Cortés e la conquista della Mesoamerica

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Hernán Cortés de Monroy y Pizarro Altamirano, Marchese della Valle di Oaxaca. (Anonimo, XVI secolo)

Tra gli episodi storici più celebri, la conquista del – comunemente definito – Impero Azteco da parte del conquistador Hernán Cortés è anche tra i più incredibili. Comunemente attribuito al possesso delle armi da fuoco, alle malattie e alle credenze mesoamericane, il trionfo spagnolo non riesce a essere completamente spiegato con nessuna di queste, né altre, spiegazioni. Ma procediamo con ordine.

VERSO IL NUOVO MONDO – La scoperta europea del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo è ancora oggi uno degli eventi più importanti della storia umana. Non solo le mappe geografiche; a essere totalmente stravolta è la concezione stessa di umanità degli europei. Un nuovo continente abitato da esseri umani, che non avevano mai sentito parlare del Cristianesimo né sembravano avere una qualunque religione, era qualcosa di inedito e inconcepibile per chi viveva a cavallo tra il XV e il XVI secolo.

Le prime popolazioni con le quali spagnoli e portoghesi vennero a contatto avevano strutture sociali estremamente semplici, cacciatori-raccoglitori che vivevano negli arcipelaghi caraibici e lungo le coste delle odierne Venezuela e Colombia; questi, ovviamente, non possedevano le ricchezze che gli europei andavano cercando.

La situazione cambiò radicalmente tra il 1517 e il 1518, quando l’avvistamento di alcuni centri urbani lungo la penisola dello Yucatan rinnovò le speranze spagnole. Per la prima volta apparvero agli esploratori città di pietra con strade lastricate, templi, e abitanti che indossavano vestiti ma – soprattutto – possedevano oro. Si trattava della popolazione dei Maya, che abitava quei luoghi sin dalla seconda metà del II millennio a.C.. Per quanto ormai in decadenza e sottomessa agli Aztechi, possedeva ancora un temibile apparato militare e non gli fu difficile rispedire in mare la prima spedizione spagnola.

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Cortés fa distruggere la propria flotta per eliminare la possibilità di ritirata dei suoi uomini. (attribuito a Miguel González)

IL COMPITO DI CORTÉS – Una seconda spedizione prese solamente contatto con un altra popolazione locale, i Totonachi, tributari dell’Impero Azteco. È in questo momento che entra in scena Hernán Cortés: egli, senza una grande esperienza militare, in passato segretario del governatore di Cuba Diego Velázquez, si fece affidare proprio da lui (con molte riserve) la guida della terza spedizione.

Spregiudicato e astuto, l’avventuriero spagnolo capì che era giunto il tempo di abbandonare la strategia di esplorazione e limitata colonizzazione portata avanti da Velazquez e che bisognava avviare un processo di vera e propria conquista del territorio. Temendo, non a sproposito, di essere sollevato dall’incarico, il 18 novembre 1518 prese il mare clandestinamente, ancor prima di completare i preparativi e con soli quattrocento uomini. Si mosse dalla città di Veracruz, in modo da potersi autoproclamare governatore delle regione e legittimare così la spedizione.

Cortés restò quattro mesi nella regione, ricevendo gli emissari di Montezuma (nel frattempo avvertito dell’arrivo dell’invasore), esplorando l’entroterra e, cosa più importante tra tutte, studiando i meccanismi politici che legavano l’impero azteco ai popoli tributari. Facendo leva sulle divisioni e sulle fragilità di questa complessa organizzazione politica, il conquistador si mosse verso l’interno, al comando di 400 soldati spagnoli, 15 cavalli e 1300 guerrieri totonaca che in quei mesi erano diventati suoi alleati.

