Siria: cos’è successo e cosa succederà?

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La "destroyer" americana USS Porter lancia uno dei 59 missili verso la Siria. (U.S. Navy/Reuters)

L’attacco statunitense alla Siria, avvenuto stanotte, è certamente destinato ad essere un punto di svolta nella storia del conflitto che insanguina il Paese dal 2011. Questa singola, rapida reazione porta con sé pesanti affermazioni che inevitabilmente andranno a definire una parte importante della prossima politica interna ed estera degli Stati Uniti.

Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib in Siria, colpita dall’attacco chimico di martedì. (Ammar Abdullah/Reuters)

LE COLPE DI AL-ASSAD – Verso le 2.40 di notte, ora italiana, Donald Trump ha deciso unilateralmente di reagire all’orribile attacco con armi chimiche avvenuto martedì scorso, e che senza dubbio è stato opera di Bashar al-Assad. Nonostante la presunzione di innocenza posta in questi giorni dall’opinione pubblica, infatti, il leader siriano era l’unico che avrebbe potuto oggettivamente condurre un raid simile.

Chi ritiene l’attacco immotivato non tiene in conto che al-Assad avesse già usato il sarin nel 2013 – provocando fra i 300 ed 1500 morti vicino Damasco – in un momento diplomaticamente meno favorevole al suo regime, il quale oltretutto non godeva dell’attuale supporto russo; egli era pertanto più passibile, rispetto ad oggi, di reazioni internazionali che però non si tradussero mai in minaccia concreta. Fino a martedì scorso, il recente approccio mondiale nei confronti del regime siriano era invece più tollerante e volto a considerarlo il “male minore”: questo, per al-Assad, non è stato certamente un deterrente per i bombardamenti chimici. Anzi, l’ancora maggiore probabilità di rimanere impunito ha certamente favorito la sua decisione a riguardo.

Inoltre, la dichiarazione secondo la quale il sarin fosse presente in un arsenale ribelle colpito è da ritenersi senza fondamento. I due componenti chimici del gas sono conservati separatamente, e vengono uniti solo quando il momento è prossimo al loro utilizzo, sia per cautela che per il brevissimo tempo in cui il gas rimane efficace: si tratta delle cosiddette armi binarie. Dan Kaszeta, esperto di armi chimiche, ha dichiarato alla CNN che la versione russa è “altamente implausibile, […] gli agenti nervini sono il risultato di un processo chimico industriale molto costoso ed esotico – non si tratta di qualcosa che si mischia semplicemente insieme“.

Charles Lister, del Middle East Institute, ha altresì rimarcato che sarebbe ridicolo credere che i ribelli avessero un potenziale armamentario chimico, e che tuttavia ne abbiano sofferto gli effetti solamente su loro stessi.

Il bombardamento su Idlib di martedì scorso è stato, senza dubbio, opera dell’aviazione di Bashar al-Assad.

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Donald Trump discute pubblicamente degli attacchi alla Siria, che “ha ignorato l’ONU”, richiamando il mondo ad “unirsi alla lotta”. (CBC)

L’ATTACCO – L’ipotesi di una risposta statunitense ai crimini di guerra siriani era già trapelata ieri, in giornata. Su consiglio dei suoi generali, Trump ha optato per il lancio di 59 missili Tomahawk dalle navi USS Ross USS Porter, posizionate strategicamente nel Mar Mediterraneo. I missili sono andati a colpire la base siriana di Homs dalla quale si ritiene siano partiti gli attacchi con il sarin, distruggendola quasi completamente e causando 15 morti, dei quali 4 bambini e 6 militari.

L’attacco, indubbiamente avventato vista l’ombra stagliata da Putin sul regime di al-Assad, è però stato condotto nella sua forma più “cauta”: l’alternativa, infatti, sarebbe stata un raid dell’aviazione, che sicuramente avrebbe scatenato la subitanea reazione dei caccia russi e portato a scontri dalle conseguenze diplomatiche imprevedibili.

Un fatto fondamentale da sottolineare è che si sia trattato di un singolo attacco punitivo: i missili statunitensi hanno colpito la base in questione, senza dare il via a successivi raid su scala più o meno ampia. Non si tratta, almeno da parte americana, di una dichiarazione di guerra vera e propria.

Trump, nell’occasione, ha invitato il mondo intero ad unirsi agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. Emblematico – e coerente con alcune delle sue politiche – il fatto che egli abbia inviato avvertimenti preventivi a Francia e Germania, ma non al coordinamento Nato né all’Unione Europea.

