Falsi allarmi: sull’orlo della guerra nucleare

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Peter Sellers interpreta il Dottor Stranamore, ex scienziato nazista addetto alla costruzione delle armi atomiche americane, nell'omonimo capolavoro di Stanley Kubrick.

Le recenti schermaglie verbali tra la presidenza americana, più che mai spregiudicata, e i suoi nemici d’oltreoceano hanno riportato in auge un tema desueto, ma la cui funzione di spauracchio non è mai davvero venuta meno: l’ipotesi della guerra nucleare. Al di là delle esagerazioni mediatiche, le attuali tensioni in politica internazionale non costituiscono reale preludio a un olocausto atomico senza ritorno. Resta vero, tuttavia, che il solo alimentarsi di tali discordie abbia spinto parte dell’opinione pubblica a rievocare l’episodio dei missili cubani del 1962, rimasto negli annali come record insuperato per l’apnea di gruppo, poiché il mondo intero rimase con il fiato sospeso.

Quell’evento, seppure il più noto storicamente, non è stato l’unico momento in cui il mondo fu più vicino alla mezzanotte di quanto si sarebbe mai dovuto trovare. La guerra nucleare fu sfiorata in altri momenti, in misura anche più ravvicinata di quanto non sia accaduto nel 1962. In questi particolari casi il colpevole non fu una tensione internazionale estremizzata o uno spontaneo gesto di follia. A questo proposito, in realtà, ci si può ritenere molto fortunati, dato che sembra che i codici di lancio per i missili statunitensi siano rimasti impostati su “00000000” per buona parte della Guerra Fredda.

Sventata l’ipotesi “Dr. Stranamore“, però, rimane quella “War Games“: è successo più di una volta, infatti, che il mondo fosse sul punto di finire, senza previa notifica, a causa di errori tecnici nel rilevamento delle minacce. Se oggi potete leggere questo articolo, lo si deve solamente alla capacità di giudizio di pochi individui che, in quel contesto, furono abbastanza lucidi da farsi qualche domanda e contravvenire alle procedure previste.

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Stanislav Petrov nel documentario del 2014 a lui dedicato, “The Man Who Saved the World”.

IL FALSO ALLARME SOVIETICO DEL 1983 – Stanislav Evgrafovič Petrov, tenente colonnello dell’Armata Rossa, è uno dei vostri eroi preferiti che non avete mai sentito nominare. Nel 1983, quando Petrov si vide chiamato a salvare il mondo dalla guerra nucleare, intercorrevano pessime relazioni tra Washington e Mosca: il precedente periodo di distensione era stato infatti bruscamente interrotto dalla guerra in Afghanistan e dall’elezione alla Casa Bianca di Ronald Reagan, che proprio nel 1983 non esitò a definire l’Unione Sovietica come “evil empire“. Il confronto missilistico viveva una fase di guerra psicologica, fatta di schieramenti e rischieramenti, ma soprattutto di produzione di vettori sempre più efficaci per rapidità e portata.

La paranoia era forte soprattutto da parte sovietica, poiché si sopravvalutava la capacità americana di schierare missili Pershing II, contro i quali le difese di Mosca erano in grado di fare ben poco. Yuriy Andropov, che all’epoca guidava il KGB, aveva dato inizio all’Operazione RYaN (Raketno-Yadernoe Napadenie, cioè “attacco missilistico nucleare”), volta alla raccolta di intelligence su un possibile attacco nucleare preventivo da parte degli Stati Uniti. La tensione era di nuovo alle stelle.

Fu in questo contesto che Stanislav Petrov si trovò di fronte alla scelta più difficile della propria vita. Egli lavorava alla base-città di Serpukhov-15, nei pressi di Mosca, dove era responsabile dei sistemi satellitari volti a rilevare un possibile attacco nucleare americano. Il 26 settembre 1983, passata la mezzanotte, i radar da lui osservati rilevarono un missile Minuteman in volo, diretto contro l’Unione Sovietica.

