta di un partito liberista in economia ma abbastanza liberale sulle istanze sociali. Facevano parte della grande coalizione con i laburisti che ha portato al riconoscimento del matrimonio gay, alla legge sull’eutanasia e alla legalizzazione della prostituzione. Negli ultimi mesi il partito si è schierato in maniera più ferma verso l’immigrazione: il primo ministro Rutte ha richiesto agli immigrati non disposti ad integrarsi di lasciare il Paese. Una mossa, questa, fatta per ridurre il consenso elettorale del PVV. Inoltre, il muro posto contro Erdogan nella recente polemica sul comizio negato al ministro turco Cavusoglu ha dato una maggiore spinta al partito, che ha negli ultimi giorni superato il PVV nei sondaggi.

Il CDA è stato il quinto partito alle elezioni del 2012, con uno scoraggiante risultato dell’8,6% e solo tredici parlamentari; il partito è stato infatti al governo quasi ininterrottamente negli ultimi cento anni. È un partito centrista e fulcro delle principali alleanze. Anche i democristiani hanno fatto propria una parte del discorso di Wilders, secondo il Guardian: il leader Buma ha infatti evidenziato la sempre maggiore ansia, paura e insicurezza del popolo olandese. Il D66 è un partito liberale di sinistra, favorevole a un’economia mista e incurante delle sirene populiste. Alle elezioni del 2012 ha ottenuto un risultato simile a quello del CDA, ottenendo l’8% e dodici seggi.

Il partito laburista sarà prevedibilmente il grande sconfitto delle prossime elezioni. Secondo partito nel 2012 con 38 deputati e il 25% dei voti, ha governato con i liberali nell’ultima legislatura. Le tradizionali posizioni socialdemocratiche si sono indebolite negli ultimi anni, come accusato da numerosi ex elettori del partito. Il leader Asscher si è fatto notare nelle ultime settimane per una svolta radicale: secondo il ministro è necessario riformare il sistema di libera circolazione delle persone nell’Unione Europea per tutelare i lavoratori nazionali.

Jesse Klaver Paesi bassi
Jesse Klaver, trentenne di origini marocchine, è il leader dei Verdi olandesi (Action Press/Rex/Shutterstock)

GLI ALTRI PARTITI PRINCIPALI: VERDI E SOCIALISTI – Il Partito Socialista (SP), entrato per la prima volta in Parlamento nel 1994 e oggi guidato da Emile Roemer, è il principale partito di sinistra radicale. Nelle ultime tre elezioni ha ottenuto ottimi risultati, assestandosi attorno al 10%, con un picco del 16,5% alle elezioni del 2006. Oltre al curioso simbolo (un pomodoro), il partito è noto per la sua posizione no-global e anti-europeista, a difesa dei lavoratori olandesi.

I Verdi sono stati fondati nel 1990 dall’unione di quattro partiti ambientalisti e di sinistra. Nel 2012 il movimento ha ricevuto il 2,3% dei voti e solo quattro deputati, tra cui il trentenne Jesse Klaver. Il partito è favorevole all’immigrazione (il leader ha origini marocchine) e fautore di una maggiore integrazione europea, bilanciata da una maggiore democraticità. A differenza di molti partiti verdi europei, il focus del movimento non è solo la difesa dell’ambiente, ma anche la battaglia contro l’ineguaglianza economica e sociale. Sempre distaccandosi da una tradizione di sinistra, è intenzionato a combattere la sfida dell’ineguaglianza con uno sguardo al futuro e non al passato: ha apertamente criticato il laburista inglese Jeremy Corbyn per le sue ricette un po’ vintage come la riapertura delle miniere. Da filo-europeista, chissà cosa pensa delle posizioni di Corbyn sulla Brexit.

Peter Plasman, leader del partito Niet Stemmers. (Twitter di Plasman)

PARTITI MINORI DA RICORDARE – Oltre alle sette formazioni già citate e alla ChristenUnie (CU), vi sono numerosi partiti che concorrono alle elezioni, nella speranza di ottenere uno o due seggi. Alcuni di questi movimenti sono portatori di idee precise e sono legate ad un gruppo sociale: la formazione 50+ è legata ai pensionati dei Paesi Bassi e c’è anche un partito degli animalisti (PvdD). Ci sono due gruppi dedicati agli immigrati (Denk e Artikel 1) e due partiti di estrema destra più xenofobi di Wilders (GeenPeil e VNL). C’è un movimento anti-europeista che ama fare referendum contro l’Europa (FvD) e il Partito Pirata, simile agli altri partiti pirati del mondo, che ha pagato la tassa di iscrizione alle elezioni in bitcoins. Nella patria della libertà sociale, esiste anche un partito cristiano (SGL) che è contrario alle donne in politica. Il più interessante però è Niet Stemmers: il movimento di Peter Plasman si rivolge ai non votanti, cercando di dar loro rappresentanza politica. Il loro manifesto? Se ci eleggete, non facciamo nulla.

QUALI PREVISIONI PER IL FUTURO? – È difficile prevedere quale sarà la composizione del nuovo parlamento. Attualmente il VVD ha scavalcato il partito di Wilders al primo posto nei sondaggi con il 17%; a partire da dicembre, infatti, il PVV ha subito un tracollo di voti che lo hanno portato in seconda posizione, con una previsione del 14%. Subito dietro si posizionerebbero democristiani, liberal-progressisti, verdi e socialisti, con una forbice tra l’10% e il 13%. Rispetto alle elezioni del 2012, il passo in avanti maggiore lo farebbero i Verdi, che quadruplicherebbero il risultato di cinque anni fa. Settimo partito sarebbero i laburisti, dati al 7%, con un crollo verticale. Gli altri due partiti cristiani (CU e SGP), pensionati e animalisti si assesterebbero tra il 2% e il 4%, lasciando le briciole alle altre formazioni. Con una situazione così frammentata, è prevedibile che almeno cinque partiti prenderanno parte al governo e una situazione simile porterà a una conventio ad excludendum ai danni di Wilders. Questa previsione potrebbe verificarsi anche in caso di vittoria del PVV, come avviene in sistemi iper-proporzionali come i Paesi Bassi o Israele. Al momento la possibilità più plausibile è una grande coalizione tra i quattro partiti governativi e i Verdi, ma potrebbe venire creata anche una coalizione di centro-sinistra con i socialisti al posto del VVD. La formazione del governo avrà anche un impatto sulla permanenza nell’Unione Europea; con Wilders fuori dall’esecutivo, si allontana la possibilità di una Nexit, visto il filoeuropeismo di tutte le altre formazioni maggiori. Ma queste sono solo speculazioni che saranno sicuramente smentite domani. Gli studi evidenziano che oltre il 20% dei cittadini dei Paesi Bassi non decide per chi votare fino all’ultimo giorno, se non fino all’arrivo al seggio. E con ventotto formazioni, ci sarebbe da preoccuparsi del contrario!

 

 

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Roma - La Sapienza e in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna - Polo di Forlì. Sono fondatore di BunteKuh e sto studiando per un Master in Marketing, Comunicazione e Made in Italy del CSCI.

2 COMMENTI

  1. […] La Macedonia è finalmente entrata in un club europeo. No, non si tratta dell’Unione Europea, o della NATO. Il piccolo paese balcanico è entrato nel club dei Paesi ingovernabili, che nel corso dell’ultimo decennio ha raggruppato alcuni paesi europei. Dal Belgio, dove non si è creato un governo per quasi un anno e mezzo, all’Italia, dove tutti ricordiamo la difficoltà a costituire l’esecutivo Letta, nella speranza che ad essi non si associno anche i Paesi Bassi. […]

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