Rohingya e Myanmar: storia di una pulizia etnica

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Rohingya in fuga su un'imbarcazione di fortuna, 2015. (AFP)

Il mondo sta seguendo con attenzione i drammi della popolazione Rohingya e il suo rapporto ostile con la Repubblica dell’Unione del Myanmar – o Birmania. Attenzione mediatica che, in realtà, tende spesso a concentrarsi sui fatti attuali e tralasciare le vicende storiche e sociali che di questa terribile vicenda costituiscono le premesse.

Perché è necessario saperne di più sui Rohingya? Perché quando si attua una pulizia etnica, come sta realmente accadendo in Myanmar, il primo pericolo è quello di essere sedotti dalla propaganda che sempre accompagna azioni di questo genere, confondendo le acque. Insomma, occorre non fare l’errore di ritenere la situazione “contestata”, ossia aperta a interpretazioni diverse e di pari valore, come quella di chi nega che si stia assistendo a un genocidio. Perché, in realtà, è proprio questo che sta accadendo. In Birmania come ovunque nel mondo, è necessario conoscere la storia dei fatti per non cadere in questo tranello.

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Contornata in rosso la regione di Rakhine (storicamente Arakan), in Myanmar. (Google)

CHI SONO I ROHINGYA – I Rohingya sono una popolazione originaria della regione di Arakan (oggi Rakhine, in territorio birmano), nella quale si ritiene siano stanziati “da tempo immemore”. Volendo quantificare in termini più precisi, occorre specificare che Arakan corrisponda al punto di incontro tra diverse etnie e culture: corrisponde infatti all’estremo ovest del sud-est asiatico, ed è adiacente al subcontinente indiano. Inoltre, trattandosi di uno snodo commerciale terrestre e marittimo, la regione è da sempre aperta al viavai umano. La popolazione Rohingya non è che il prodotto di un simile contesto.

I Rohingya sono infatti di etnia indo-ariana, la stessa di cui fanno parte – tra gli altri – la maggior parte degli abitanti di India e Bangladesh; il gruppo etnico dominante in Myanmar è invece quello dei Bamar (ဗမာလူမျိုး), dai tratti inconfondibilmente ascrivibili alle popolazioni del sud-est asiatico. Ciò si riflette, comprensibilmente, anche nella lingua: il birmano ufficiale è di origine sino-tibetana e pertanto non gode di mutua intelligibilità con la lingua Rohingya, strettamente legata ai dialetti meridionali del Bangladesh.

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Monete d’argento del Regno di Arakan, risalenti all’VIII secolo e in esposizione al British Museum. (Wikipedia)

Ma è la religione professata dalla maggior parte dei Rohingya, l’Islam, a poter dare un’idea più accurata della genesi di questa popolazione: infatti, i primi mercanti arabi giunsero nella regione nell’VIII secolo, portando con sé la propria religione e convertendo una frazione dei locali. Furono questi stessi mercanti a battezzare la popolazione “Rohingya” quale declinazione di “Rohang”, antico nome di Arakan, e che si ritiene derivi dall’arabo o dall’hindi raham (“benedizione di Dio” o “misericordia”‎‎).

Ciò, inevitabilmente, cozza con le tradizioni storiche birmane, che ritengono la regione abitata dalla popolazione Rakhine (ရခုိင္‌လူမ္ယုိး) sin dal 3000 a.C.. I Rakhine, che danno l’attuale nome alla regione, sono una delle 135 etnie riconosciute dalla giunta militare del Myanmar; buddisti come l’89% del Paese, geneticamente e linguisticamente vicini ai Bamar, sono per questo ben più tollerati dei Rohingya. Tuttavia, l’evidenza storica data il loro arrivo in Arakan al IX secolo, e non esistono prove archeologiche di quello che in Myanmar è conosciuto come l’antecedente “periodo Dannavati”.

La popolazione Rohingya è oggi quantificata tra gli 1,5 e i 2 milioni di persone, delle quali – alla vigilia della crisi con il governo, nel 2015 – 1,3 o più risiedevano in Myanmar. Oggi nel Paese ne rimane circa un terzo, mentre in 900mila sono fuggiti dalle persecuzioni nel vicino Bangladesh.

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La Camera dei Deputati birmana negli anni Cinquanta. (Yangon Heritage Trust)

LO STATUS DEI ROHINGYA IN MYANMAR – Per i Rohingya i guai “moderni” iniziano nel 1948, con l’indipendenza della Birmania dal regime coloniale britannico. Fino ad allora, infatti, il Paese era considerato parte integrante del dominion indiano, all’interno del quale una popolazione indo-ariana poteva avere vita ben più facile. Gli Inglesi, in effetti, non si preoccuparono molto di tali differenze nel proprio reame: durante il secolo di dominio coloniale si verificò una massiccia migrazione economica dal Bangladesh alla Birmania, considerata “spostamento interno” nei documenti ufficiali che non tenevano conto degli equilibri etnici dell’area.

