Ungheria al voto: verso la conferma di Orbán?

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Viktor Mihály Orbán. (Reuters/Remo Casilli)

Domani, 8 aprile, in Ungheria si voterà per l’elezione del nuovo premier. Anzi: più che di “nuovo” è di “prossimo” che si dovrebbe parlare. Protagonista indiscusso delle elezioni ungheresi da ormai otto anni, infatti, Viktor Orbán non sembra voler cedere il passo neanche questa volta. Per tanti anni l’Europa occidentale non ha neanche sentito parlare di lui. Seppur in politica dagli anni Ottanta, quando insieme ad altri studenti aveva creato Fidesz, il partito dei giovani liberali, è solo di recente che l’attenzione del mondo occidentale si é spostata verso di lui.

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George Soros e Jean-Claude Juncker a Bruxelles nell’aprile 2017. (EPA/Olivier Hoslet)

IL NAZIONALISMO DI ORBÁN – Il suo nome rievocherà di certo situazioni molto recenti, come il referendum sui migranti dello scorso anno e la battaglia contro l’Unione Europea sulle quote di ripartizione degli stessi. Spalleggiato dalla Polonia e dall’Austria, infatti, Orbán attaccò l’Ue asserendo che le quote non solo fossero sbagliate ma non risolvessero affatto il problema. Ma alla fine il risultato non fu quello sperato e il referendum non raggiunse il quorum. Un segnale della progressiva insofferenza della popolazione nei confronti di questa politica?

Orbán non si perse d’animo e ci riprovò, questa volta prendendo di mira le organizzazioni no-profit e tutto ciò che è incarnato nella figura di George Soros, il magnate dell’industria ungaro-americano che, fra le molte cose, è stato ripetutamente accusato di essersi alleato con Bruxelles per favorire l’ingresso in Europa di almeno un milione di immigrati.

Inoltre, l’anno scorso, tutta Europa ha manifestato solidarietà alla Ceu (la Central European University di Budapest), fondata e posseduta proprio da Soros. Tanti sono stati gli slogan, che rievocavano quelli a sostegno delle vittime francesi della redazione di Charlie Hebdo: Je suis Charlie è così diventato I stand with Ceu. Una delle più prestigiose università europee ha infatti rischiato di chiudere i battenti proprio perché finita nel mirino di Orbán. Le motivazioni? Troppe borse di studio per i professori stranieri e poche per gli ungheresi. Ancora una volta un atto nazionalista. E ancora una volta gli ungheresi (e non solo) non ci stanno. Essendo la Ceu accreditata anche negli Stati Uniti è dovuto intervenire il governatore di New York per far placare la situazione e permettere all’università di continuare con il regolare svolgimento delle lezioni.

Questa è l’eredità degli ultimi due anni di governo Orbán in Ungheria. E prima? Una legge sulla stampa che praticamente chiude la bocca a chiunque la pensi diversamente dal partito al governo, la costruzione di un muro anti-migranti al confine con la Serbia, e l’accentramento e il controllo del potere giudiziario.

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Gábor Vona, fondatore di Jobbik, è oggi il primo concorrente di Orbán. (Jobbik.com)

ANCORA STRADA SPIANATA PER FIDESZ? – Eppure, dagli ultimi sondaggi, Fidesz rimane il partito in testa in Ungheria, con il 41% del sostegno, soprattutto in campagna fra elettori di età superiore ai 60 anni. La capitale Budapest sembra invece essere più devota ai partiti di sinistra e ai nuovi attori politici.

Ma, secondo le stime del Republikon Institute e dell’Iránytű Institute, quest’anno sarà più difficile fare previsioni rispetto agli anni passati, sia per alcune novità introdotte nel sistema elettorale sia per altri fattori legati al clima di paura che serpeggia in Ungheria: paura di un regime autoritario nel caso di una vittoria di Fidesz (per i simpatizzanti della sinistra) e paura dei migranti e delle politiche di George Soros tra le fila dei votanti di Fidesz. Troppi indecisi, inoltre. Come quattro anni fa quasi nessuno osava dire ad alta voce che avrebbe votato per Jobbik, essendo allora considerato il partito di estrema destra, oggi molti di quelli che voterebbero per la sinistra hanno paura a dirlo e questo può costituire un altro effetto a sorpresa.

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Ferenc Gyurcsány, ex premier ungherese. (Getty Images)

NUOVI E VECCHI RIVALI – Quali sono, dunque, le alternative per questo 2018? Fra i partiti più grandi, in prima fila troviamo lo già nominato Jobbik, che ottenne grandi successi in politica quando si oppose all’ampiamente criticato governo di centro-sinistra del 2006, presentandosi invece come un partito di estrema destra, neofascista e antisemita. Adesso Jobbik si è spostato verso il centro mentre Fidesz ne ha occupato il vecchio ruolo. Perché votare per Jobbik? Il leader del partito Gábor Vona promuove la lotta alla corruzione e l’innalzamento degli stipendi medi secondo gli standard europei.

Segue il Partito socialista ungherese (Mszp) che comunque non si mostra molto unito, anzi: numerose sono state le scissioni al suo interno che hanno portato alla nascita di nuoti partiti proprio a ridosso delle elezioni. Come, per esempio, la coalizione democratica guidata dall’ex premier Ferenc Gyurcsány. Gyurcsány è considerato il più strenuo difensore dei migranti, essendosi più volte pronunciato a favore della demolizione del muro al confine con la Serbia (tutti ricorderanno la storia della giornalista che fece lo sgambetto a un migrante mentre attraversava il confine illegalmente per rallentarlo). Guarda caso, è però considerato anche il principale responsabile della crisi del 2006. Ancora a sinistra troviamo il partito ambientalista Lmp, guidato dall’unica e prima donna candidata premier, Bernadett Szél. La politica portata avanti da quest’ultima è quella della lotta alla corruzione e all’ampliamento della centrale nucleare di Paks.

Ultimo arrivato è Momentum, divenuto famoso nel 2017 per il referendum che bloccò la candidatura di Budapest per le Olimpiadi del 2024. Momentum è un movimento giovane e di giovani, guidato da András Fekete-Győr, giovane trentenne filo-europeista. Altri due partiti minori sono Együtt (Insieme) e Munkáspárt (Partito operaio).

A chiudere, il partito più strano di tutti: Mkkp, Partito del Cane a due Code. Nato del 2006 come parodia della politica reale, ha attratto talmente tanti seguaci da permettersi di avere anche un candidato alle elezioni. In realtà non c’è nemmeno un programma politico, l’unico obiettivo è quello di togliere voti a Fidesz.

Dal momento che non esiste più un quorum da raggiungere, qualunque sia l’esito delle elezioni esso sarà valido e definitivo già da domenica sera. Il voto d’Ungheria si profila quindi come una tornata elettorale importante: non solo per i rischi di accentramento di potere in un Paese sempre più protagonista della vita europea, ma anche per la rilevanza dei risultati in seno alla posizione del Paese – e dei suoi vicini – sull’emergenza migranti.

Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza di Roma e laureanda in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore di Bunte Kuh e attualmente vivo a Budapest dove scrivo di economia per il Budapest Business Journal.

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