La maledizione del nuovo: da Craxi a Renzi e i 5 Stelle

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Marco Damilano presenta il suo nuovo libro, "Processo al Nuovo". (Estense)

Che presentarsi come nuovo, almeno a parole, in politica potesse favorire il successo elettorale lo dimostrò plasticamente Tony Blair, quando, nella conferenza del Partito Laburista di Blackpool dell’ottobre 1994, lanciò il noto slogan “New Labour, New Britain”: bastò appunto aggiungere quel prefisso “nuovo” per dare l’idea che la sinistra inglese intendeva chiudere con le vecchie battaglie di stampo marxista e rendersi così presentabile, e votabile, per fette di elettorato diverse dallo zoccolo duro dei suoi sostenitori tradizionali.

IL NUOVO E L’ITALIA SECONDO DAMILANO – Quanto all’Italia, invece, il Nuovo, il proporsi come alfieri della novità, è stato qualcosa di più di un’operazione di cosmesi sul nome di un partito, configurandosi piuttosto come l’orizzonte al quale hanno guardato negli ultimi trenta-quarant’anni più o meno tutti i soggetti politici via via affacciatisi nell’agone politico nazionale, conseguendo però per questa via risultati complessivamente fallimentari. È questo l’assunto di fondo da cui muove il vice-direttore de L’Espresso Marco Damilano nel suo ultimo libro, Processo al Nuovo, pubblicato da Laterza nella collana Tempi Nuovi, con un titolo che, come sottolineato dallo stesso autore, vuole richiamare il processo che Pier Paolo Pasolini intentò metaforicamente alla classe politica della Democrazia Cristiana dalle colonne del Corriere della Sera, nell’agosto del 1975, e con il quale trasse un fosco bilancio del trentennio di potere democristiano.

Con l’analoga volontà di tirare le somme degli ultimi quarant’anni di vita politica italiana e partendo, sul piano cronologico, Damilano riparte dal punto in cui si fermava Pasolini e per la precisione dal 1979, quando sull’Avanti apparve un articolo firmato da Bettino Craxi in cui si invocava la necessità di una “grande riforma” istituzionale, punto di inizio di quel dibattito sulla riforma della Costituzione arrivato fino al referendum del 4 dicembre 2016, L’autore ripercorre alcuni snodi fondamentali da lui già affrontati in dettaglio in altri libri recenti (particolarmente in Eutanasia di un potere e ne La Repubblica del Selfie): individua così il filo conduttore, appunto, nella voglia di presentarsi come portatori di una qualche novità dimostrata dai leader politici che nel corso degli anni hanno occupato il centro della scena, e che di questa carica di novità hanno fatto il centro stesso della loro proposta politica. Salvo poi, per i fallimenti e le manchevolezze di cui il libro dà conto, deludere profondamente le aspettative suscitate in quanti, tra i cittadini-elettori, in quel rinnovamento annunciato avevano creduto per davvero.

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Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer.

DA CRAXI A DE MITA, PASSANDO PER BERLINGUER – La ricostruzione di Damilano comincia con quei leader che agitarono la bandiera del nuovo, declinandola in modi diversi, nella fase finale della Prima Repubblica, nella speranza che questo bastasse a colmare il baratro che stava progressivamente aprendosi tra politica e società. Troviamo innanzitutto Bettino Craxi, che con il già ricordato fondo sull’Avanti intendeva aprire nel segno della – a suo avviso – necessaria riforma istituzionale l’ottava legislatura repubblicana, la prima dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro (la cui  morte segnò in effetti la fine della «Repubblica dei partiti»).

Incluso anche Enrico Berlinguer, che proponeva un rinnovamento morale a guida Pci, tale per cui i partiti cessassero di essere quelle «macchine di potere e clientela» di cui parlò nella nota intervista sulla questione morale rilasciata a Eugenio Scalfari il 28 luglio 1981.

Citato persino l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita che, l’11 aprile 1983, trentatré anni prima di vedersi additato come esponente della conservazione da Matteo Renzi nella sua battaglia per il No al referendum costituzionale, pronunciava un discorso, anche in questo caso confidato a Scalfari, che forse non sarebbe dispiaciuto al segretario del Pd: «Destra e sinistra sono schemi mistificanti. Non ci si distingue più in quel modo. La vera dialettica è tra vecchio e nuovo».

Tutti e tre i leader, comunque, erano destinati alla sconfitta delle loro velleità innovatrici: Craxi, prima ancora di essere travolto dalle inchieste di Mani Pulite, si sarebbe con grande disinvoltura tramutato da sedicente innovatore di un sistema bloccato a garante di quello stesso sistema con la nascita del Caf, il patto con Andreotti, Forlani e la destra democristiana, e con il tentativo poi fallito di far naufragare, nel 1991, il referendum sull’abrogazione della preferenza multipla nella scheda elettorale; episodio, questo, che aprì la strada allo scardinamento del sistema proporzionale nel quale il leader socialista vedeva la garanzia della sopravvivenza del suo partito. Berlinguer sarebbe morto improvvisamente nel 1984 e il Pci avrebbe poco dopo cambiato nome e ragione sociale. De Mita, infine, condusse la Dc al risultato choc delle elezioni politiche del 1983 (6 punti percentuali in meno rispetto alle precedenti consultazioni e 2 milioni di voti persi).

