Europa tra cooperazione e indipendenza: alcune ipotesi su nuovi panorami

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Protestanti contro la Brexit davanti a Downing Street, Londra, lo scorso 24 giugno. (Mary Turner/Getty Images)

LE REGOLE DELLA COOPERAZIONE – Non è detto che la Gran Bretagna, riguadagnata la sua “indipendenza” dal resto d’Europa, non possa fornire un punto d’appoggio efficace per la riuscita dell’impresa economica collettiva degli Stati europei, più di quanto lo avrebbe potuto fare all’interno dell’Unione. Se le regole che essa converrà con i diversi Stati dell’Unione Europea saranno basate su una cooperazione efficace, i risultati potrebbero essere maggiori di quanto non lo siano sotto il livellamento cui è costretta nell’Unione. Una serie di legami, a lungo andare, sarebbero stati percepiti come impedimenti. Vi è una tensione fra indipendenza e cooperazione, dove quest’ultima può avere differenti significati.

La cooperazione è intesa come un accordo fra le parti, il cui significato retrostante racchiude due diverse visioni. La prima è la cooperazione intesa come guadagno, immediato o nel lungo periodo, al costo della cessione di un potere; una ricchezza, o un beneficio (un sovrappiù che si può rischiare di perdere). La seconda accezione è quella di rischio condiviso, cioè la cessione da entrambe le parti di un bene che è invece indispensabile, cui si accetta di rinunciare in vista della forza dell’accordo stesso (in questo caso l’accordo è esso stesso il beneficio). Questa seconda definizione di accordo, in virtù della sua apparenza non tangibile nell’immediato, è la meno preferita dalle parti. Nel gioco delle parti una preferenza viene infatti concessa ai patti in cui il guadagno sia qualcosa che esuli dallo “accordarsi in sé”.

 

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L’altro grande paese europeo con notevoli spinte espansionistiche è la Spagna, che non è riuscita a integrare, tra le altre, le identità basca e catalana. In foto un corteo indipendentista a Barcellona. (AFP)

GRANDI ASSOCIAZIONI, PICCOLE SEPARAZIONI – La costruzione delle identità nazionali nello scenario europeo ha visto un continuo alternarsi di istanze indipendentiste e associative. Prima dell’istituzione dei grandi Stati nazionali, una serie di formazioni pre-nazionali di minore entità combatterono per anni fra loro, per l’assestamento dei rapporti di forza fino al raggiungimento di un equilibrio, come nel caso dell’Italia o degli stati tedeschi. Una volta formati i grandi stati nazionali, si è mantenuta una certa divisione al di sotto della bandiera nazionale, rintracciabile in quelli che oggi sono gli stati tedeschi o le regioni italiane.

Non si è così rinunciato, ad un certo livello, ad un’identità che fornisse i benefici della formazione identitaria di una determinata popolazione, senza però il rischio di lotte e brutali sconvolgimenti ad opera di uno stato o regione vicina. Alcune di queste formazioni pre-statali hanno fatto sopravvivere nel tempo la loro forte coesione, cercando l’indipendenza in più occasioni e con diversi tipi di rivendicazioni. Una volta finite le guerre, i grandi Stati nazionali cercarono una dimensione sovranazionale che consentisse loro di evitare bombardamenti distruttivi e sanguinosi eccidi, dando vita al progetto europeo. Tuttavia, le entità regionali non scomparvero, ma restarono attive nella distinzione e formazione delle identità europee.

La tensione fra autonomia e associazionismo ha prodotto diverse declinazioni nel corso della storia europea. Ciò che è sopravvissuto è il tentativo di associazione su porzioni di territori sempre più ampi, frutto artificioso dell’accordo politico, basato su ideali di pace, giustizia e crescita economica. Maggiore l’ampiezza dello sguardo umano sul pianeta, maggiori diventano i confini delle entità politiche: più l’uomo si allontana dall’orbita terrestre, maggiore sarà la visione d’insieme del pianeta, un “panorama aumentato”, prodotto dall’avanzamento tecnologico e dal progresso. Inoltre, questa tensione lascia intatte le dimensioni di percezione umana del panorama, cioè la dimensione regionale, o locale, quella in cui si forma l’identità della vita quotidiana, dalla naturalità delle relazioni non mediate dagli schermi.

È il caso della Scozia, che nel momento di ridefinizione delle istanze indipendentiste e associative nella grande compagine europea decide di far valere una posizione diversa dallo Stato a cui appartiene. Ciò è sintomo del fatto che quest’ultimo non sia riuscito ad assorbire l’identità scozzese e dunque l’interlocutore della Scozia non è più la Gran Bretagna ma l’Europa.

Il migliore esempio di cooperazione tra stati: i ventisette capi di governo dell’Unione Europea per i festeggiamenti del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma. (AFP/Andreas Solaro)

IL RUOLO DELLE IDENTITÀ NAZIONALI – Considerando come variabili in questo modello di analisi la tensione fra associazione e indipendenza, tra panorama aumentato e panorama naturale, ciò che risulta in eccesso è l’identità nazionale. Lo status giuridico garantito dalla nazionalità rappresenta una condizione politica che mal si adegua alle istanze politiche, che finiscono per diventare o pre-politiche (accordi personali su base locale) e ultra-politiche (accordi fra i grandi stati senza la attiva partecipazione dei cittadini)

I fenomeni di immigrazione rendono esplicita la questione. L’accoglienza trova maggiore o minor riscontro non in base alle leggi di uno Stato nazionale, che pretende di regolamentare il fenomeno, bensì nella disponibilità di posti di lavoro per esempio, e nell’indole della popolazione di una determinata zona. Inoltre, l’ottenimento del permesso di soggiorno negli stati europei per alcune popolazioni, non dipende primariamente dai rapporti fra le due nazioni, sia da cui si emigra, sia in quello verso cui si emigra.

Sono ad esempio le lotte intestine fra etnie africane che creano alcune delle condizioni per l’emigrazione, più che i rapporti bilaterali fra stati africani e stati europei. Lo stesso è evidente nella terminologia usata da uomini politici e giornali, spesso espressioni di visioni “locali”. Il termine “invasione” non avrebbe senso se a utilizzarlo non fosse un’entità più piccola dello Stato nazionale, cioè un gruppo ben definito di cittadini, mentre a livello sovranazionale il termine scelto è quello responsabile di “emergenza”.

Sono romano di nascita ma portoghese d'adozione. Ho studiato Scienze Politiche e Filosofia. I miei campi di interesse sono l'Antropologia Filosofica e Culturale, la Filosofia Politica e la Filosofia Morale. Sono interessato particolarmente al pensiero di Aristotele, Spinoza, Simone Weil e Hannah Arendt. Sono fondatore di Bunte Kuh.

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