I 5 Stelle e l’illusione della Rete: le ombre su Rousseau

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Beppe Grillo, ancora non particolarmente convinto della tecnologia, distrugge un computer nel corso di uno spettacolo a Roma (2000).

Era il marzo del 2013 quando Umberto Eco, intervistato da Stefano Bartezzaghi sulle colonne di Repubblica, parlò di un Movimento 5 Stelle all’epoca reduce dal boom elettorale con cui aveva conquistato un quarto dei voti degli italiani. Egli evidenziava un aspetto a suo avviso contraddittorio del modello grillino, che si ritrova in un problema in qualche modo già rimarcato da quel Jean-Jacques Rousseau pure tanto richiamato dai pentastellati. Il filosofo ginevrino, sottolineava Eco, aveva sì in mente il caso dell’agorà ateniese come fulgido esempio della democrazia diretta da lui teorizzata, ma era al contempo ben consapevole che «il principio vale per gli Stati piccoli ma non può valere per gli Stati troppo grandi, perché non è pensabile che il popolo rimanga in perpetua assemblea per disimpegnare i pubblici affari».

Il nodo dell’impossibile concretizzazione di una democrazia partecipata dall’intera popolazione rimane, nella visione di Eco, anche per il Movimento di Grillo e per il suo tentativo di trasferire l’agorà nell’universo on-line, destinato a fallire, nonostante le indubbie potenzialità di Internet, anche per il fatto che in Italia il novero degli utenti del web è ben lungi dal coincidere con il complesso dei cittadini. Il rischio, concludeva Eco, è che le decisioni via web non vengano prese dal popolo sovrano ma da una «aristocrazia di blogghisti», per non parlare di un’ulteriore contraddizione che da ciò quasi naturalmente discende, ovvero il fatto che in tal modo Grillo e i suoi si ritrovavano come a metà del guado tra una democrazia rappresentativa tanto disprezzata ma, di fatto, accettata nei suoi meccanismi con le candidature alle elezioni, e una democrazia diretta allo stato inattuabile.

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La pagina di login di Rousseau, “sistema operativo del Movimento 5 Stelle”, hackerato a più riprese nel corso di quest’estate.

I NUMERI DI ROUSSEAU, POCO RAPPRESENTATIVI – Si potrebbe dire che sulla scarsa partecipazione l’intellettuale e scrittore era stato facile profeta, visti i casi, a volte clamorosi, che si sarebbero poi verificati nel corso degli anni, come quello di Doride Falduto, scelta nel marzo 2017 come candidata del MS5 a sindaco di Monza con appena 20 voti di preferenza e successivamente ritiratasi dalla competizione. D’altra parte, lo stesso numero di utenti attualmente iscritti sulla piattaforma web di e-partecipation pentastellata Rousseau è piuttosto esiguo, pari a 140.000, dei quali appena 30.000 o poco più si sono attivati per votare in due momenti chiave della storia recente di M5S, ovvero la votazione sul cosiddetto “direttorio” nel novembre 2014 da un lato e la recente designazione di Luigi Di Maio a candidato premier del Movimento dall’altra.

Numeri che i vertici 5 Stelle si augurano di veder crescere rapidamente: lo scorso agosto, in occasione della presentazione alla stampa estera di una versione rinnovata di Rousseau, Davide Casaleggio ha espresso l’auspicio di veder salire il numero degli iscritti a un milione entro il 2018. Ma gli stessi numeri, allo stato attuale, danno poche garanzie sulle effettive capacità della piattaforma di rappresentare, come sarebbe nelle intenzioni dei grillini, il cuore pulsante di una democrazia diretta realmente partecipata: è su Rousseau, infatti, che agli utenti è data la possibilità di creare e discutere proposte di legge di cui, se approvate, gli eletti si faranno portatori nelle istituzioni in cui siedono, di designare i candidati nelle diverse competizioni elettorali (locali, nazionali ed europee), e di definire e votare i diversi punti del programma politico del Movimento.

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Davide Casaleggio, “capo” del Movimento 5 Stelle e figlio del fondatore Gianroberto, a Otto e mezzo. (La 7)

CASALEGGIO JR. E L’INGERENZA DEGLI ENTI PRIVATI – Allargando il discorso, si potrebbe dire che anche altri punti centrali della retorica che solitamente caratterizza i discorsi dei 5 Stelle sulla mitica “Rete” sembrano vacillare pericolosamente. Innanzitutto l’aspetto della trasparenza, con riferimento al quale il problema dei pentastellati ha un nome e un cognome ben precisi: Davide Casaleggio, figlio del co-fondatore del Movimento Gianroberto. Egli è succeduto al padre, scomparso nell’aprile 2016, sia nel ruolo di presidente della Casaleggio Associati (società che, come si legge sul suo sito web, «offre servizi di consulenza strategica per la presenza in Rete con l’obiettivo di supportare le aziende nelle scelte in ambito digitale») sia in quello di partner di Grillo al vertice del Movimento stesso.

