Democracy on the line – Il referendum costituzionale in Turchia

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Recep Tayyip Erdogan Turchia
Recep Tayyip Erdogan, attuale Presidente della Repubblica di Turchia. Soprannominato il Sultano per le sue tendenze vintage verso l'Impero ottomano. (AFP)

La Turchia è al voto domenica 16 aprile. Il popolo turco è chiamato a votare su una riforma costituzionale che stravolgerebbe l’intera organizzazione costituzionale turca. Recep Tayyip Erdogan, il presidente della Repubblica di Turchia, e il suo partito, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), giustificano la riforma con la necessità di eliminare l’instabilità governativa. Problema, questo, che sta affligendo diversi sistemi parlamentari in Occidente (Italia, Paesi Bassi, Belgio, per non parlare del recente caso macedone).

Ma lo spostamento verso il presidenzialismo va indubbiamente a vantaggio di Erdogan. La riforma accresce i poteri in mano al Presidente, a scapito di quelli del Parlamento. Più che un presidente, la Turchia sarebbe governata da un sultano (guarda caso, uno dei soprannomi dati dalla stampa al leader turco). È discutibile l’ansia per l’instabilità governativa, visto che dal 2003 l’AKP ha raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi in tutte le elezioni tranne una. Per intendersi, la Democrazia Cristiana ha superato la maggioranza assoluta dei seggi solo nelle elezioni del 1948.

Fa paura pensare che il voto referendario (quindi l’utilizzo della democrazia diretta) potrebbe portare alla morte della democrazia tout court. Ma già prima del referendum le garanzie di libertà erano state ridotte al minimo.

Fethullah Gulen Turchia
Fethullah Gülen, ex imam e ex alleato di Erdogan. Attualmente in esilio in Pennsylvania, è stato accusato dal Presidente turco di essere il mandante del golpe del 15 luglio 2016. (AFP)

LA CURIOSA VIA TURCA ALLA DEMOCRAZIA – La Turchia infatti si appresta a votare sul referendum in un contesto di stato d’emergenza. Erdogan ha infatti dichiarato lo stato d’emergenza nel luglio 2016, in seguito a un tentativo di golpe contro il presidente. Il presidente ha subito accusato del golpe Fethullah Gülen, un imam che nei fatti ha permesso la scalata al potere di Erdogan. Sul golpe i pareri sono contrastanti: alcune fonti riportano che il golpe fosse organizzato in maniera seria e sia fallito principalmente per (s)fortuna, mentre altre si spingono fino a definirlo un autogolpe del Sultano.

Qualsiasi sia la verità, Erdogan ha sfruttato la situazione a suo favore e ha arrestato, per cominciare, giudici e militari. Ma è stato solo l’inizio: a cadere sotto l’accetta di Erdogan sono stati anche burocrati, professori universitari e giornalisti. Lo stato d’emergenza è stato prorogato diverse volte, in seguito a diversi attacchi terroristici, talvolta di matrice gulenista, o causati da Daesh (il sedicente Stato Islamico), o ancora dalla guerriglia organizzata dal PKK, il partito curdo dei lavoratori (fuorilegge). E a novembre, tanto per gradire, il governo ha fatto arrestare Selahattin Demirtaş e Figen Yuksekdag, i due leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP), il partito d’opposizione filo-curdo.

A peggiorare la situazione c’è anche un’inquietante campagna contro l’utilizzo della parola “no”. Ritiro di depliant di una campagna antifumo, divieto di proiezione di un film cileno contro Pinochet, licenziamento di giornalisti televisivi: tutto per colpa dell’utilizzo della parola “no”. Erdogan ha definito i votanti per il no come “amici dei golpisti” e ha iniziato ad accusare di fascismo e nazismo tutti i paesi occidentali (Germania, Paesi Bassi, Austria) che hanno negato l’ingresso ai ministri turchi per fare propaganda a favore del referendum (o forse proselitismo). Un’atmosfera scoppiettante che fa temere per la vittoria di entrambi gli schieramenti.

referendum Turchia
Una vignetta del fumettista Tom Janssen sul referendum turco. (pubblicato su Caglecartoons il 5 aprile 2017)

RIFORMAMI L’ANIMA –   La Grande Assemblea Nazionale della Turchia ha approvato la riforma costituzionale il 21 gennaio 2017. La costituzione turca (art. 175) impone il raggiungimento di una maggioranza dei tre quinti per cambiare la Costituzione. Se la riforma non riceve il supporto dai due terzi dei deputati, deve essere sottoposta a referendum popolare, come in questo caso.

La riforma è stata appoggiata dall’AKP e dal Movimento Nazionalista (MHP); i due partiti d’opposizione, l’HDP e il Partito Popolare Repubblicano (CHP), rispettivamente si sono astenuti e hanno votato contro. Non ci sono altri partiti nel parlamento turco: questo è dovuto alla presenza di un’altissima soglia di sbarramento, fissata al 10% nel 1982. La percentuale più alta al mondo, riporta il Guardian, che favorisce giocoforza i partiti principali. In passato è anche accaduto che alcuni seggi, vinti da partiti sotto il 10% in alcuni degli ottantacinque collegi della Turchia, fossero ridistribuiti a partiti maggiori. È in particolare il caso delle elezioni del 2002, dove l’AKP ottenne sono il 34,28% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi. E poi ci si lamenta del Porcellum.