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L’incontro tra Montezuma e Cortés. (Roberto Cueva del Rio, murale in Città del Messico)

LA FINE DI MONTEZUMA – Senza incontrare una reale resistenza dunque riuscì a entrare nella grande capitale Tenochtitlán, autentico gioiello delle civiltà precolombiane, venendo addirittura accolto come ospite da Montezuma. Ovviamente gli invasori approfittarono della situazione prendendo l’imperatore come ostaggio, impadronendosi del suo oro e delle sue ricchezze, e costringendolo infine ad accettare la sottomissione alla Spagna.

Quando tutto sembrava ormai fatto, il governatore di Cuba Velázquez, venuto a sapere dell’avanzata di Cortés, inviò subito una spedizione per arrestarlo e farlo processare in Spagna per alto tradimento. Ma anche da questa il conquistador non solo uscì vincitore, ma convinse il grosso dei suoi nemici a passare dalla sua parte – non senza conseguenze. L’episodio infatti lo costrinse a lasciare Tenochtitlán, dove la situazione era precipitata molto in fretta.

I continui massacri degli occupanti verso la popolazione disarmata avevano ormai esasperato gli abitanti della città, e il ritorno di Cortés non fece che peggiore la situazione; il popolo, stanco della situazione e dell’arrendevolezza dell’imperatore Montezuma, si sollevò uccidendolo. Nulla poterono gli spagnoli e i loro alleati a parte fuggire. Cortés perdette la maggior parte dei suoi uomini, alleati, cavalli e artiglieria; il colpo inferto alla sua missione fu quasi mortale ma, stranamente, egli non venne più attaccato durante la fuga.

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La città di Tenochtitlán, vero gioiello di civiltà e architettura, prima della propria fine. (Diego Rivera)

L’ASSEDIO DI TENOCHTITLÁN – Riorganizzatosi con i superstiti, Cortés cinse d’assedio Tenochtitlán sbarrandone ogni via di accesso e, soprattutto, chiudendo i corsi d’acqua che vi affluivano. Demoralizzata e stremata dalla peste e dal vaiolo, priva ormai di una reale guida, a nulla valse la strenua resistenza della popolazione mexica, che vide la magnifica città distrutta per ritorsione.

Ma il peggio doveva ancora venire. Dopo due mesi di sanguinosissimi combattimenti, il 13 luglio 1521 Cortés entrò in ciò che restava della capitale mexica, ponendo fine alla guerra. La devastazione che ne segui fu sconvolgente: 40mila superstiti vennero massacrati, i nobili furono torturati a morte nella vana speranza di scoprire il nascondiglio del tesoro di Montezuma.

Negli anni successivi i massacri e le torture si estero a tutte le città dell’antico Messico, comprese quelle che si erano alleate con Cortés; ogni segno e traccia della civiltà mesoamericana fu distrutto ponendo ad essa fine, e costringendo all’oblio una cultura millenaria tra le più ricche della storia umana. Nel giro di due anni e poco più, un enorme impero era stato spazzato via da un ex segretario del governatore di Cuba, con poca esperienza militare e alla guida di 400 uomini. Gli aztechi avevano uomini, eserciti e risorse più che sufficienti per spazzare via gli spagnoli e ricacciarli in mare con poco sforzo: il perché non sia successo è un mistero che avvolge l’intera vicenda storica.

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“Conquista de México por Cortés” (Anonimo, XVII secolo).

PERCHÉ GLI AZTECHI FURONO DISTRUTTI? – Di certo non è un problema di fonti che, a partire dallo stesso Cortés, per arrivare alle testimonianze dei vinti raccolte dai missionari, sono copiose e descrivono minuziosamente ogni dettaglio della campagna. Comunemente si attribuisce un’importanza spropositata alle armi da fuoco, all’epoca troppo poco sviluppate per poter permette a così pochi uomini di massacrare un esercito armato di archi e frecce ma con una superiorità numerica schiacciante. Non fu l’artiglieria, infatti, l’arma più potente degli spagnoli, ma le epidemie.

