Brutta Storia: Il disastro chimico di Bhopal

0
bhopal impianto
L'impianto della Union Carbide a Bhopal, India. (Peter Kemp/AP)

La rubrica Brutta Storia ritorna per raccontare del disastro di Bhopal, ossia di quello che ad oggi è considerato il peggior incidente industriale di sempre. In una notte di dicembre del 1984 si verificò una fuga di gas da un impianto di produzione pesticidi a Bhopal, nella regione indiana di Madhya Pradesh: ciò condusse alla morte almeno 3.787 persone – sebbene le stime più recenti parlino di 16.000 – 25.000 vittime – e provocò l’avvelenamento di circa 500.000 in totale. Lo statunitense Warren Anderson, all’epoca CEO della società proprietaria dell’impianto, non fu mai estradato in India per comparire davanti ai giudici.

bhopal impianto
Il luogo dell’incidente, ormai abbandonato. (Bhopal.net)

UNION CARBIDE CORPORATION E LA SUA FILIALE INDIANA – La Union Carbide Corporation (UCC) è una multinazionale statunitense nata nel 1917, in seguito alla fusione di due grandi aziende del settore chimico-energetico. La stessa UCC si ritiene l’iniziatrice della moderna industria petrolchimica, avendo brevettato nel 1919 un modo economico per produrre etilene dai gas naturali. Oggi concentrata nella produzione di fertilizzanti, la Union Carbide è stata creatrice di molti prodotti di uso comune, quali le batterie alcaline Energizer.

Un altro, negativo primato della compagnia è la responsabilità per i due peggiori incidenti industriali di sempre (in termini di vittime): quello di Bhopal, appunto, ed il disastro di Hawks Nest Tunnel del 1931, che provocò fra i 476 ed i 5.000 morti in West Virginia. Dal 2001 UCC è di proprietà del conglomerato Dow Chemical, la seconda maggiore multinazionale chimica al mondo.

La sussidiaria Union Carbide India Limited (UCIL), stabilitasi nel 1934 e compartecipata da privati e banche di Stato locali, comprendeva quattordici impianti di produzione, incluso quello interessato dal disastro. UCIL fu venduta alla McLeod Russel nel 1994, e ribattezzata Eveready Industries India.

L’impianto di Bhopal, costruito nel 1969, era destinato alla produzione di un pesticida noto come Sevin, ricavato a partire dall’isocianato di metile (MIC), molecola dall’alta tossicità ottenibile dalla reazione di fosgene e metilammina. Nel 1979 fu completata un’unità produttiva ausiliaria necessaria a produrre il MIC in loco.

La dottoressa Ingrid Eckerman, autrice dell’estesa ricerca The Bhopal Saga: Causes and Consequences of the World’s Largest Industrial Disaster – e per questo, in seguito, ufficiosamente bollata come persona non grata in India – riporta che l’impianto di Bhopal non fosse a norma già negli anni precedenti al disastro. Nel 1976, due sindacati avevano presentato reclami per le fuoriuscite nocive all’interno della centrale; nel 1982 si erano verificati diversi incidenti che esposero al fosgene ed al MIC almeno 43 lavoratori.

bhopal rai
L’impianto di Bhopal nel reportage fotografico di Raghu Rai; egli tornò sul luogo del disastro nel 2014 per documentarne le condizioni di vita. (Raghu Rai/Magnum)

LA NOTTE DEL DISASTRO – Verso le 22.30 della notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, la tanica etichettata come E610 – contenente 42 tonnellate di MIC – iniziò una reazione esotermica che fece aumentare esponenzialmente la pressione al suo interno. Ciò fu imputato a vari fattori, primo fra tutti un’infiltrazione d’acqua nella tanica, causata da un errore nella routine di lavaggio della tanica e da una valvola difettosa. Furono rilevanti anche le alte temperature ambientali e la presenza di elementi ferrosi la cui corrosione era stata facilitata proprio dall’azione dell’acqua.

