Presidente o imperatore? Storia dei dittatori eccentrici

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dittatori caligola
Svetonio (l'Andrea Scanzi del I secolo d.C.) riporta l'episodio del cavallo di Caligola, segno dell'enorme spregio dell'Imperatore verso la classe senatoria. Diciamo che nessun senatore è corso a parlargli della congiura dove fu ucciso...

Secondo una leggenda molto famosa, l’imperatore romano Caligola nominò senatore il suo personale cavallo. Questo aneddoto, in realtà mai accaduto, viene tuttora citato come esempio delle stravaganze di chi possiede un tale potere da potersi permettere di tutto. In tempi più recenti, però, abbiamo visto salire al potere dittatori che, per il loro potere assoluto e la ferocia con cui stroncavano qualsiasi critica, si sono potuti concedere di tutto, andando ben oltre il cavallo di Caligola. E con “di tutto”, si intende dire che veramente si sono concessi qualsiasi cosa.

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Niyazov, “presidente a vita” del Turkmenistan, è sempre rimasto un figlio di mamma anche in tarda età. (RFE/RL)

COSÌ PARLÒ NIYAZOV, DITTATORE DEL TURKMENISTAN – Saparmyrat Niyazov ha governato il Turkmenistan dal 1991 al 2006, anno della sua morte. Perse i genitori in tenera età e si iscrisse giovanissimo al Partito Comunista: all’epoca il Turkmenistan era parte dell’Unione Sovietica e il Partito Comunista era l’unico partito legale. Fece carriera come esponente dell’ala riformatrice e appoggiò Gorbaciov negli anni Ottanta; il leader della perestroika ricambiò il favore facendo nominare Niyazov capo del partito in Turkmenistan. Nel 1990 diventò anche capo di Stato e approfittò della disgregazione dell’URSS per proclamare indipendente il Turkmenistan.

Niyazov diventò sempre più potente: nel 1992 organizzò elezioni dove era l’unico candidato e dopo essere stato eletto col 99% dei voti, si autoproclamò “padre di tutti i turkmeni”. Nel 1999, trovando questo titolo poco pomposo, si nominò anche presidente a vita. Affinché nessuno si dimenticasse di lui, ribattezzò città, fiumi, villaggi, montagne, laghi col suo nome o con nomi che ricordavano la sua politica. I francobolli e le banconote riportavano la sua facciona, oppure quella dei suoi familiari. Fece erigere statue in onore di sua madre, che riteneva dovesse essere un modello per tutte le madri della nazione. Nella capitale, Asgabat, la statua di sua madre, dorata, ruota a 360° gradi seguendo la rotazione solare. Pochi dittatori possono vantare un affetto così forte per la propria genitrice.

Nelle scuole fu imposto lo studio e la lettura del Ruhnama, un testo di pensieri e massime filosofiche scritte da Niyazov. I turkmeni furono invitati a leggere, a conoscere il Ruhnama e a orientare la loro vita secondo gli insegnamenti morali del Presidente. Esami di conoscenza del Ruhnama erano fondamentali per poter essere assunti in qualsiasi ufficio pubblico. Nel 2004 ha ritirato tutte le patenti di guida e le ha restituite solo a chi superava l’esame di conoscenza del Ruhnama.

Nel 2002 ha cambiato il nome dei giorni della settimana e dei mesi dell’anno sostituendoli con riferimenti a lui, alla sua persona o alla sua famiglia. Il giorno del suo compleanno, il 19 febbraio, diventò festa nazionale mentre il mese di settembre venne dedicato al Ruhnama. Anche il pane non si chiamava più “pane” ma Gurbansoltan, cioè il nome della madre. Nel Turkmenistan aveva vietato inoltre giocare ai videogiochi, entrare in biblioteca, portare la barba e i capelli lunghi, effettuare il giuramento di Ippocrate, ascoltare la musica mentre si guida, andare all’opera o al balletto, discutere o commentare su Internet.
Niyazov è scomparso, ufficialmente per infarto, nel 2006.

Il suo successore, Gurbanguly Berdimuhammedow, ha cancellato molti dei provvedimenti più assurdi introdotti dal predecessore (ad esempio il cambiamento del nome del pane) ma oltre ad impedire il passaggio ad una reale democrazia ha pensato bene di innalzare, nella capitale, una statua d’oro di sé stesso alta sei metri.

