Catalogna al voto: intervista a Jordi Ribàs Ustrell

0
catalogna manifestazione
(Lluís Gene/AFP/Getty Images)

Alle soglie del referendum unilaterale del primo ottobre, la tensione tra il governo spagnolo di Rajoy e i movimenti autonomisti di Catalogna non accenna a distendersi, lasciando presagire scenari di cambiamento politico a lungo ventilati. Mentre nella capitale si susseguono manifestazioni ad elevata partecipazione popolare, e proteste contro le derive autoritarie spagnole in campo economico e sociale, Madrid ribadisce con sempre più fermezza l’incostituzionalità della prossima consultazione, assembrando le forze dell’ordine a Barcellona, facendo irruzione nelle sedi della Generalitat (il “governo” catalano), arrestando 14 funzionari e sequestrando migliaia di schede elettorali.

Una battaglia politica, questa, dagli esiti affatto scontati, che rinnova il dialogo sull’emancipazione individuale in un mondo che procede verso la globalizzazione, al contempo aprendo a nuove ipotesi di frammentazione nel paese iberico.

Ne parliamo con Jordi Ribàs Ustrell, giornalista di Barcellona specializzato in temi politico-internazionali e storici.

jordi ribàs ustrell catalogna
Jordi Ribàs Ustrell, giornalista catalano (Facebook).

L’ultima volta che il dibattito si è fatto così acceso è stata 3 anni fa, durante l’ultimo referendum. In quel caso come si schierò la popolazione catalana?

In realtà non vi fu alcun referendum. La Generalitat de Cataluña, al cui capo sedeva Artur Mas i Gavarró del partito Convergéncia, promosse un referendum sul tema dell’indipendenza, che la sua controparte a Madrid proibì fermamente. A seguito di ciò, Mas e la sua giunta organizzarono la consulta del 9N (9 novembre, n.d.r.), vale a dire un referendum senza implicazioni legali, nel quale si affermò chiaramente il Sì.

Quali furono gli effetti del 9N?

Poiché era costituzionalmente illegale indire un referendum, Mas convocò elezioni plebiscitarie, un concetto inesistente nell’ordine giuridico spagnolo, orientato a dividere i partiti catalani in due fazioni: se avesse vinto quella degli indipendentisti, la Catalogna si sarebbe dichiarata unilateralmente indipendente. Invece di presentarsi in partiti separati, la destra (Mas) e la sinistra (Junqueras, Erc), uniti a personalità pubbliche – Pep Guardiola, per dirne uno – si presentarono in una lista congiunta, chiamata Juntos por el sì (JxSÌ).

Riuscirono a vincere le elezioni, ma con maggioranza semplice, non assoluta, e dovettero patteggiare con la Cup, un partito di estrema sinistra, che accettò a una condizione: sostituire Mas. Al suo posto, Charles Puigdemont. A seguito dei numerosi problemi insorti, il governo perse nuovamente legittimazione e l’unico modo per recuperarla, e far sì che JxSÍ e Cup si tenessero per mano, fu concordare un ulteriore referendum, dichiarando che questa volta, fosse stato dichiarato illegale, si sarebbe comunque portato a termine fino alle estreme conseguenze.

Di che conseguenze si parlava? Saranno messe in atto, alla fine?

A te giudicare: esponenti politici sono stati arrestati. Sono state fatte minacce di contravvenzione a tutti i partecipanti alle manifestazioni, inclusi i cittadini. È stata fatta irruzione nelle redazioni dei periodici ed è stato richiesto ai giornalisti di identificarsi. Tuttavia, anche la consulta del 9N ebbe conseguenze, nella forma di una richiesta di pagamento di 5,2 milioni di euro a Mas.

mas catalogna 9n
Artur Mas all’atto del voto consultivo del “9N” (2014). (Público)

Da cosa è giustificata una tale posizione di intransigenza?

