Paradise Papers: ci interessano più di quanto crediamo

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(Bunte Kuh/Valerio Bastianelli)

L’opinione pubblica è in questi giorni concentrata sull’esplosione a catena degli scandali sessuali di Hollywood, infiammatisi a partire dalla bomba Weinstein e andati a colpire una serie di nomi in continuo aggiornamento. Ma lo scandalo molestie, pur estremamente rilevante – e, in un certo senso, poco sorprendente – ha avuto lo spiacevole effetto collaterale di distogliere l’attenzione dei più dall’altro, altrettanto importante, scandalo accesosi nel breve periodo: quello dei Paradise Papers.

Certamente, la portata immaginifica di temi come la violenza sessuale e l’abuso di potere è passibile di attirare lo sguardo ben più di numeri fuori posto e spostamenti di denaro; ma parlare dei Paradise Papers, capire di cosa si tratti e instillare consapevolezza in questo senso, è una faccenda altrettanto importante. Specialmente perché, in fin dei conti, il “cerchio magico” dei conti offshore non è altro che un diverso tipo di abuso di potere. Vediamo come e perché.

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A confronto in termini di quantità di informazioni, i più recenti ‘data leak’ in materia di offshore ed evasione fiscale. (ICIJ/Forbes/Statista)

DA PANAMA AL PARADISO – In molti ricorderanno il caso antecedente agli attuali Paradise Papers, quello relativo agli 11,5 milioni di documenti trafugati all’agenzia di consulenza panamense Mossack Fonseca. I cosiddetti Panama Papers, come furono poi nominati, rimangono il più grande leak di informazioni riservate sui conti offshore delle élite mondiali. Gli attuali Paradise Papers, pur comprendendo un numero maggiore di documenti, constano di meno informazioni complessive: “solo” 1,4 terabyte contro i 2,6 dei Panama Papers.

Come avvenuto per i documenti targati Mossack Fonseca, una fonte anonima ha consegnato tali informazioni al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, il quale ha a sua volta provveduto a condividere i file con una rete internazionale devota al giornalismo investigativo, l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). L’ICIJ opera affidandosi alle redazioni che ne fanno parte in tutto il mondo, poiché la mole di certi dossier è immensa e impossibile da analizzare altrimenti. Tra i membri dell’ICIJ che hanno potuto visionare i dati e aiutare a catalogarli, oltre al Süddeutsche Zeitung, vi sono giornalisti di The Guardian, L’Espresso e altri 93 media outlet a livello internazionale.

E così, dopo un intenso lavoro d’indagine, ecco la verità dei Paradise Papers apparire agli occhi del grande pubblico: 13,4 milioni di documenti, sottratti alla law firm Appleby, che custodiscono alcuni dei segreti più importanti dei grandi flussi di denaro globali.

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La fuga di capitale dalle nazioni sviluppate verso paradisi e “semi paradisi” fiscali. Visualizza nel dettaglio qui. (The Guardian/Giulio Frigieri/Tax Justice Network)

PERCHÉ CI INTERESSA, E PERCHÉ SE NE PARLA POCO – Il generico funzionamento dei conti offshore non è, forse, un segreto per nessuno. Un cliente, persona fisica o giuridica che sia, sposta il proprio denaro in Paesi noti come “paradisi fiscali”, al fine di non dover corrispondere al proprio Stato di residenza o attività il corretto quantitativo in termini tributari. Un simile meccanismo viene attuato, nella pratica, affidandosi ad apposite società di consulenza ben stabilite in tali Paesi, o creando filiali fantoccio che gestiscono enormi patrimoni senza fare effettivamente nulla. Nell’immaginario collettivo, il più noto paradiso fiscale è certamente costituito dalle Isole Cayman, ma queste sono ben lungi dall’esserne l’unico: esistono svariati, piccoli Paesi, che fanno della tassazione favorevole la propria maggiore attrattiva e fonte di guadagno.