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Umberto Bossi e Silvio Berlusconi nel 2009. (Matteo Bazzi/ANSA)

IL NUOVO POST IDEOLOGICO DELLA SECONDA REPUBBLICA – Eppure, per così dire, il meglio (o il peggio) doveva ancora venire. Ci vollero la fine delle ideologie conseguente al crollo del Muro di Berlino e il collasso della Prima Repubblica, accelerato da Tangentopoli, perché il Nuovo nella politica italiana prendesse forme inedite, quali quelle incarnate dalla Lega Nord da un lato e da Silvio Berlusconi dall’altro, che inaugurarono e segnarono il ventennio della Seconda Repubblica.

Ma anche questa volta il Nuovo, o meglio, ciò che come tale si presentava, non tardò a mostrare i propri limiti: la Lega di Umberto Bossi e Gianfranco Miglio era nuova nella misura in cui non derivava da nessuna precedente tradizione politica dell’Italia repubblicana, ma era contemporaneamente antica, antichissima, nel suo proporre, all’alba della globalizzazione, il «ritorno alle piccole patrie, al suolo, all’heimat».

Quanto a Berlusconi, sebbene fosse nuovo nel mondo della politica attiva, non era certo alieno rispetto alla classe dirigente della Prima Repubblica. Con essa, al contrario, aveva avuto, da ben prima della discesa in campo, un rapporto di stretta contiguità necessario, tra le altre cose, per mettere in sicurezza le sue reti televisive. D’altra parte, gli stessi elementi di novità sostanziale apportati da Berlusconi non fecero che deprimere ulteriormente il livello della scena politica: un partito creato dal nulla dal leader e ridotto a macchina elettorale al servizio di quest’ultimo, con un modello che in Italia non si era ancora mai visto, con la parziale eccezione del Psi craxiano, ma che ben presto avrebbe fatto scuola, con risultati non sempre vincenti, anche a sinistra, in Italia e in Europa (da Massimo D’Alema a fine anni Novanta, il quale comunque tentò piuttosto di personalizzare un Pds già esistente e di lunga tradizione, fino a Emmanuel Macron nel 2017).

L’esaltazione del simulacro della società civile da cui attingere per formare le liste elettorali e da contrapporre al nemico assoluto, i politici di professione (checché se ne dica, è stato Berlusconi ad introdurre il termine “casta” nel lessico politico italiano, in un’intervista alla “Stampa” del febbraio 1993, nella quale affermava che «il nuovo sistema elettorale dovrebbe creare condizioni che non consentano il formarsi di una casta politica, composta da professionisti della politica, da politici di professione»); l’idea di un confronto muscolare, anche sul piano retorico, con gli avversari politici, certo favorita, in quegli anni, dall’affermarsi di un sistema politico tendenzialmente bipolare, ma che sarebbe perdurata nel tempo, trasformando il dibattito pubblico, sottolinea Damilano, in uno «scambio di insulti tra tifoserie avversarie, da curva a curva. Chiuse in se stesse, impermeabili agli argomenti dell’avversario, con un linguaggio impoverito».

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Silvio Berlusconi e Mario Monti nel passaggio di consegne che li ha visti protagonisti nel 2011. (Maurizio Brambatti/ANSA)

DAL BERLUSCONI ALLA CULTURA POLITICA ATTUALE – Si potrebbe anzi dire, forzando un po’, ma forse non eccessivamente, il pensiero dell’autore, che proprio in virtù delle novità da lui apportate, come si comprenderà non del tutto positive, Silvio Berlusconi è stato in qualche modo il padre morale di quanti, in una fase di passaggio paragonabile al 1992-1993, ovverosia il biennio 2011-2013, hanno puntato sulla loro carica di novità al fine di conquistare il potere. Va da sé che, se interrogati su un simile rapporto di filiazione, oltre che sul fatto di essere più simili tra loro di quanto tendano ad ammettere, i diretti interessati negherebbero piuttosto sdegnati.

Il riferimento è a Mario Monti, Beppe Grillo e Matteo Renzi: tutti e tre hanno predicato la necessità di sbarazzarsi dei vecchi politici, fosse perché frenati nelle loro decisioni da esigenze di consenso o perché corrotti o, ancora, perché, ormai in là con gli anni, avevano sprecato la loro occasione e dovevano lasciare il passo a una generazione che amava ripetere «noi non c’eravamo».

Tutti e tre hanno creato, di fatto, partiti che con loro si identificavano (sia che ne abbiano fondato uno, magari detenendo anche la proprietà del marchio, altro tratto tipicamente berlusconiano, sia che ne abbiano svuotato uno tradizionale dall’interno). Tutti e tre non hanno mancato di usare un tipo di linguaggio che, più o meno urlato che fosse, comunque identificava dei nemici, prima ancora che delle proposte politiche concrete (ecco quindi l’abuso di termini come “populisti”, “gufi”, “rosiconi”,  ed espressioni come “quelli che mettono il gettone nell’IPhone” o “arrendetevi, siete circondati”).

