Una sentenza ha legalizzato lo streaming? Decisamente no

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È stata resa pubblica il 27 marzo la sentenza del Tribunale di Frosinone, riportata dai giornali e definita come “storica”, che annulla la sanzione di circa 546mila euro comminata al proprietario del sito di streaming cinematografico illegale filmakerz.biz. La sentenza, risalente a febbraio, ha subito goduto di massima diffusione tra i cinefili incalliti, ed in particolare tra i più propensi ad addentrarsi nei meandri di Internet per mettere le mani gratuitamente su pellicole vecchie e nuove. Con molti, troppi errori a riguardo: c’è chi ha interpretato la sentenza addirittura con la liceità dei siti di streaming illegale, ma ciò non è affatto vero, per più di un motivo.

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Un sito di link in streaming contenente banner pubblicitari.

INTERPRETARE LA SENTENZA NEL MODO GIUSTO – La notizia della sentenza è stata appresa da Fulvio Sarzana, avvocato difensore del proprietario di filmakerz.biz. Tuttavia, al momento della stesura – e poi della condivisione sui social – di alcuni articoli, le parole dell’avvocato sono state travisate: d’altra parte, un titolo che afferma la legalità dello streaming online fa molta notizia e molti clic. Sarzana, nel rendere pubblica la sentenza, ha affermato a Repubblica.it che: “Finalmente un giudice ha riconosciuto che non è automatica la violazione del diritto d’autore se un sito ospita link a streaming di film e musica su internet, anche con banner pubblicitari, se non è chiaro il fine di lucro“.

Parte del testo della sentenza, consultato da Digital Day, ci aiuta però a comprendere cosa si intenda con questo: “Nella fattispecie in esame, nel richiamato verbale della GdF, a parte l’iniziale generico richiamo alle indagini svolte nei confronti di una pluralità di domini che assoggettavano a pubblicità preliminare l’accesso alla visione dell’opera tutelata, nulla risulta specificamente verificato ed allegato in relazione alla natura dei banner pubblicitari e all’effettiva capacità di produrre reddito in favore di filmakers.biz, filmaker.me, filmakerz.biz e cineteka.org“.

Cosa significa? Che la Guardia di Finanza, la quale ha condotto le indagini contro filmakerz.biz, non ha potuto verificare che il proprietario del sito ottenesse effettivamente un guadagno dalla fruizione di un certo file da parte degli utenti. L’importanza della presenza di lucro è dovuta alla comune interpretazione della Legge 128/2004, nota anche come Decreto Urbani o “legge sul peer-to-peer“, che prevede sanzioni amministrative qualora si “tragga profitto” dalla diffusione illecita di materiale protetto da copyright.

Il proprietario del sito non ha, dunque, “a fini di lucro, comunica[to] al pubblico immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta dal diritto d’autore, o parte di essa“.

Secondo l’interpretazione operata dai quotidiani, la sentenza starebbe a significare che un banner pubblicitario non porti a introiti direttamente riconducibili alla visione di un certo file, in genere ospitato non sul sito stesso ma su differenti servizi di file sharing, quali Nowvideo e Openload.

In realtà non sembra essere esattamente così: l’excerpto della sentenza indica che i finanzieri non siano riusciti a tracciare il flusso di denaro, non potendo quindi verificare nella pratica un avvenuto lucro da parte del proprietario del sito. La situazione sarebbe stata diversa se l’indagine avesse dimostrato la corrispondenza tecnica tra fruizione del contenuto e guadagno pubblicitario. Il lucro non sarebbe, quindi, “indimostrabile” per natura, ma “indimostrato” nei fatti.

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Il Tribunale di Frosinone. (Ciociaria Oggi)

UN TRIBUNALE NON FA LEGGE – A prescindere dalla presenza di lucro, comunque, la diffusione illegale dei file (cioè l’atto di caricarli a tale scopo in Rete) rimane proibita dalla legge. Ma anche la mera condivisione tramite link allo streaming non diventa ora improvvisamente lecita, seppure in assenza di profitto, e ciò per diversi motivi.

Innanzitutto va chiarito il fatto che nell’ordinamento italiano un tribunale non faccia legge. La “regola del precedente vincolante”, alla quale siamo stati abituati dai serial sugli avvocati americani, è valida solo nei Paesi di common law, come Stati Uniti e Regno Unito. In Italia – e nel resto dell’Europa continentale – la giurisprudenza non è affatto tenuta a prendere in considerazione la sentenza pronunciata precedentemente da un altro tribunale. Un’eccezione è costituita dalle sentenze della Cassazione, le quali comunque non eliminano la legge e non si pongono al di sopra di essa, ma possono essere richiamate in giudizi successivi. Ma il Tribunale di Frosinone non è, ovviamente, la Corte di Cassazione.

Se domani fosse preso in esame un caso simile contro un altro sito di link per streaming, la decisione giudiziaria potrebbe essere diversa, anche a prescindere dallo svolgimento dell’indagine; il giudice potrebbe, ad esempio, interpretare la produzione di link come diretta “diffusione” del materiale protetto da copyright. Un altro esempio, già emerso in corso di stesura del Decreto Urbani, sta nella locuzione “trarne profitto”, andata a sostituire il precedente “a fini di lucro” in alcuni tratti della Legge 633/1941 sul diritto d’autore, che il Decreto ha “aggiornato” all’epoca di Internet. Secondo alcuni, per “trarne profitto” non si deve necessariamente intendere il lucro monetario, ma basterebbe anche la semplice fruizione di materiale per il quale non si è provveduto a pagare i diritti d’autore, unita all'”uso non personale” dello stesso. Un sito di link per lo streaming rientrerebbe probabilmente nella fattispecie.

Un giudice particolarmente puntiglioso potrebbe anche prendere in considerazione le parti “classiche” dell’art. 171 della Legge 633/1941, che non fanno menzione della necessità di “lucro” o “profitto” perché la diffusione di materiale piratato sia considerata reato. Ciò sarebbe però ai limiti della malafede e la validità della cosa andrebbe dimostrata in corso di giudizio, poiché lo stesso articolo disciplina (a partire dal Decreto Urbani) anche il caso più specifico dei reati online, ed una legge specifica prevale su quella generica.

La sentenza del Tribunale di Frosinone è sì peculiare, ma non mette al riparo da sanzioni e carcere chi contravviene alle leggi citate, che in ogni caso è doveroso conoscere.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore di Bunte Kuh, scrivo anche per ilMegliodiInternet.it e per theWise Magazine, di cui sono responsabile tecnico.

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