Casaleggio è inoltre presidente dell’Associazione Rousseau, soggetto giuridicamente distinto dalla Casaleggio Associati ma al contempo legato a doppio filo al M5S, in quanto ente gestore della già ricordata piattaforma Rousseau e del Blog di Grillo, principale veicolo di comunicazione tra il Movimento e i suoi sostenitori. Nonostante lo stesso Casaleggio, in un’intervista televisiva rilasciata a Otto e mezzo il 6 aprile 2017, abbia sostenuto di ricoprire, principalmente attraverso l’Associazione Rousseau, un semplice ruolo di supporto tecnico gratuito a vantaggio dei 5 Stelle, seri dubbi sono stati avanzati a più riprese sul suo reale peso all’interno del Movimento.

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Davide Casaleggio e Beppe Grillo partecipano a un convegno su debito pubblico e fiscal compact al Senato, 3 luglio 2017. (Imagoeconomica)

UN NUOVO TIPO DI CONFLITTO DI INTERESSI? – Gli ultimi in ordine di tempo sono quelli espressi dal Financial Times in un articolo del settembre scorso, in cui il quotidiano britannico adombrava il rischio del ritorno di un tema che sembrava scomparso dai radar della politica italiana dopo la parziale uscita di scena di Silvio Berlusconi: il conflitto di interessi nel quale Davide Casaleggio rischierebbe di incorrere, per il fatto di essere un imprenditore privato nella condizione di influenzare in maniera determinante le decisioni di una forza politica. All’interno della quale, peraltro, non ricopre alcun ruolo ufficialmente riconosciuto: si pensi, solo per fare un esempio, alle sue discese a Roma con Grillo in alcuni dei momenti di difficoltà della Giunta Raggi.

Un conflitto di interessi in salsa digitale, si potrebbe dire, in cui tra le altre cose, sottolinea ancora l’articolo del Financial Times, si annida la possibilità che aziende più o meno grandi paghino per i servizi di consulenza web offerti dalla Casaleggio Associati anche, o prevalentemente, al fine di ottenere appoggi in sede politica e legislativa da parte degli eletti pentastellati. I quali, a loro volta, perderebbero gran parte della loro autonomia decisionale: si tratta peraltro di una possibilità concreta, se si considera l’eventualità, tutt’altro che impossibile, che da qui a qualche mese si formino una maggioranza parlamentare e un governo a guida 5 Stelle.

Analoghe opacità riguardano, stando alla ricostruzione del FT, anche la precisa quantificazione degli introiti che la Casaleggio Associati ottiene dalle inserzioni pubblicitarie presenti sul Blog di Grillo e riconducibili, tra gli altri, a multinazionali come Sky e American Express, nonché l’esatta identità di quanti hanno effettuato donazioni alla piattaforma Rousseau per più di 450.000 euro (finora ne sono state infatti rese note solo le iniziali di nome e cognome). Concludendo su questo punto, e tornando al cortocircuito con la celebrazione della trasparenza portata avanti dai grillini, si potrebbe forse affermare che, per quanto sembri paradossale, il conflitto di interessi di Davide Casaleggio risulta (o rischia di risultare) più “opaco” nei suoi esatti contorni di quello di Silvio Berlusconi.

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Luigi Di Maio, Beppe Grillo e Roberto Fico. (Imagoeconomica)

I “CAPI” CON DIRITTO DI VETO – Altro aspetto della Rete frequentemente mitizzato dai 5 Stelle è quello della sua orizzontalità e liquidità, intesa come assenza di gerarchie predeterminate, che poteva fare tutt’uno con l’idea della democrazia diretta e che è stata tradotta nel noto principio dell’”uno vale uno”. Un principio che però ha mostrato scarsa efficacia lungo tutta la storia recente del Movimento, in quanto non sono mai mancati episodi in cui un “capo” abilitato a prendere decisioni di ultima istanza, magari basate sulla richiesta di adesione fideistica ai sostenitori, è parso comparire nella figura di Beppe Grillo. Proprio come si è visto nel caso dell’annullamento delle primarie on-line per il sindaco di Genova, che avevano visto la vittoria di Marika Cassimatis, sgradita allo stesso Grillo. Come si vede, qui la presenza di un decisore di ultima istanza è arrivata addirittura a sovvertire il risultato di un’espressione di democrazia diretta, che pure dovrebbe costituire la stella polare dei grillini.

Se in episodi come questi la figura del “capo” si è imposta di fatto, recentemente essa è stata sancita anche di diritto, con le votazioni on-line per la designazione del candidato premier del Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni politiche che hanno visto prevalere Luigi Di Maio, contestualmente investito del ruolo di “capo politico” del Movimento stesso. Una concentrazione di ruoli che ha fatto storcere il naso a molti dentro il Movimento, a cominciare dai cosiddetti “ortodossi” guidati da Roberto Fico, espressione di una resistenza ad un processo, quello di “solidificazione” (di contro alla liquidità professata alle origini) del M5S in vero e proprio partito. Processo che appare probabilmente irreversibile, comunque inevitabile fintanto che l’orizzonte politico in cui questo soggetto agisce è quello della democrazia rappresentativa che esiste e non quello della auspicata ma, come si è detto all’inzio, attualmente irrealizzabile democrazia diretta.

 

 

Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

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