Va sottolineato come questi sistemi siano propensi all’errore: accade spesso che essi registrino delle anomalie, interpretate come un attacco nemico, ma in realtà di altra natura. Petrov, che ne era ben consapevole, decise di attendere un ulteriore riscontro anziché inoltrare un allarme ai suoi superiori. In simili condizioni, e con un tempo decisionale di circa 2 minuti, l’apparato militare avrebbe certamente predisposto una risposta immediata su larga scala.

Poco dopo, il sistema rilevò altri quattro missili. Petrov, a questo punto, era tenuto a informare i propri capi, dato che l’attesa di un controllo incrociato avrebbe fortemente limitato i tempi di reazione della difesa sovietica. Il tenente colonnello, però, ragionò con estrema lucidità e continuò a credere in un errore tecnico: se gli Stati Uniti avessero voluto scatenare la guerra nucleare, non l’avrebbero fatto con soli cinque missili. Egli, a ragione, riteneva che un eventuale attacco preventivo si sarebbe basato su un lancio imponente, allo scopo di distruggere ogni possibilità di difesa.

Di fronte alla scelta se scatenare una guerra nucleare o rischiare la distruzione del proprio Paese, Petrov scelse la seconda opzione e non informò i superiori. La Storia gli diede ragione: i missili rilevati altro non erano che un’anomalia generata da un particolare allineamento della luce solare con le orbite dei satelliti russi. L’Armata Rossa non fu dello stesso parere: Petrov ricevette inizialmente encomio e la promessa di una ricompensa per le sue azioni, ma allo stesso tempo aveva esposto l’imbarazzante limitatezza del sistema di difesa dell’aeronautica – e ciò avrebbe condotto alla punizione di altri. Così, anziché essere premiato, fu riassegnato a una posizione di minore importanza e gli fu imposto il pensionamento anticipato, cosa che apparentemente lo condusse a una crisi di nervi.

Ma Petrov non fu dimenticato: l’episodio divenne noto al mondo nel corso degli anni Novanta, e da allora l’ex tenente colonnello ha ricevuto il meritato plauso e una serie di premi e riconoscimenti. La sua storia è stata raccontata nel documentario del 2014, The Man Who Saved the World.

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Un centro di controllo nell’enorme complesso del NORAD a Cheyenne Mountain, Colorado. (U.S. Air Force)

I FALSI ALLARMI DEL NORAD – Dall’altra parte della barricata, simili rischi sono stati corsi dai tecnici del NORAD (North American Aerospace Defense Command), in più di un’occasione. Fortunatamente, si verificarono tutte in un periodo appena precedente, durante il quale la tensione USA-URSS non si era ancora del tutto riaccesa. La più grave di esse avvenne il 9 novembre del 1979; diversamente dall’episodio di Petrov, però, in questo caso non si trattava di un (falso) attacco limitato. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Zbigniew Brzezinski, fu svegliato alle tre di notte da una telefonata del military assistant William Odom: apparentemente, circa 250 missili sovietici erano diretti verso gli Stati Uniti. Una successiva telefonata di conferma rivelò che le testate in volo erano addirittura 2200, un completo attacco nucleare su vasta scala.

I primi controlli incrociati confermarono l’attacco: i missili comparivano sui radar del NORAD in Colorado, quelli del Pentagono e anche allo Strategic Air Command Center. Si ordinò il decollo di dieci bombardieri, mentre Brzezinski aveva il compito di telefonare al Presidente Jimmy Carter perché questi approvasse la ritorsione statunitense. Sembra che Brzezinski non si curò nemmeno di svegliare la moglie, poiché “sarebbero comunque morti tutti nel giro di mezz’ora”. Fortunatamente, un minuto prima della telefonata a Carter, Odom lo chiamò nuovamente per avvertirlo che i missili non comparivano sugli altri sistemi di rilevamento, e la guerra nucleare fu nuovamente sventata per un soffio.