I primi valori pressori fuori norma furono giudicati un errore di lettura dai responsabili dell’impianto, i quali però cominciarono già verso le 23.30 a risentire di sintomi da esposizione al gas. Essi iniziarono quindi a cercare una perdita, che fu localizzata e riportata al successivo tea break delle 0.40. Nel frattempo, però, la reazione all’interno di E610 stava raggiungendo uno stato critico: come testimoniato da un lavoratore inviato ad investigare la perdita, ad un certo punto si verificò un’istantanea frattura della tanica, che diede inizio alla dispersione nell’atmosfera del MIC. Tre meccanismi di sicurezza, che avrebbero dovuto limitare la perdita e diminuire la pressione nella tanica, furono riportati come non funzionanti o di potenza insufficiente.

Dieci minuti dopo, alle 0.50, la presenza di gas divenne fisicamente intollerabile e un lavoratore attivò la sirena d’allarme della centrale, dando inizio all’evacuazione della stessa. Esisteva una seconda sirena, pubblica, la cui funzione era quella di avvisare la vicina città di Bhopal in caso di incidenti: questa fu accesa brevemente e subito spenta, poiché le linee guida aziendali raccomandavano di non provocare allarme in città per fughe di gas contenute all’interno dell’impianto.

Ma la perdita non era affatto contenuta: entro un’ora, 30 tonnellate di isocianato di metile – destinate a diventare 40 – erano già state rilasciate nell’atmosfera, e condotte dal vento sopra Bhopal e le baraccopoli circostanti. Già intorno all’una, il sovrintendente della polizia locale fu informato di alcuni cittadini in fuga dal gas nel sobborgo di Chola, distante 2 Km dall’impianto. Le sue telefonate alla centrale ottennero per risposta “Everything is OK“, e successivamente “We don’t know what happened, sir“.

La mancata cooperazione tra UCIL e autorità ebbe un effetto non trascurabile sull’entità del disastro: la sirena pubblica fu riattivata solo alle 2.05, quando molti cittadini erano ormai venuti a conoscenza della perdita attraverso il diretto contatto con il gas, e senza che fossero state date istruzioni per ripararsi in un luogo sicuro. Inoltre, i medici dell’ospedale locale non furono in grado di identificare con certezza la sostanza – contro la quale, in ogni caso, non disponevano di antidoto – e trattare adeguatamente i propri pazienti.

bhopal bambina
La foto della sepoltura di una bambina vittima del gas, che valse a Pablo Bartholomew il premio di World Press Photo del 1984.
(La foto in chiaro è disponibile qui, e POTREBBE TURBARE LA VOSTRA SENSIBILITÀ)

LE VITTIME E GLI EFFETTI SULLA SALUTE – Già il mattino seguente, migliaia di persone erano morte. Il Governo indiano approssimò una stima iniziale di 2.259 vittime, poi elevata a 3.787; la stima più recente della Eckerman parla di circa 8.000 decessi entro le prime due settimane, ed in seguito altri 8.000 direttamente imputabili all’esposizione al gas. Altre stime ipotizzano un totale aggiornato di 25.000 vittime.

il contatto con il gas provocò immediatamente soffocamento, vomito, spasmi muscolari, irritazione oculare e delle vie aeree, edemi polmonari e cerebrali, nonché necrosi e collasso di fegato e reni. Gli effetti furono più gravi ed immediati nei bambini, a causa della maggiore concentrazione della sostanza.

Un’inchiesta governativa del 2006 affermò che, in totale, circa 700.000 persone furono esposte alle esalazioni nocive di quella notte. 558.125 di esse rimasero ferite; di queste, 38.478 riportarono disabilità temporanee, e circa 3.900 disabilità permanenti.

A partire dal 1986, viene condotto annualmente uno studio a campione che prende in esame un numero di persone esposte e non esposte, onde verificare l’entità del disastro in termini di disabilità reali. È stato registrato un numero di effetti a lungo termine sulla salute direttamente imputabili all’accaduto: si tratta di problemi oculari, respiratori e neurologici gravi, oltre ai disordini da stress post-traumatico ed al ritardo fisico e mentale nella crescita di bambini e nuovi nati. L’incidenza tumorale non è contemplata dallo studio.