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Un giorno ero piccolo e chiesi a papà, “a far l’imperatore come si fa?”. De Gaulle si chiese perché Bokassa potesse essere dittatore e non lui. (Getty Images)

CHARLES DE GAULLE È IL MIO PAPÀ – Manie di grandezza non indifferenti anche per Jean Badel Bokassa, presidente e poi imperatore del Centrafrica lo stato che dominò fra il 1966 e il 1979. Già: imperatore, perché Bokassa fece della sua stima per Napoleone una tale ossessione da volerne seguire fedelmente la vita. E così il 4 dicembre 1977 ritenne che fossero maturi i tempi per passare da semplice presidente a imperatore.

Organizzò nella cattedrale di Bangui una sfarzosa cerimonia che doveva ricopiare in ogni minimo dettaglio quella di Napoleone nel 1801. Lasciò il suo palazzo a bordo di un cocchio color verde-oro trainato da bianchi cavalli indossando, lui e la moglie, manti di ermellino bianchi e rossi. La corona imperiale, forgiata per l’occasione, aveva cinquemila diamanti. Il trono, a forma d’aquila, aveva un milione di cristalli e settecentomila perle. Papa Paolo VI, invitato a incoronare il Napoleone nero, declinò imbarazzato l’invito alla cerimonia che costò 20 milioni di dollari.

Tutto in uno stato africano poverissimo e tutto malgrado Bokassa conoscesse la povertà: orfano (i suoi genitori erano stati uccisi perché si erano ribellati ai colonizzatori francesi) era stato cresciuto dai missionari cattolici. Aveva poi lavorato come cuoco e come fattorino, facendo in seguito carriera nella Legione Straniera. Scalò rapidamente i gradi del neonato esercito del Centrafrica e nel 1969 esautorò suo cugino – il presidente legittimo – e prese il potere. La leggenda racconta che chiamasse “papà” i presidenti francesi con cui interloquiva al telefono (non smise neppure quando De Gaulle minacciò ritorsioni).

Per la sua propaganda aveva ricevuto il potere direttamente da Dio, che fosse il tredicesimo apostolo e che il Papa lo avesse incaricato di diffondere il cristianesimo in Africa. Quando negli anni Settanta, Bokassa ebbe bisogno dell’aiuto della Libia di Gheddafi, il tredicesimo apostolo non esitò comunque a convertirsi all’Islam per un breve periodo.

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Mobutu mostra clemenza e degna di una visita un giovane stagista d’oltreoceano. (Alamy)

POLITICA E CALCIO NON ESISTONO – Joseph Mobutu, colui che è poi diventato l’archetipo dei dittatori africani nell’immaginario collettivo, era stato in gioventù un giornalista umoristico ma le sue barzellette contro i preti belgi gli erano costate l’espulsione dal collegio dove studiava. Dovette arruolarsi così nell’esercito coloniale. Partecipò poi alla lotta per l’indipendenza del paese al fianco di Patrice Lubumba ma non esitò a tradirlo nel 1960 quando guidò il colpo di stato che lo rovesciò. Col sostegno degli occidentali sconfisse i ribelli comunisti e nel 1965 impose il suo dominio su tutto il grande paese africano.

Come primo atto abolì letteralmente la politica stabilendo che la politica stessa avesse causato tutte le sofferenze e le guerre patite dalla nazione. Mobutu amava far circolare notizie sulla sua crudeltà: disse di aver personalmente torturato ed evirato un ministro che si era ribellato, ad un altro cavò gli occhi prima di ucciderlo.

Acquistò un Concorde per uso personale, con cui raggiungeva in un giorno Parigi dove faceva shopping e si fece costruire un aeroporto solo per i suoi viaggi. Cambiò tutti i nomi delle città e ordinò a tutti i congolesi di cambiare il loro nome con un nome più africano: lui stesso si ribattezzò Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga nome che significa: “il guerriero che va di vittoria in vittoria”. Ribattezzò il Congo, Zaire, e scrisse personalmente il nuovo inno nazionale. Vietò di indossare le cravatte. Il Lago Alberto venne ribattezzato Lago Mobutu.

Fra i dittatori contemporanei, fu uno di quelli che capirono meglio l’importanza della partecipazione sportivi nella propaganda: organizzò numerosi eventi per accrescere il suo prestigio, fra cui il famoso “Rumble in the Jungle”, incontro di boxe che vedeva contrapporsi i più famosi pugili dell’epoca. Promosse il calcio e quando la selezione dello Zaire si qualificò ai Mondiali del 1974 si attribuì il merito della prima qualificazione alla Coppa del Mondo per una squadra dell’Africa nera.