A onor del vero, non vi è stata redistribuzione dei seggi nelle elezioni del 2011 e del giugno 2015. E anche se oggi il beneficiario principale di questa soglia è Erdogan, in passato era garantita l’alternanza partitica. Su Al Jazeera è riportato che il sistema non sarebbe meno democratico di un maggioritario all’inglese, anche se con effetti diversi. Nel Regno Unito si favorisce la concentrazione territoriale, come lo Scottish National Party in Scozia, mentre in Turchia una diffusione in tutto lo stato. A venire quindi penalizzati sarebbero i partiti regionali (chi ha detto “curdi”?).

Cavusoglu Turchia
Mevlüt Çavuşoğlu, ministro degli Esteri turco. Gli è stato impedito di tenere un comizio pro-riforma in Olanda a Marzo 2017. In quell’occasione Erdogan definì gli olandesi fascisti. (AFP)

IL GOVERNO ELETTO DAL POPOLO – Il fulcro dell’intera riforma costituzionale è relativo alla forma di governo: in parole povere, nei rapporti tra esecutivo e parlamento. Lo stesso Erdogan ha detto di essersi ispirato alle democrazie presidenziali della Francia e degli Stati Uniti. La descrizione del presidente è scorretta dal punto di vista costituzionale (la Francia è un sistema semipresidenziale), ma calzante: la riforma prevede una forma di governo presidenziale, priva però dei checks and balances previsti dalla Costituzione statunitense per evitare abusi di potere.

Oggi in Turchia c’è un sistema parlamentare: il governo è sì nominato dal Presidente, ma necessita di un voto di fiducia da parte del Parlamento. È il Parlamento a scegliere il governo e ha il potere di costringerlo alle dimissioni con una mozione di sfiducia. Questo, peraltro, è il sistema usato da tutte le democrazie dell’Europa occidentale con l’eccezione della Francia e del Portogallo.

Da domani, però, la Turchia potrebbe diventare un baluardo di speranza per una certa parte dell’opinione pubblica italiana: il governo sarebbe eletto dal popolo. Verrebbero aboliti il Primo ministro e il Consiglio dei Ministri e i poteri dell’esecutivo passerebbero al Presidente della Repubblica (cioè Erdogan). L’ufficio di Presidente è già eletto dal popolo, ma la Costituzione garantisce poteri limitati. Non che Erdogan lo abbia mai visto come un problema per superarli. Come negli Stati Uniti, il Presidente avrebbe il mandato popolare per formare il suo governo e potrebbe nominare i ministri a suo piacimento. C’è una differenza con la superpotenza: i ministri sarebbero nominati e revocati dal Presidente senza alcun intervento del Parlamento, mentre negli Stati Uniti il Senato deve confermare le nomine governative, come si è visto con la nomina di Rex Tillerson.

Un governo privo di qualsivoglia legami con il Parlamento non è forse, in Europa, il migliore esempio di democrazia, ma in sé non è sufficiente a spiegare l’ansia verso il referendum. Il problema resta l’assenza di strumenti che frenino gli abusi di potere dell’esecutivo. Uno di questi è un mandato differente per Parlamento e Governo. Negli Stati Uniti la Camera dei rappresentanti è eletta ogni due anni; il Presidente ogni quattro; il Senato viene rinnovato parzialmente ogni due anni ma i senatori hanno sei anni di mandato. Nella Turchia pre-referendum, il Presidente è eletto ogni cinque anni e il Parlamento ogni quattro.

palazzo presidenziale Turchia
Il sobrissimo Palazzo Presidenziale ad Ankara, fatto costruire da Erdogan prima della sua elezione a Presidente della Turchia nel 2014. (EPA/STRINGER)

La riforma, per non lasciar spazio ai dubbi, propone di uniformare i mandati di Parlamento e Presidente, che verrebbero eletti ogni cinque anni nella stessa data. L’uniformazione dei mandati era stata già sperimentata in Francia nel 2002, quando il mandato presidenziale fu ridotto da sette a cinque anni, con le elezioni parlamentari un paio di mesi dopo le presidenziali. La ratio, allora come oggi, fu quella di evitare situazioni di coabitazione o di governo diviso; in pratica, che in Parlamento ci fosse una maggioranza e al governo un’altra.

L’unificazione delle elezioni tende infatti a favorire un voto uniforme, quindi riferito allo stesso partito in Parlamento e  per il Presidente della Repubblica. Due obiezioni potrebbero essere poste: a) non è detto che le elezioni si tengano sempre in contemporanea, ad esempio a causa dello scioglimento anticipato del Parlamento; b) non è detto che un cittadino voti per il candidato presidente e anche per il suo partito in Parlamento.