Tuttavia, date le premesse simili a quelle della fase berlusconiana, il risultato non poteva che essere ugualmente fallimentare, e questo vale soprattutto per i “più nuovi tra i nuovi”, cioè Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle da una parte e Matteo Renzi dall’altra, le cui esperienze, se appunto si va a guardare in profondità, sotto il Nuovo che dal loro punto di vista doveva essere un valore in sé, sono innegabilmente segnate da numerose contraddizioni che alla lunga ne hanno compromesso il successo iniziale.

Il movimento di Grillo deve, per così dire, ancora decidere cosa vuole fare da grande, scegliendo tra «la purezza delle origini e la contaminazione» e tra «il movimento e il partito», ovvero tra “l’uno vale uno”, la liquidità e l’orizzontalità della Rete che da virtuale diventa reale, e l’idea che se Grillo o chi per lui decreta espulsioni e radiazioni questo determina, ipso facto, lo strutturarsi di una gerarchia. Emblematica in questo senso, nella ricostruzione del libro, la parabola di Luigi Di Maio, che, tra una battaglia parlamentare sui vitalizi e l’altra, ha fatto comunque in modo di accreditarsi presso ampi settori dell’establishment italiano ed europeo.

Quanto a Renzi, la sua contraddizione si è palesata nel fatto che, nei due anni e mezzo di governo, è stato impegnato principalmente a trovare dei nemici contro cui scagliarsi, connotando in questo senso i suoi stessi provvedimenti, e – paradossale per chi ha intitolato il suo ultimo libro Avanti – li ha trovati voltandosi indietro, alla storia della sinistra, ritenuta da archiviare in blocco (si pensi solo alla battaglia sull’articolo 18 e al duro scontro con la Cgil), così da esprimere, nella visione di Damilano, un blairismo in ritardo di vent’anni sulla storia.

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Matteo Renzi ospite al programma televisivo “In 1/2 ora”. Sullo sfondo, Beppe Grillo. (RAI)

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE E GLI AUSPICI PER IL FUTURO – Da qui il percorso era inevitabilmente segnato, e, anche per la drammatizzazione fattane da Renzi, la stessa battaglia referendaria che ha caratterizzato l’intero 2016 è diventata non uno scontro sul merito della riforma costituzionale (cui pure Damilano non risparmia critiche, definendola una riforma per svuotamento, che preferiva sanzionare il vuoto delle istituzioni che aveva consentito l’ascesa di Renzi, piuttosto che rifondarle e rafforzarle compiutamente), ma il terreno di un confronto presentato come epocale tra il Vecchio e il Nuovo, dal punto di vista renziano, e tra la democrazia e la svolta autoritaria per il fronte del No.

L’esito del referendum, e la valanga di No che lo ha sommerso, ha segnato la fine del governo Renzi e, con esso, il fallimento dell’ultimo tentativo in ordine di tempo di conquistare e mantenere il potere in Italia in nome del Nuovo che, per come si è configurato in tutti questi anni, ha mostrato limiti strutturali molteplici. Tra essi spiccano l’incapacità, o forse la non volontà, dei leader di creare attorno a sé una classe dirigente, se per essa si intende qualcosa di diverso dal fenomeno per cui «collaboratori servizievoli e replicanti escono dal backstage e vengono promossi a parlamentari, ministri, vertici di partito»; ossia quanto diventa pressoché inevitabile nell’era dei partiti personali e dei cerchi magici.

Lampante anche l’indisponibilità a sottrarsi ad un sistema per cui politica e media (ricomprendendo in questi ultimi anche i sondaggi) si intrecciano in modo perverso, costringendo gli uomini politici a vivere, esattamente come accade su Twitter, nell’eterno presente della comunicazione a tutti i costi; essa, pur comportando l’abbandono del passato, porta con sé anche un costante rinvio del nuovo tanto annunciato, che se si realizzasse per davvero comporterebbe l’improvviso invecchiamento dei suoi promotori, i quali perderebbero così la giustificazione della loro permanenza al potere e preferiscono, dunque, rilanciare sempre la propria novità e vivere in costante tensione verso un futuro che finisce per identificarsi con il nulla. Queste riflessioni di Damilano, presentate nella parte finale del libro, richiamano da vicino quelle di Christian Salmon nel suo La politica nell’era dello storytelling.

Se questo è il nuovo che c’è e c’è stato, Damilano non rinuncia comunque a tracciare, a chiusura del suo “processo”, un ritratto di quello che è, a suo avviso, il nuovo che serve: dovrà trattarsi di «uomini della transizione, eroi della ritirata» (quest’ultima definizione è ripresa da un saggio di Hans Magnus Enzensberger), quindi «uomini del ponte, alternativi alla richiesta di uomini forti che avanza in Occidente, e anche in Italia, figure che in una situazione di crisi non scommettono sull’individualismo, sull’atomismo, sulla rabbia dei singoli che si sentono abbandonati e lasciati soli, ma che al contrario partecipano a puntellare il tessuto che tiene insieme un società».

Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

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