Ma non si tratta solo di evasione fiscale. Il ricorso ai paradisi fiscali è uno dei metodi utilizzati per far sparire nel nulla il denaro, nel tentativo di vanificare la procedura investigativa nota come follow the money: le normative dei paradisi fiscali sono spesso strutturate in modo da garantire riservatezza quasi assoluta nei confronti del cliente, e ciò rende il ricorso all’offshore uno dei metodi preferiti dalle grandi organizzazioni criminali per riciclare soldi sporchi, accumulare “bottini” e mettere in pratica accordi illeciti.

Se quanto finora asserito è conoscenza comune, sono tuttavia in pochi a interessarsi dei risvolti pratici della questione. È infatti sconosciuto all’opinione pubblica quello che viene definito come un vero e proprio “cerchio magico” dell’offshore, del quale fanno parte nove law firm: Appleby (protagonista degli attuali Paradise Papers), Bedell, Carey Olsen, Conyers Dill & Pearlman, Harneys, Maples and Calder, Mourant Ozannes, Ogier e Walkers. Il “cerchio magico” rappresenta la crème de la crème dei procedimenti di evasione offshore: queste nove società sono basate in diversi paradisi fiscali, sui quali operano e dai quali forniscono i propri servizi. Si tratta principalmente, ma non esclusivamente, di piccole isole, ex territori coloniali, attraverso i quali passa un’enormità di capitale sommerso, che sparisce senza la benché minima volontà di fare ritorno. Se non altrove, sotto mentite spoglie.

Ma chi, prima dei Paradise Papers, conosceva il nome di Appleby se non gli addetti ai lavori? L’esistenza del “cerchio magico” non è di certo propagandata quotidianamente, ma l’attività delle società che ne fanno parte è pubblica e nota: tanto che ad Appleby, dopo la pubblicazione dei documenti, hanno tenuto a precisare come la firm agisca in modo perfettamente legale, come in effetti risulta essere, siano fatti salvi eventuali illeciti non direttamente relativi a tale attività in senso stretto.

In sostanza, dietro c’è un mondo che pur essendo pubblicamente visibile, nero su bianco, è ignorato dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. E ciò è un male enorme: fintanto che il comune cittadino non conosce l’entità e l’identità di questo tipo di evasione, non potrà formarsi una coscienza a riguardo, e non potrà esserci un’istanza di riforma sociale e legale relativamente a questo genere di attività. E di riforma è bene parlare poiché tali, controverse pratiche sono oggi per la maggior parte lecite.

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Elisabetta II su una banconota da 10 sterline britanniche.

UN’ATTENZIONE MEDIATICA TROPPO DEBOLE – I Panama Papers di due anni fa, che pure hanno goduto di notevole attenzione mediatica, non hanno portato a un granché di concreto: si potrebbe dire che l’unica vittima eccellente dell’inchiesta sia rinvenibile nella figura dell’ex primo ministro islandese, Sigmundur Gunnlaugsson, dimessosi dalla carica il 5 aprile 2016 poiché trovato colpevole, nel frangente, di disporre di conti offshore. L’opinione pubblica islandese, reduce da sconvolgimenti politici e da una crisi economica importantissima, prese a cuore la faccenda: nei confronti di Gunnlaugsson, che aveva promesso di condurre il Paese alla stabilità finanziaria, essere colto in flagrante nell’evasione fiscale è stato un episodio chiaramente inaccettabile, e l’unica strada per lui credibile è stata quella delle dimissioni.

Ma il caso islandese fu particolare e dettato dalle contingenze politiche. I documenti di Mossack Fonseca coinvolsero circa 214mila entità registrate presso la società, corrispondenti a un gran numero di persone e aziende particolarmente rilevanti non solo per il gettito fiscale dei rispettivi Paesi di provenienza, ma per lo stesso assetto socio-economico globale. Perché, per la stragrande maggioranza dei coinvolti, non si è mai andati oltre le dichiarazioni di smentita e le proclamazioni di legalità del proprio operato?

Il motivo è da ricercarsi nello scarso interesse dell’opinione pubblica verso un simile argomento. Disinteresse causato, certamente, dalla poca conoscenza e non dall’entità di esso; poiché i numeri, a volerli vedere e saperli inquadrare, mostrano in modo estremamente chiaro come simili pratiche siano colpevoli di erodere le politiche di welfare presenti nella maggior parte delle democrazie occidentali, e siano il modo migliore di cui le élite dispongono non solo per rimanere tali, ma per esserlo sempre di più.