Da interessi economici ma soprattutto politici. L’ambiente di Barcellona costituisce al momento una metropoli-colonia, dalla quale arrivano ingenti contributi alle casse della Spagna, e l’interesse di Rajoy in particolare sembra essere quello di non confrontarsi sopra alcun tipo di soluzione al problema, verosimilmente perché il Partido Populàr (Pp), di cui è segretario, giova della destabilizzazione del territorio catalano, essendo la maggioranza della popolazione iberica a sfavore dell’autonomia catalana. Non tutte le correnti del Pp sono a favore di questa immobilità, ma sia il ramo più duro, quello dell’ex Presidente Aznar, che diversi partiti di opposizione come Psoe (che si suppone sia di sinistra) e Ciudadanos (populismo destrorso), appoggiano le misure di Rajoy.

Per ciò che riguarda il partito indipendentista invece? Sarebbe ingenuo pensare che non vi siano interessi anche dietro di esso…

Per prima cosa, credo sia meglio non identificarlo come “partito indipendentista”, piuttosto come coalizione di differenti partiti. Due fazioni potenti con un’importante storia politica e da molto tempo in antagonismo uno all’altro. Quello di destra, Convergéncia, ha governato per 25 anni consecutivi, e in seguito altri 8 con Mas, ed è andato rivelandosi profondamente corrotto, quasi quanto il Pp, specialmente nel sopracitato quarto di secolo (fino ai primi Duemila), nei quali ha comandato sempre Jordi Pujol, i cui conti offshore in Andorra e Svizzera hanno suscitato un vero e proprio caso mediatico internazionale.

E questa corruzione permane nella coalizione attuale?

Esiste un argomento “spagnolista” secondo il quale Rajoy e gli indipendentisti sono facce distinte di una stessa moneta: due partiti corrotti, che sfruttano il tema dell’autonomia per dissimulare i dissidi interiori e per interessi personali. Tuttavia, adesso non esiste più un Convergéncia. Il partito si è dovuto riformare, in molti tra i più estremisti sono stati cacciati, e al momento prende il nome di PDeCat, esperienza politica in cui la destra scende a patti con la sinistra e soprattutto con l’estrema sinistra. Quindi, c’è un interesse della borghesia catalana? Scarso… Di fatto, le grandi imprese, eccetto alcune piccole eccezioni, si oppongono all’indipendentismo.

Anzi, posso assicurarti che la corruzione è diminuita al 100% in Catalogna…

Perché?

Per il semplice fatto che tutti e tre i poteri – amministrativo, giudiziario e ordinativo – sono alla costante ricerca di corruzione all’interno delle istituzioni catalane al fine di delegittimarne i governanti. Quella che esisteva prima, la si è trovata e pubblicata – vedi per il caso specifico di Jordi Pujol.

mossos d'esquadra catalogna referendum
I Mossos d’Esquadra, la polizia catalana commissariata negli scorsi giorni da Madrid, al momento di recintare le sedi dei seggi per il primo ottobre. (Lluís Gene/AFP/Getty Images)

Sembra una situazione di stallo. La possibilità di un patto bilaterale è così remota?

Un patto con Madrid, inteso come un accordo tra Castiglia e Catalogna, senza che quest’ultima sia riconosciuta indipendente, non appare praticabile al momento. L’unico scenario che vedo possibile è che si impedisca la votazione con la forza, e che la Catalogna tenti l’indipendenza “direttamente”, suscitando una reazione ancora più repressiva del governo centrale. Questa situazione rappresenterebbe un gravissimo problema per l’Unione Europea, che a quel punto potrebbe decidere di intervenire, obbligando la Spagna ad indire un referendum legale, in cui l’opzione del No includa una buona offerta di Madrid al popolo catalano.

In questo senso esiste un precedente, ovvero il referendum per l’indipendenza del Montenegro, organizzato dall’Ue. In che modo la situazione spagnola si differenzia da quel contesto?

Il parallelo che vedo è quello di un’Europa che dapprima rifiuta, e successivamente opera una transizione verso l’accettazione del cambiamento. Perché è più pratico in questa maniera. Chiaramente è un precedente importante, in particolare per dimostrare che l’Unione Europea non ha gli strumenti necessari per risolvere questo genere di conflitti. Credo però che il Montenegro non abbia creato un precedente forte come sarebbe quello della Catalogna. Di fatto, quest’ultimo potrebbe riassestare l’intero ordine nazionale europeo. Un’Europa meno centralizzata, più regionale. Alcune cose sofferte e guadagnate come Schengen non verrebbero messe in discussione, però ad esempio potrebbe riaprirsi la discussione sopra la moneta unica…

Discussione assai in voga già adesso in tutta Europa, specialmente tra le fila di altri movimenti indipendentisti. Esistono differenze sostanziali tra il PDeCat e correnti analoghe, come Lega Nord italiana ed Snp scozzese?