Malattie come vaiolo e peste erano la norma nell’Europa di quei secoli e, dunque, solo chi vi era immune o ne guariva restava in vita, ma per gli indios esse erano totalmente sconosciute ed essi non avevano alcun modo per difendersi. Se nel 1518 la popolazione della Mesoamerica contava più di 25 milioni di persone (Spagna e Portogallo insieme arrivavano a 10), un secolo dopo non ne rimaneva che un milione. Ma anche questa causa ci spiega solo parzialmente perché il conquistador riuscì nella sua impresa. Occorre dunque cercare altrove.

La scoperta del Nuovo Mondo, come precedentemente accennato, fu un evento epocale per tutti quelli che vi furono coinvolti, su di tutti gli studiosi europei ancorati nella concezione del mondo come uno spazio chiuso di cui conoscevano già ogni cosa. Più che scoperta dell’America (già abitata da milioni di anni e già raggiunta dai vichinghi), fu la scoperta dell’altro. È forse qui che risiede la ragione intrinseca della vittoria spagnola. Mentre ancora oggi chiamiamo i popoli di quella regione “aztechi”, la realtà era ben diversa. Il termine azteco viene erroneamente utilizzato dal XIX secolo, quando il geografo tedesco Alexander von Humboldt lo coniò.

Esso viene usato per descrivere in maniera assolutamente semplicistica la nazione mexica governata da Montezuma. Nazione che, in verità, era un agglomerato di entità politiche e culturali ben diverse tra loro. Lo stesso territorio messicano non era governato da una sola entità, ma da una triplice alleanza di altrettante città (Tenochtitlán, Texcoco e Tlacopan) attraverso un istituzione di tipo federalista, che governava tramite una complessa rete di influenze.

I suoi domini non erano uniformi né il loro controllo totale: man mano che ci si allontanava dall’altopiano centrale la sua influenza diminuiva profondamente, facendo emergere una profonda ricchezza di tradizioni culturali differenti. Al momento della conquista, dunque, il Centro America appariva come una costellazione di centri urbani, nella quale nessun gruppo etnico dominava interamente sugli altri.

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Dettaglio dell’Impero Azteco e della sua estensione nel tempo. (Wikipedia)

DALL’INTUIZIONE ALLA DISTRUZIONE – Ciò che la storiografia contemporanea è riuscita a comprendere solo dopo anni di studi, si può facilmente affermare che fu intuito da Hernán Cortés durante il primo periodo della sua conquista. Aiutato da molteplici fattori esterni, il conquistador basò la propria tattica proprio sulle divisioni e le fratture all’interno della triplice alleanza, usando i popoli sottomessi a loro come alleati e muovendosi tra la voglia delle altre due città di sfruttare gli avvenimenti per poter sopraffare Tenochtitlán.

Mentre ai suoi avversari mancavano i riferimenti culturali per capire ciò che stava loro capitando, e mentre il dibattito sulla reale natura degli “indiani” d’America continuava in Europa (gli indios furono riconosciuti come esseri umani solo nel 1537 dal Papa), a lui fu chiaro fin da subito di essere arrivato in un continente nuovo, abitato da popolazioni con differenti culture e sistemi politici, la cui comprensione gli avrebbe permesso di vincere la guerra – come infatti è stato. Analoga sorte toccherà pochi anni dopo agli Incas, conquistati con modalità molto simili dall’analfabeta Francisco Pizarro.

La vicenda si conclude dunque con un paradosso. Coloro i quali avevano compreso, più di tutti, le popolazioni e le culture che avevano di fronte furono gli stessi che ne determinarono la loro irrimediabile distruzione.

 

Fonti cartacee:

  • A. Bravo, A. Foa, L. Scaraffia, I nuovi fili della memoria, vol. 1, Laterza, 2011.
  • S. Botta, La religione del Messico antico, Carocci, 2006.
  • T. Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Einaudi, 2014.

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