All’incidente furono esposti circa 3.000 donne incinte e 200.000 bambini sotto i 15 anni. La Eckerman riporta inoltre un aumento del 300% nel numero di aborti spontanei, ed una mortalità infantile accresciuta del 200%.

L’area circostante alla centrale risulta oggi abbandonata e le strutture di produzione chimica sono protagoniste di un lento disfacimento: il risultato è un progressivo inquinamento del suolo e delle falde acquifere della zona, che perdura ancora. Il Governo regionale ha dovuto predisporre un piano di fornitura di acqua pulita alla popolazione interessata.

bhopal proteste
Attivisti protestano chiedendo l’arresto di Warren Anderson, CEO di United Carbide Corporation. (AFP)

IL CASO GIUDIZIARIO E L’ESTRADIZIONE MANCATA – A disastro avvenuto, il Governo indiano acquisì immediatamente il controllo della centrale, negandovi l’accesso anche ai dipendenti della UCC. La legge Bhopal Gas Leak Act del marzo 1985 permise allo stesso Governo di agire come rappresentante legale delle vittime, dando così il via al processo.

Gli strumenti di produzione ed i sistemi di emergenza dello stabilimento di Bhopal furono giudicati inadeguati, come anche la preparazione dei dipendenti in materia di sicurezza; la frequenza dei controlli fu definita insufficiente, specialmente se comparata agli standard di sicurezza che la compagnia adottava nei propri impianti in West Virginia.

Un’analisi svolta dalla consulting firm statunitense Arthur D. Little suggerì l’ipotesi del sabotaggio, giudicando la sola negligenza aziendale insufficiente a causare il disastro; la UCC sostiene questa versione.

La Eckerman non esclude l’ipotesi del sabotaggio, ma afferma che la tragedia si sarebbe potuta evitare anche qualora questo fosse effettivamente avvenuto, addossando la responsabilità della negligenza alla UCC ed al Governo indiano. Ciò le alienò, con ogni probabilità, le simpatie di quest’ultimo, nonostante l’egregio lavoro svolto nella ricostruzione degli eventi.

Ad ogni modo, seguirono cinque anni di patteggiamento tra il Governo dell’India e la UCC, mai direttamente soggetta alla giurisdizione del Paese ma coinvolta in quanto proprietaria di UCIL: l’accordo finale fu di 470 milioni di dollari, da destinarsi al sollievo delle vittime della tragedia. La Corte Suprema indiana accettò il patteggiamento, al quale fu affiancata la richiesta – accettata dalla UCC – di 17 milioni per il finanziamento “volontario” di un ospedale a Bhopal.

Sette manager di UCIL furono definitivamente condannati nel giugno 2010, tra le proteste: la richiesta di dieci anni di carcere si era nel tempo ridotta a due, e fu unita al pagamento di multe da circa 2.100 dollari americani ciascuna. Tutti i condannati furono rilasciati su cauzione poco dopo il verdetto.

Il CEO e chairman di UCC, Warren Anderson, fu arrestato il 7 dicembre 1984; in seguito al pagamento di una cauzione da 2.100 dollari, gli fu subito concesso di lasciare il Paese – con il beneplacito del Ministero degli Interni – dove non tornò più. Fu dichiarato “fuggitivo” e l’India emanò un mandato d’arresto nei suoi confronti. La formale richiesta di estradizione del 2003, per comparire di fronte ad una corte indiana con l’accusa di omicidio, fu negata dagli Stati Uniti per assenza di prove. Nel 2009, la UCC dichiarò che l’impianto di Bhopal era gestito da UCIL, negando qualsiasi responsabilità della compagnia americana e del proprio ex CEO. Anderson è morto in Florida, di vecchiaia, nel 2014.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore di Bunte Kuh, scrivo anche per ilMegliodiInternet.it e per theWise Magazine, di cui sono responsabile tecnico.

Rispondi