Tale migrazione è stata inoltre uno degli elementi utili al governo del Myanmar, in senso storiografico, per delegittimare l’esistenza stessa dei Rohingya: i Birmani li chiamano infatti “Bengali” o “Bangla”, affermando – erroneamente – che il termine “Rohingya” non sia comparso che in seguito a tali, malviste migrazioni dal Bangladesh, e che sia stato strumentalizzato politicamente nella seconda metà del Novecento. In realtà non solo la storia di Arakan smentisce queste pretese, ma la presenza del termine negli atti ufficiali pre-indipendenza è documentata.

Dal 1948 al 1962 la situazione vive una fase intermedia: lo Union Citizenship Act (1948esclude i Rohingya dalle etnie abilitate a richiedere la cittadinanza del nuovo Stato birmano, ma certe famiglie ricevono ugualmente carte d’identità provvisorie. Il nuovo clima democratico lascia presagire un’apertura in tal senso, poiché alcuni Rohingya riescono perfino a ricoprire cariche pubbliche. Il più importante di essi è Mohammed Abdul Gaffar, membro della Costituente e primo a usare il termine “Rohingya” in senso davvero politico, affinché fossero finalmente riconosciuti i diritti civili del suo popolo.

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Il generale Ne Win, leader militare di Birmania per 26 anni, al suo arrivo a Londra nel 1952. (Ron Case/Getty Images)

Ma ciò non avverrà mai: il colpo di stato del 1962 consegna il Myanmar alla prima delle giunte militari che si susseguiranno al potere fino al 2011. A tutti i cittadini viene richiesto di effettuare una registrazione anagrafica che i Rohingya non possono ottenere, vedendosi così fortemente limitati per tutto ciò che concerne i diritti civili, educativi e lavorativi. L’odio per i Rohingya, diversi per etnia e religione, torna a essere fortissimo: le prime giunte militari comunicano spesso la loro propaganda servendosi di monaci buddisti. Un esempio è dato dal cosiddetto Movimento 969, capeggiato dal santone Ashin Wirathu e propenso a cacciare dal Paese i musulmani, apparentemente colpevoli di voler sovvertire l’intera Birmania.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, il nuovo governo militare si rende protagonista tanto di esilii che di spedizioni punitive verso le minoranze non riconosciute: oltre ai Rohingya, spesso bersaglio di azioni violente nella loro regione, anche gli altri birmani di etnia indiana – all’epoca 300mila sul suolo nazionale – sono deportati in massa dal Paese. La motivazione razzista, in questo caso, nasconde una malcelata praticità: la nazionalizzazione economica operata dalla giunta vedeva un ghiotto bottino nelle numerose aziende gestite da questi individui.

Tra il 1971 e il 1978, il flusso di rifugiati dovuto alla Guerra di liberazione bengalese (1971), unito alle dimostrazioni dei Rohingya birmani che assumevano un carattere sempre più religioso e violento, condusse un gran numero di monaci buddisti alla protesta perché il governo operasse una soluzione efficace per il problema di Arakan. Ciò portò all’Operazione Nagamin (Re Dragone, နဂါးမင်း စစ်ဆင်ရေး), mirata all’arresto dei dissidenti locali e caratterizzata dal ricorso sistematico alla tortura; 250mila Rohingya fuggirono in Bangladesh, dove l’Onu diede loro lo status di rifugiati e predispose campi profughi.

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Logo della Rohingya Solidarity Organisation, RSO. (Wikipedia)

L’ultimo chiodo nella bara legislativa dei Rohingya è rappresentato dalla Burma Citizenship Law (1982), che in sostanza reitera la loro impossibilità a ottenere qualsivoglia cittadinanza. Quest’ultima è adesso divisa in tre livelli, il più basilare dei quali richiede una prova di residenza in Birmania antecedente al 1948; cosa, ovviamente, impossibile da dimostrare per la maggior parte dei Rohingya, etnia ancora una volta esclusa da quelle “ufficiali”, e definitivamente ostracizzata dalla maggior parte dei diritti e delle professioni nel Paese.

Nello stesso anno, quale rappresaglia per l’Operazione Nagamin, viene fondata l’Organizzazione di Solidarietà Rohingya (RSO), attiva tra il Bangladesh meridionale e l’Arakan occidentale, e protagonista di una certa espansione militare prima di essere ridimensionata nel 1991 con la nuova Operazione Pyi Thaia (Nazione bella e pulita, ပြည်သာယာ စစ်ဆင်ရေး). Le altre frange più o meno estreme della dissidenza Rohingya – tra le quali l’Esercito Nazionale Rohingya (RNA) e il Fronte Islamico Rohingya Arakan (ARIF) – si uniscono nel 1998 nell’Organizzazione Nazionale Rohingya Arakan (ARNO), con sede in esilio a Londra. A oggi rimane uno dei pochissimi enti rappresentativi di questa popolazione.