Il Parlamento, nei fatti, è già stato sciolto anticipatamente almeno in un’occasione, vale a dire nell’agosto 2015 a causa dell’impossibilità di formare una coalizione governativa. La riforma però prevede che in caso di scioglimento del Parlamento il Presidente rimetta il suo mandato e si torni anche alle elezioni presidenziali, una sorta di rivisitazione in salsa turca delle nostre leggi elettorali per comuni e regioni. Per quanto riguarda il punto b), si pone una domanda precisa a voi lettori: nei casi in cui possiate usare il voto disgiunto (ad esempio, nelle elezioni comunali) lo fate? Se la risposta è no, potete ben capire cosa ci guadagni Erdogan a mettere le elezioni in osmosi. Se la risposta è sì, congratulazioni! Siete dei cittadini modello e ragionate per ogni carica.

Poco rilevante è la previsione che il Presidente possa appartenere e/o guidare un movimento politico. Se in teoria il Presidente della Repubblica (in Turchia come in Italia) deve essere imparziale, nei fatti non è necessariamente così. Basti pensare a tutte le accuse rivolte all’ex presidente Napolitano di essere di parte. Erdogan avrà anche lasciato il partito per poter diventare Presidente, ma indubbiamente mantiene un controllo. Poca preoccupazione la suscita anche la procedura di impeachment: si tratta sempre di uno strumento da usare in casi eccezionali e la maggioranza richiesta è persino più bassa di quella presente in Costituzione (due terzi contro tre quarti).

Binali Yıldırım, attuale Primo Ministro della Turchia. Chissà cosa pensa della possibile cancellazione del suo ruolo… (AFP)

I POTERI DEL PRESIDENTE – È evidente che l’eliminazione della carica di Primo Ministro sposta tutti i poteri dell’esecutivo in capo al Presidente. Uno in particolare suscita preoccupazioni, cioè la decretazione presidenziale. Oltre ai regolamenti attuativi delle leggi, moltissimi governi hanno il potere di emanare atti con forza di legge. In Italia, ad esempio, esistono il decreto legislativo e il decreto legge (artt. 76-77 della Costituzione). Soprattutto con il decreto legge, il Governo si appropria quindi di un potere para-legislativo e emana degli atti che, dal punto di vista del rispetto del diritto, sono identici alle leggi parlamentari. Di norma, però, il Parlamento detiene un controllo su questi decreti, prima dell’emanazione (come nel caso del decreto legislativo) o dopo (nel caso del decreto legge).

In Turchia potrebbe non essere così: i decreti presidenziali entreranno infatti in vigore senza necessità di una conferma parlamentare. È evidente che questo sia una riduzione del potere legislativo ai danni del Parlamento. Volendo riprendere l’esempio italiano, sarebbe come se il Presidente del Consiglio Gentiloni emanasse decreti legge a suo piacimento, senza necessità che il Parlamento li converta. Il testo della riforma prevede in realtà che una legge possa invalidare un decreto sullo stesso tema, ma il sistema elettorale turco e l’unificazione delle elezioni parlamentari e presidenziali indebolisce la tutela costituzionale.

Oltre a espandersi ai danni del legislativo, l’ufficio presidenziale potrebbe detenere il controllo sul sistema giudiziario. Il Consiglio di Giudici e Procuratori (il corrispettivo del nostro Consiglio Superiore della Magistratura) è stato infatti modificato dalla riforma. Il numero dei componenti elettivi scende da 20 a 11, di cui quattro eletti dal Presidente (come in precedenza) e i restanti dal Parlamento. In precedenza, gli altri membri erano nominati dalla Corte di Cassazione, fedelmente al ruolo di sistema di autogoverno della magistratura.

Alcuni sostenitori della riforma evidenziano come la riforma aiuti a democratizzare il Consiglio, assegnando il potere di nomina ai parlamentari eletti dal popolo. Più che una democratizzazione sarebbe corretto parlare di politicizzazione, giacché il Parlamento avrà una maggioranza simile a quella presidenziale. La Corte Costituzionale non ha subito emendamenti, ma si è già mostrata molto reticente a discutere della costituzionalità dei decreti emessi dall’esecutivo. Tutto questo andando contro una giurisprudenza di lunga data.

COSA ASPETTARSI DAL VOTO? – È impossibile pronosticare una vittoria del Sì o del No, giacché i sondaggi vedono in leggero vantaggio il Sì (al 51%) ma con un margine di errore piuttosto alto. Non si può neanche sottovalutare la reticenza degli intervistati a dichiarare il voto per il No, vista la campagna diffamatoria compiuta dal governo.

L’unico dato certo è che la vittoria di uno dei due schieramenti ha il potenziale di portare risultati devastanti: in caso di vittoria del Sì, vi sarebbe l’istituzionalizzazione del potere unico di Erdogan; in caso di responso negativo il Presidente potrebbe desiderare di prendere il potere con la forza e risolvere il problema alla radice. 

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Roma - La Sapienza e in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna - Polo di Forlì. Sono fondatore di BunteKuh e sto studiando per un Master in Marketing, Comunicazione e Made in Italy del CSCI.

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