In seguito, fu scoperto che un programma utilizzato in addestramento era stato caricato per sbaglio nel sistema, senza però che la modalità fosse stata cambiata in “test“. Perciò la simulazione fittizia di un devastante attacco sovietico apparve come una minaccia orribile e reale.

Solo l’anno successivo, il NORAD generò altri tre falsi allarmi: il 28 maggio, ed il 3 e 6 giugno 1980, si verificò la comparsa di attacchi inesistenti, seppur più limitati rispetto al rischiato disastro del 1979, che indicavano la presenza di un attacco nucleare in atto. In questi casi, il colpevole fu un chip difettoso del valore di 46 centesimi, installato in uno dei computer interessati. L’errore fu identificato e corretto, ma le reazioni dei militari americani e della leadership sovietica furono di comprensibile insofferenza verso il malfunzionamento del sistema di difesa. Va riconosciuto, a ogni modo, che l’errore dell’anno precedente aveva educato tutti allo scetticismo: nel corso di questi falsi allarmi, alcuni bombardieri il cui decollo era previsto in caso di attacco non furono caricati con testate nucleari, ed altri non partirono proprio.

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Boris Eltsin, Presidente russo dal 1991 al 1999, è stato sul punto di attivare la valigetta nucleare solo dopo la fine della Guerra Fredda, nel 1995. (Michael Evastafiev/AFP/Getty Images)

IL RAZZO NORVEGESE E LA VALIGETTA DI ELTSIN – Paradossalmente, l’unico caso in cui un Presidente russo ebbe le mani pronte sulla Cheget (la “valigetta nucleare” necessaria a confermare un attacco atomico) si verificò dopo la fine della Guerra Fredda. Il 25 gennaio 1995, infatti, un gruppo di studiosi norvegesi e americani aveva lanciato un razzo, contenente strumentazione scientifica, da una piattaforma di lancio nel nord-ovest della Norvegia. L’esperimento sarebbe stato necessario a studiare gli effetti dell’aurora boreale sopra le Isole Svalbard. Il razzo, rilevato dai radar russi a Olegonorsk, sviluppò velocità e traiettoria simili a quelle che avrebbe avuto un missile americano diretto contro Mosca.

Come nel 1983, qual era la probabilità di una guerra nucleare condotta con un solo missile? Gli operatori russi, osservando come il razzo procedesse verso l’alto, considerarono un’altra possibilità: si sarebbe potuto trattare di una singola testata volta a generare un attacco elettromagnetico (EMP) ad alta quota, che avrebbe mandato in tilt i satelliti russi e, solo in seguito, aperto la strada al reale attacco su larga scala.

Nei dieci minuti successivi, mentre i radar continuavano a seguire la traiettoria del missile, il Presidente Boris Eltsin fu notificato del pericolo e ricevette la valigetta, che fu per la prima volta attivata con le chiavi necessarie. Gli equipaggi dei sottomarini nucleari furono posti in stato d’allerta, pronti alla ritorsione.

Poco dopo, i Russi poterono constatare che il missile non fosse una minaccia e che stesse in effetti precipitando verso le Svalbard. Gli scienziati in questione avevano preventivamente avvisato del lancio diversi Paesi, Russia inclusa, ma l’informazione non era mai arrivata agli operatori radar. L’avvenuto, che avrebbe potuto provocare una guerra nucleare nel momento meno probabile degli ultimi quarant’anni, fu l’occasione per una riorganizzazione del protocollo di comunicazione interna della Difesa russa.

Questa serie – seppur non completa – di esempi da brivido dimostra quanto vicini ci si possa trovare all’eventualità di una guerra nucleare, in particolare a causa della necessaria rapidità nel prendere decisioni in un contesto del genere. Finora, il raziocinio umano ha saputo ovviare agli errori tecnici verificatisi, ma di per sé non è una garanzia che ciò continuerà ad avvenire in futuro, a prescindere dalle reali contingenze della politica internazionale. Di certo, se si procedesse nella direzione del disarmo, il mondo dormirebbe sonni più tranquilli.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all’Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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