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Villaggio Rohingya dato alle fiamme nel settembre 2017. (AP)

L’EMERGENZA ATTUALE – La discriminazione verso i Rohingya, mai realmente dormiente, si è nuovamente infiammata verso l’attuale fase di riacutizzazione a partire dal 2012. Una serie di scontri tra Rohingya e Rakhine culminò in uno stupro di gruppo e nell’uccisione di dieci persone, dando il via libera alla proclamazione dello stato di emergenza e all’intervento dell’esercito nella regione. Il governo si premurò di lasciare terra bruciata – talvolta verso entrambe le etnie – e il bilancio finale fu di 168 morti e circa 110mila profughi. Numerosi Rohingya subirono arresti di massa nel corso dei quali furono vittime di diffusa violenza extragiudiziale.

Da sottolineare come gli episodi del 2012 si collocassero pienamente all’interno del processo di riforma democratica attuato nel Paese a partire dall’anno precedente, con il rilascio dell’attivista Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, l’allentamento della censura e una maggiore attenzione ai diritti umani. Il processo è culminato nelle elezioni generali del 2015, vinte proprio da Aung San Suu Kyi, sebbene il potere dei militari sia ancora fortissimo e c’è chi ritiene che ella non sia in grado di controllarlo. Lo stato civile dei Rohingya, senza troppe sorprese, è rimasto assolutamente immutato.

I più recenti episodi di persecuzione verso i Rohingya, verificatisi dal 2015 a oggi, hanno portato alcuni a chiedere che Aung San Suu Kyi sia privata del Nobel, data la sua incapacità di gestire la situazione e, addirittura, di riconoscere che sia in corso un vero e proprio genocidio.

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Aung San Suu Kyi. (Reuters)

Proprio il 2015 è l’anno che vede i Rohingya entrare per la prima volta, in tempi recenti, nel radar dei mass media internazionali. Divengono noti come i nuovi boat people, poiché le storie si concentrano sulla loro fuga precipitosa, su zattere di fortuna, verso il vicino Bangladesh e l’Indonesia. Si tratta di una crisi di rifugiati – inserita in un contesto già delicato nell’area dell’Oceano Indiano – che si ritiene abbia fatto più di 300 morti in mare, al netto delle violenze subite dagli scafisti. Ciò porta l’attenzione estera sul fatto che in Myanmar si stia vivendo “la fase finale di un processo di genocidio” verso i Rohingya, ora fregiati del poco invidiabile titolo di “minoranza più perseguitata al mondo”.

Gli ultimi due anni vedono la situazione evolversi come un terribile tira e molla su larga scala: la repressione governativa apre la strada alle reazioni violente dei Rohingya di Rakhine – sotto la nuova egida Esercito della Salvezza dei Rohingya Arakan (ARSA) – che a loro volta costituiscono la scusante per i successivi interventi col pugno di ferro da parte dei militari. E questa rimane la situazione attuale: nella regione non vige il benché minimo rispetto dei diritti umani, e l’esercito – pur negandolo – si rende colpevole di omicidi extragiudiziali, stupri di gruppo, incendi e infanticidi.

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Profughi Rohingya attraversano il confine con il Bangladesh, il 1 settembre 2017. (Ponir Hossain/Reuters)

La sorte non è migliore per chi è riuscito a fuggire: in Bangladesh si stima attualmente la presenza di 900mila Rohingya, dei quali 500mila solo dallo scorso agosto, e la crisi umanitaria può essere risolta con successo con la sola, continua assistenza di organismi internazionali. Lo Stato ospitante è attualmente impegnato nella costruzione di quello che sarà “uno dei più grandi campi profughi al mondo”, mentre l’esodo dal Myanmar sembra ancora lontano dal termine. Gli aiuti umanitari verso la regione di Rakhine sono attualmente bloccati dal governo.

Mentre Aung San Suu Kyi bolla le voci di genocidio come “fake news”, la rappresentanza birmana all’Onu nega parimenti, e il Myanmar rifiuta i visti di ingresso agli ispettori internazionali, il resto del mondo inizia a concordare sul fatto che quella dei Rohingya sia una vera e propria, indiscutibile, pulizia etnica. Un’accusa formale da parte dell’Onu deve ancora prendere vita – data la difficoltà attuale nel gestire gli interventi di fact-finding – ma molti esperti di diritto internazionale e, soprattutto, Human Rights Watch già concordano nel definire i fatti in corso in Myanmar come “crimini contro l’umanità”.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all’Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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