Il modo ancor più tiepido con cui sono stati accolti, adesso, i Paradise Papers dimostra come la tendenza sia rimasta identica, forse addirittura peggiorata in quanto le rivelazioni – stavolta – non sono né estese come quelle di Mossack Fonseca né costituiscono, rispetto all’inchiesta precedente, una novità esplosiva. Perfino nel Regno Unito, dove è stata chiamata in causa addirittura la Regina Elisabetta II. Insomma, il grande pubblico ignora la parte importante del problema anche quando i dati, volendoli leggere, sono letteralmente sbattuti in prima pagina? Basti pensare che, in seno a buona parte dell’opinione pubblica, l’imputato numero due è stato identificato nella figura di Bono Vox, da sempre noto per la beneficenza e tacciato di ipocrisia per il comportamento finanziario non esattamente trasparente.

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Rappresentazione della diseguaglianza economica all’interno di ciascuno Stato. (Central Intelligence Agency/Wikipedia)

NOMI E NUMERI – Ma il cantante degli U2 è, a dirla tutta, una delle pedine più insignificanti su una simile scacchiera. I protagonisti di prim’ordine, oltre la Regina Elisabetta, sono numerosissimi, ma ignoti o meno “appetibili” al tam-tam del web e alla logica della notizia virale. I Paradise Papers fanno i nomi – tra gli altri – del primo ministro canadese, Justin Trudeau, del segretario al Commercio del governo Trump, Wilbur Ross, e del vice presidente del Partito Conservatore britannico, Lord Michael Ashcroft. Punti fermi dell’establishment, in sostanza, che operano per accrescere il proprio potere o effettuare accordi in maniera non trasparente ma – attualmente – nemmeno sanzionabile.

Per non parlare delle mega corporazioni che risultano dai documenti di Appleby: come la Nike, che nel frangente ha ridotto i suoi “conti” fiscali in tutto il mondo spostando l’utile dove necessario. O Facebook e Twitter, i cui legami con trust fund finanziati dallo Stato russo suggerirebbero un pericoloso tipo di influenza, in un mondo in cui la potenza mediatica dei social è sempre più rilevante. O ancora Apple, che si ritiene disponga di 252 miliardi di dollari in conti all’estero, esentasse.

I casi sono specifici, ma il problema è endemico. L’evasione fiscale, a prescindere dalla presenza o meno di attività intrinsecamente criminose, rimane terribilmente alta; ed è altissima quando a beneficiarne sono le élite delle élite, che più facilmente possono permettersi di ricorrere all’ausilio del “cerchio magico” e spostare capitale in giro per il mondo: è infatti stato calcolato che, tra lo 0,01% di individui più ricchi al mondo, il tasso di evasione fiscale si attesti circa al 30%. Senza contare le persone giuridiche, come le più o meno grandi imprese multinazionali. E in generale si ritiene che ogni anno, nel mondo, circa 200 miliardi di dollari di tributi vadano completamente perduti. Per fare un confronto, basti pensare che l’intero PIL italiano – non solo, quindi, il ricavo fiscale – sia corrisposto nel 2016 a 1800 miliardi di dollari. Sorvolando quindi sulla logica del facile benaltrismo su finanziamenti ai partiti e vitalizi – che in confronto paiono quasi bruscolini – è chiaro a tutti quanto si possa fare, per il welfare, con una tale quantità di denaro?

Panama e Paradise Papers rappresentano i dati che chiunque dovrebbe conoscere, ma talvolta nemmeno questo è abbastanza per farsi un’opinione adeguata. In questo caso sembrerebbe non lo sia stato. Fermare una simile tendenza non accadrà probabilmente da un giorno all’altro, ma certamente non si verificherà alcun tipo di cambiamento – legislativo o etico – se non si prende prima coscienza del problema, o della sua gravità. E chi dovrebbe farlo? Tutti, perché poche faccende riguardano l’intera collettività più di questa.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all’Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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