Si autoproclamò allenatore della nazionale, ma la Fifa lo costrinse ad assumere un vero CT. Poiché nessuno zairese osava togliere la panchina al Capo Supremo, la federazione locale dovette assumere lo jugoslavo Vidinic. La squadra, forse per le forti pressioni cui fu sottoposta, al Mondiale incasellò una sconfitta dopo l’altra: con la Jugoslavia perde 9 a 0. Mobutu furioso minacciò di sterminare tutte le famiglie dei giocatori paura di perdere in modo catastrofico anche contro il Brasile, un calciatore zairese arrivò a far finta di non conoscere le regole del calcio di punizione in un gesto che è passato alla storia.

I telegiornali erano introdotti da una sigla dove si vedeva Mobutu scendere dal cielo. Era inoltre vietato dai media riportare i nomi di altri politici all’infuori del suo: ad esempio l’incontro con Nixon venne riportato come “Mobutu ha incontrato il presidente degli Stati Uniti”; ciò suscitò probabilmente invidia in tutti i suoi colleghi dittatori sparsi per il globo. Istituì un concorso per i bambini delle scuole dove era proclamato vincitore chi scriveva il miglior elogio del Gran Condottiero. La caduta del muro di Berlino e la profonda crisi economica in cui aveva fatto precipitare il Paese determinarono la sua caduta: perso il sostegno dell’Occidente, dovette accettare elezioni multipartitiche nel 1990. Provò a giocare un ruolo nella guerra civile ruandese, ma furono proprio i ruandesi nel 1996 a rovesciarlo. Mobutu fu esiliato in Marocco dove morì pochi mesi dopo.

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Quello che non si sa è che Idi Amin sapeva vedere il futuro. Era paranoico perché sapeva cosa sarebbe accaduto con Entebbe. (History)

L’ULTIMO, PARANOICO RE DI SCOZIA – Sempre in Africa si trova l’ultimo dei dittatori eccentrici: Idi Amin, che fu padrone dell’Uganda fra il 1971 e il 1979. Ebbe una vita avventurosa: fu campione di boxe, soldato al servizio degli inglesi: per la sua indisciplina (ogni sera si appartava con una donna diversa nella sua tenda) lo mandarono a contrastare le razzie di bestiame che avveniva nel nord dell’attuale Kenya. Riuscì a mettere fine a quegli spiacevoli episodi, minacciando di castrare tutti i maschi delle tribù coinvolte. Dopo l’indipendenza dell’Uganda, fece carriera nell’esercito e diventò un leale collaboratore del presidente Obote. Ma quando Obote cercò di incriminare Amin per corruzione, Amin lo scacciò con un colpo di Stato.

Diventò ben presto uno dei più paranoici dittatori del Novecento: non fidandosi dei suoi connazionali, ingaggiò guardie del corpo israeliane e sudafricane, paesi con cui sottoscrisse importanti accordi economici. Iniziò a perseguitare le tribù vicine all’ex presidente Obote e nel 1972 disse che Allah in sogno gli aveva ordinare di scacciare tutti gli stranieri e con questo pretesto propugnò una spaventosa pulizia etnica (circa mezzo milione di morti secondo Amnesty International). Inventò premi e medaglie solo per auto-assegnarsele. Ordinò a chiunque di inchinarsi al suo passaggio. Nel 1977 si proclamò: “Signore di tutte le bestie della terra e dei pesci del mare”, affermando di poter comunicare telepaticamente con gli animali.

Quando il Regno Unito ruppe le relazioni diplomatiche con l’Uganda affermò di discendere dai re di Scozia e propose agli scozzesi un’alleanza militare contro Londra. Prima di litigare con gli inglesi, aveva fatto in tempo a donare una nave piena di banane alla regina Elisabetta. Dopo che Israele rifiutò di fornirgli armi per una guerra, Amin passò dalla parte dei palestinesi e ospitò nell’aeroporto di Kampala un aereo israeliano dirottato dai terroristi. Gli israeliani, con una spregiudicata manovra militare, liberarono gli ostaggi sotto il suo naso e l’episodio – noto come incidente di Entebbe – rimasto negli annali rappresentò l’inizio della fine. La Tanzania e il Kenya invasero l’Uganda nel 1979 e Amin, sconfitto, andò in esilio in Arabia Saudita dove è morto nel 2003.

Tanto la storia, quanto la politica attuale, sono costellate dalla presenza di dittatori che hanno sfruttato il culto della personalità generato loro intorno per fare qualsiasi cosa fosse in loro potere, solo perché effettivamente era in loro potere. Solo pochi di essi, però, meritano a pieno titolo l’ingresso nella categoria dei dittatori eccentrici.

Sono nato nel 1990, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma. Ho scritto per giornali locali e nazionali fra cui Donna Moderna, Linkiesta, Next Quotidiano e altri.

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