Gli Usa e la disfatta (a metà) dei sondaggi elettorali

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Lo scontro Trump-Clinton si è evoluto in modo diverso rispetto alla previsione di buona parte dei sondaggi. (The Telegraph)

Avrà fatto bene Sam Wang, “mago” dei sondaggi dell’università di Princeton, a mangiare un grillo in diretta televisiva come penitenza per aver definito impossibile la vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane? In altre parole, la disfatta dei sondaggi è stata davvero così completa come sembrerebbe emergere da molte delle analisi circolate all’indomani dell’8 novembre?

IL SISTEMA DEI GRANDI ELETTORI – La risposta a questa domanda deve tenere conto di una situazione piuttosto complessa, giustificata dal funzionamento del sistema elettorale americano, nel quale non vince chi prende più voti a livello nazionale: il Presidente, infatti, viene formalmente designato da 538 Grandi Elettori, che sono assegnati da ciascuno stato in misura variabile, in proporzione agli abitanti (dai 3 del Wyoming ai 55 della California).

Per vincere in uno stato e conquistarne tutti i Grandi Elettori, ad un candidato Presidente basta ottenere anche solo un voto in più dell’avversario tra i cittadini di quello stato (si parla di winner takes all system, cui fanno eccezione il Maine e il Nebraska, che adottano invece un sistema proporzionale). Diventa Presidente chi ottiene la maggioranza di questi 538 Grandi Elettori, cioè almeno 270.

Proprio in ragione di questo sistema di voto, gli istituti demoscopici statunitensi hanno condotto, in vista della sfida tra Hillary Clinton e Donald Trump, rilevazioni sia a livello nazionale, per capire chi avrebbe prevalso nel voto popolare, sia stato per stato, tenendo d’occhio gli swing states, gli stati in bilico il cui risultato può decidere le elezioni.

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L’exploit di Trump esplicitato graficamente. Era imprevedibile, o solo imprevisto? (BBC News)

ERRORI DI VALUTAZIONE – Di conseguenza, per trarre un bilancio della prova offerta dai sondaggi sarebbe opportuno condurre analisi separate delle performance delle due macrocategorie di indagine. Tra queste analisi, quella di Nate Silver, statistico americano fondatore del sito Fivethirtyeight.com, trae delle conclusioni che mostrano quanto sia articolata la situazione e quanto infondato sia, almeno in parte, un giudizio inappellabile sull’inefficacia dei sondaggi: se è vero infatti che le rilevazioni statali hanno fatto un sostanziale buco nell’acqua, è altrettanto vero che i sondaggi nazionali si sono rivelati piuttosto accurati, prevedendo la vittoria della Clinton su Trump nel voto popolare con un margine solo di poco più ampio di quello reale.

Quanto al fallimento dei sondaggi statali, esso si spiega, ha affermato il sondaggista Jon Cohen in un’intervista al Washington Post, con l’errore nella composizione del campione, cioè nell’individuazione di chi e in che misura avrebbe votato per ciascuno dei due candidati. Lo sbaglio è stato macroscopico negli stati del Midwest che hanno consegnato la vittoria a Trump, cioè Michigan, Wisconsin e Pennsylvania: qui, per ragioni “strutturali” e indipendenti dalla loro volontà, come il calo nell’uso dei telefoni fissi a favore dei cellulari, che rende irraggiungibili molti potenziali partecipanti alle rilevazioni, o il crollo della fiducia nell’imparzialità dei sondaggi, che porta sempre meno americani a rispondere a interviste demoscopiche, i sondaggisti hanno erroneamente valutato le intenzioni di voto di uno specifico segmento demografico della regione.

Si tratta degli elettori bianchi, specie quelli di sesso maschile e non laureati, il cui sostegno alla Clinton, sottolinea ancora Nate Silver, era stato sovrastimato e quello a Trump, specularmente, sottostimato, mentre nei fatti, secondo exit poll della Cnn, il tycoon newyorkese ha vinto, tra gli white men without college degree, per 68% a 24% in Michigan, per 69% a 29% in Wisconsin, e  per 71% a 26% in Pennsylvania. A parziale discolpa dei sondaggisti si può anche ricordare che i sondaggi nazionali parlavano di una quota di indecisi al 12%. Abbastanza grande, evidenzia Fivethirtyeight.com, da dover indurre cautela nel dare per certa la vittoria della Clinton, in quanto uno spostamento verso Trump di una quota anche piccola di quel 12%, per definizione difficile da tenere d’occhio, avrebbe ribaltato ogni pronostico. E qualcosa del genere deve essere successo, ancora una volta, in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, dove il repubblicano ha conquistato, secondo gli exit poll, rispettivamente il 50, il 59 e il 54 per cento dei suffragi tra coloro che hanno deciso come votare nell’ultima settimana prima del voto.

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Pepe the Frog, personaggio ben noto della sottocultura di Internet, si è ritrovato senza volerlo a recitare un ruolo attivo nella campagna elettorale per Trump, ma soprattutto nell’espansione mediatica dell'”alt-right“. (prismomag.com)

NUOVI POLI E NUOVI MEDIA – In generale, i pur pochi numeri qui presentati dicono qualcosa anche sul piano politico: la Clinton ha perso (e Trump ha vinto) la corsa alla Casa Bianca in un’area geografica e in una fetta di elettorato ben individuabili, che hanno fatto pesare in modo determinante le proprie ragioni di rifiuto dell’ex segretario di Stato e di appoggio al candidato repubblicano, ragioni che possono essere le più diverse e sulle quali ci sarà ancora molto da scrivere.

Quello che qui possiamo dire è che sembrerebbe comunque da rivedere un giudizio circolato già all’indomani dell’8 novembre secondo cui una parte importante del successo di Trump sarebbe stata determinata dall’intensa attività messa in campo sul web, sottoforma di condivisione virale di meme dal contenuto fortemente dissacratorio (specie nei confronti di Hillary Clinton e della sua campagna elettorale), dagli esponenti di quella che è stata definita la “alt-right” (destra alternativa), la nuova estrema destra americana dai toni apertamente xenofobi e razzisti.

Una simile attività indubbiamente c’è stata, ad esempio su piattaforme come 4chan, ma nel pesarne il ruolo ai fini del risultato elettorale statunitense bisognerebbe tenere conto di alcuni elementi che rendono il quadro più articolato e non riducibile a slogan come “Trump ha vinto grazie ai meme”: lo fa ad esempio Chava Gourarie in un articolo pubblicato sul sito della Columbia Journalism Review, nel quale mostra come parte della questione della “alt-right” e del suo contributo via web alla vittoria del tycoon repubblicano stia anche nel modo in cui i media mainstream si sono approcciati al fenomeno, da un lato ricomprendendo sotto l’etichetta di “destra alternativa” realtà anche molto dissimili tra loro (da gruppi propriamente politici riconducibili al suprematismo bianco a soggetti che facevano del semplice trolling senza realmente aderire a battaglie ideologiche) e finendo così per pensare all’“alt-right” come un vero e proprio movimento politico nonostante non lo fosse, dall’altro non comprendendo fino in fondo che la copertura concessa a questa realtà era esattamente ciò che gli “alt-righters” cercavano come propellente per portare le loro idee al di fuori delle loro piattaforme di riferimento. È quindi in questo senso che, come argomenta la Gourarie, l’ “alt-right” ha dato scacco ai tradizionali mezzi di informazione.

Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

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