Certamente non casuale anche il fatto che il raid sia avvenuto mentre Trump incontrava, in Florida, il presidente cinese Xi Jinping per un summit bilaterale. Questa dimostrazione di potenza da parte dell’americano potrebbe evolversi, nel medio termine, sia nel bene che nel male. La Cina, infatti, è sempre stata fautrice della linea diplomatica per la risoluzione del conflitto siriano, e rimane vicina all’asse Russia-Siria-Iran. Con ogni probabilità, l’azione di stanotte sta anche a significare che gli Stati Uniti non saranno remissivi per quanto riguarda i dissidi internazionali che li vedono protagonisti con la Cina. Tuttavia, questo raid potrebbe anche aver dato l’occasione di suggerire un simile approccio verso una spina nel fianco di entrambi i Paesi: la Corea del Nord.

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Hollande e Merkel concordano: “responsabilità di Assad”. Dura condanna di Putin. (Reuters)

LE REAZIONI INTERNAZIONALI – La stampa di ogni angolo del globo ha riportato reazioni “comprensive” e “di supporto” da parte di nazioni non ostili agli Stati Uniti. Era scontato il plauso di Netanyahu, da sempre inviso al vicino siriano, ma non lo erano gli endorsement di leader quali Theresa May, Angela Merkel, François Hollande e Paolo Gentiloni, nonché l’affermazione di Donald Tusk – Presidente del Consiglio Europeo – che risponde direttamente all’appello di Trump e dichiara massima collaborazione da parte dell’Unione Europea.

Tali esternazioni di comprensione sono gravissime, perché – a prescindere dall’entità e dall’esito dell’attacco – vanno a legittimare quello che ad ogni modo è stato un raid compiuto infrangendo il diritto internazionale. L’Onu oggi è debole come mai nella sua storia, ma è ad essa che sarebbe spettata la coordinazione di eventuali forze di peacekeeping volte a risolvere la situazione siriana.

L’attacco statunitense in sé, certo, lascia poco spazio emotivo alla condanna, almeno sulla carta: in seguito ad un evidente crimine di guerra, si è fatto in modo che questo non potesse più perpetuarsi distruggendo i mezzi per compierlo. Ma la reazione del resto del mondo andrà a costituire un precedente pericolosissimo nella prassi internazionale: una giustificazione del conflitto com’era una volta, prima che il sangue versato per millenni ci spingesse a costituire l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Singolare il fatto che lo stesso Trump abbia condotto il raid rimproverando ad al-Assad di aver “ignorato l’Onu”.

Ovviamente lo stesso al-Assad ed i suoi alleati dissentono, ma non per il nobile motivo di cui sopra. Il presidente della Siria ha parlato di aggressione e si prepara ad una risposta adeguata, mentre la risposta di Putin è di eguale condanna: il presidente russo ha definito il raid un'”aggressione a Stato sovrano contro il diritto internazionale, su pretesti inventati”. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha annunciato la necessità di rinforzare ulteriormente l’aviazione siriana, e la prossima convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’Iran ha altresì condannato l’attacco, sottolineando come questo possa rinforzare il terrorismo nell’area.

La previsione iraniana si è subito trasformata in realtà: i gruppi terroristici Stato Islamico e Jabhat Fatah al-Sham (il “vecchio” fronte al-Nusra) hanno approfittato dei missili americani per lanciare un’offensiva su Homs, dove ora la presenza governativa ha – letteralmente – le ali tarpate.

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L’approccio politico di Obama, rispettoso del Congresso (ma mai decisivo in Siria), è stato definitivamente cestinato. (Martin Bureau/AFP)

E NEGLI STATI UNITI… – Uno dei maggiori sconvolgimenti causati da questo attacco avverrà probabilmente nella politica interna americana. Infatti Trump, ristabilendo una prassi che fu propria di George W. Bush, ha autorizzato il raid senza il consenso del Congresso. Il suo predecessore Barack Obama si era sempre guardato bene dal farlo: sotto il suo mandato, gli attacchi statunitensi alla Siria da lui voluti – seppur non insistentemente – furono rinviati all’ultimo a causa della contrarietà del Congresso. Paradossalmente lo stesso Trump, all’epoca, si schierò su Twitter contro la possibilità di bombardamenti sulla Siria.

Trump, come Bush, mira a scavalcare il diniego dei rappresentanti parlamentari a suon di ordini esecutivi diretti, come già si è avuto modo di osservare negli ultimi mesi. Almeno in politica estera, è lecito ritenere che ciò possa gettare le basi per un approccio simile a quello post 11 settembre.

Ma oggi, diversamente dal 2003, le carte in tavola sono diverse e diversi sono soprattutto i giocatori: la Siria non è l’Afghanistan o l’Iraq. E, seduto di fronte a Trump e pronto a rilanciare, non c’era Vladimir Putin.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore di Bunte Kuh, scrivo anche per ilMegliodiInternet.it e per theWise Magazine, di cui sono responsabile tecnico.

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