Ce ne sono troppe per poterle menzionare! [ride]

La Lega Nord sembra basarsi su un presupposto prettamente economico e di tornaconto politico. Già con la Scozia si comincia a parlare di una vera e propria identità nazionale, che annovera distinte basi culturali e linguistiche, al contempo ponendosi in conflitto con l’imperialismo britannico. La Catalogna possiede questi motivi di separazione e ad essi aggiunge un punto di “rivolta sociale” contro un governo ingiusto. Il concetto di ingiustizia del governo spagnolo ha basi antiche: dapprima gli embarghi commerciali, poi le tensioni durante il periodo franchista, infine gli eventi recenti: l’ingente tassazione della regione catalana durante la crisi (2008) e il rifiuto dello statuto di autonomia catalano (2011), precedentemente approvato dal Parlamento spagnolo.

catalogna spagna regioni
La Spagna non è certo nuova alle istanze autonomiste: oltre alla Catalogna, i Paesi Baschi rivendicano da tempo l’indipendenza. E, a seconda del risultato di Barcellona, anche altrove potrebbero risvegliarsi simili impulsi più o meno dormienti. (Wikipedia)

A livello nazionale, quali potrebbero essere le ripercussioni di un eventuale conseguimento dell’autonomia? Altre regioni spagnole hanno forti identità culturali… non si rischia un’iper-frammentazione?

Non tutte le regioni hanno un’identità così differenziata. I Paesi Baschi, Valencia e le Baleari, la Galizia e l’Andalusia sicuramente possiedono caratteristiche distinte, ma gli unici interessati all’indipendenza (e solo un 20% della popolazione) sono i baschi. Sicuramente questi ultimi stanno guardando da vicino le vicende catalane. Se tutto andasse nel verso “giusto”, potrebbero provare anche loro, in parte perché credo che la Spagna adotterebbe un atteggiamento ancora più duro con le regioni rimanenti. A seguito di un decennio di maltrattamenti socio-economici, e sempre se la Catalogna prosperasse, Valencia e le Baleari potrebbero porre le fondamenta per una secessione, disponendo a quel punto di tre opzioni: far parte della Spagna, congiungersi alla Catalogna come fratelli accomunati da una matrice culturale, o avventurarsi in un’indipendenza solitaria.

A questo punto è necessario domandarsi se l’immagine di una Catalogna sostenibile al di fuori della Spagna sia fondata?

La Catalogna sarebbe sostenibile, o almeno così opinano molti economisti di fama internazionale. Quando si porta avanti l’idea che essa non sia sostenibile, di solito si parla più che altro di problemi legati all’uscita dall’Unione Europea, non di entrate/spese; quelle sono più che sufficienti, già da tempo.

Si sente spesso dire che la vera battaglia avrà inizio dopo la dichiarazione di indipendenza: quali sarebbero i passi consecutivi?

Dal punto di vista catalano, la legge di transitorietà è stata già redatta e, se vincesse il Sì, avrebbe inizio un lungo processo che culminerebbe nella creazione di uno Stato indipendente, del quale si dovrebbe decidere la forma governativa, redigere la carta costituzionale, indire nuove elezioni e molto altro ancora, in contemporaneo con le negoziazioni territoriali con Madrid.

Un percorso tortuoso…

Certamente, ma pensaci: se ti senti mal governato e pensi che non ti venga garantita un’identità culturale, se sai che la tua nazione non rispetta la tua lingua e vorrebbe eliminarla, se vedi che una nazione perde denaro e pensi che il tuo popolo ne meriterebbe di più, e che se gestissi tu stesso le tue finanze, riusciresti ad avere un maggior successo, pues… 1+1=2.

E 1:2=…?

Sono laureato in Graphic Design e mi occupo di identità dinamica, editoria, printmaking e visual art, nonostante il mio daltonismo. Come scrittore, il mio impegno consiste nel ricercare le cause sociali che determinano lo sviluppo di nuove tendenze nell'arte e nel design contemporanei.

Rispondi