Le città contro Airbnb: l’home-sharing è un problema di sinistra

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Murales contro i turisti in un vecchio bunker di Barcellona, riconvertito in punto panoramico. (EPA/Alejandro Garcia)

L’home-sharing si pone come una soluzione alla crisi per chi è economicamente più debole e ha bisogno di “arrotondare”, ma negli ultimi anni è nel mirino delle amministrazioni cittadine, soprattutto se di stampo socialista. Per capire il perché, bisogna esplorare i concetti di gentrification e overtourism, e rispolverare l’antico significato di polis.

L’home-sharing vs le città

Quello veicolato dai canali di comunicazione di Airbnb sembra uno scenario idilliaco: abitanti di tutto il mondo che accolgono con il sorriso viaggiatori desiderosi di incontri (vietato chiamarli turisti!) e condividono la loro casa guadagnando qualche soldo extra, che in tempi come questi fa sempre comodo. Un sito parallelo al portale principale (airbnbcitizen.com) vuole dimostrare la ricaduta positiva dell’home-sharing sullo sviluppo delle comunità locali e invita hosts e guests a rispettare le leggi e assumere comportamenti virtuosi.

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Eppure mai come oggi Airbnb e gli altri portali di home-sharing sono sottoposti a pressioni crescenti. Le amministrazioni locali delle più importanti città in tutto il mondo si sono costituite come parte lesa di un immaginario processo su scala globale. I contrasti sono più accesi quanto più le amministrazioni si dichiarano vicine alle comunità residenti, ovvero, se ancora è lecito usare questo termine, di sinistra.

Nel 2017 la socialista Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, ha dichiarato guerra agli annunci illegali. Femke Halsema, primo sindaco donna della storia di Amsterdam, pur essendo portavoce della sinistra liberale, ha approvato le norme più rigide al mondo in materia di home-sharing. Il fenomeno non si limita all’Europa. Nel 2018 il Giappone ha costretto il portale a eliminare circa l’80 per cento degli annunci. A New York, dove per legge non si può affittare un intero appartamento per meno di 30 giorni, il democratico De Blasio ha obbligato Airbnb a fornire i dati dei suoi host.

Il caso di Barcellona

ILa prima città ad opporsi a un incremento turistico deregolamentato è stata Barcellona. Nel 2015 la congestionata capitale catalana ha eletto a sindaco Ada Colau, già nota per la creazione della piattaforma Pah (Plataforma de afectados por la hipoteca) e attivista per il diritto alla casa. La sua coalizione Barcelona en Comú è spiccatamente socialista, il suo cavallo di battaglia l’applicazione della democrazia diretta, ovvero la scelta dei cittadini per i cittadini. E i cittadini barcellonesi non amano i turisti, a quanto pare. Nel 2016 l’amministrazione ha presentato 600mila euro di multa a Airbnb e Homeaway per non aver controllato la legalità delle strutture proposte, e ha fatto chiudere 256 appartamenti affittati illegalmente.

Un graffito anti-turisti a Barcellona. (businessinsider.com)

Negli ultimi due anni il braccio di ferro si è tutt’altro che ammorbidito. Da una parte della barricata, la richiesta di sottostare alle leggi che regolano l’accoglienza turistica e il pagamento dei dovuti tributi. Dall’altra, Airbnb e il tentativo di dimostrare il suo impatto positivo sulla piccola economia locale.

Proprio pochi giorni fa il portale ha inviato un questionario a chi ha affittato un alloggio a Barcellona. Non chiedeva se l’attività era percepita come legale, ma, tra le altre cose, quanto tempo si era speso giornalmente nel quartiere dove si alloggiava e quanto aveva inciso la sostenibilità ambientale e sociale sulla scelta di utilizzare il portale. Come suggeriscono queste domande, il problema non è più economico, non solo. Le tasse sull’attività e la riscossione della tassa di soggiorno non sono altro che strumenti delle amministrazioni per affrontare questioni più grandi.

“Tourists go home”: l’overtourism

Tra gli obiettivi finali della lotta all’home-sharing c’è quello di limitare la pressione turistica all’interno della città, scongiurando – o dove già presente, combattendo – il fenomeno dell’overtourism. Lo scorso settembre la UNWTO (World Tourism Organization) si è riunita a Seoul per il settimo Summit sul Turismo Urbano, evidenziando la necessità di attuare strategie per evitare il collasso delle città. Non più solo Venezia, dunque, ma Barcellona, Dubrovnik, Amsterdam, Parigi e molte altre temono ora di trasformarsi in luna park per turisti. La caduta vertiginosa dei prezzi di voli e alloggi ha creato un’emergenza.

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Da quando è stata usata come set per la serie “Game of Thrones”, Dubrovnik ha visto ondate sempre crescenti di turisti. (thedubrovniktimes.com)

Che la crescita del turismo non fosse un fenomeno positivo tout-court si era capito già nel 1992, quando all’Earth Summit di Rio de Janeiro si avanzò per la prima volta il concetto di turismo sostenibile. I tempi erano diversi e la questione della salvaguardia ambientale era molto più cogente di quella culturale, dunque il turismo sostenibile si è sviluppato sempre più in direzione della tutela dell’ambiente.

È molto più semplice, inoltre, monitorare la cosiddetta “capacità di carico” se si parla di inquinamento di aria e acqua, piuttosto che misurare delicati equilibri antropologici tra flussi umani. Vietare la costruzione dell’ennesimo albergo su un litorale già visibilmente saturo è più facile che non limitare gli ingressi a una città congestionata, senza dimenticare che la libera circolazione di uomini tra le nazioni è, vivaddio, un diritto fondamentale dell’uomo.

Proprio pochi giorni fa il Comune di Venezia ha stabilito le modalità di una “tassa di ingresso” per i turisti giornalieri. Ma è legittimo limitare l’accesso a una città? Chi stabilisce il confine tra mera intransigenza verso lo straniero e sofferenza da overtourism? Quando si verifica il passaggio da auspicabile crescita economica a sfruttamento indiscriminato delle risorse locali?

La nuova geografia della gentrification

Il sovraffollamento porta con sé una catena di cambiamenti che tendono a identificarsi con il concetto di gentrification. Letteralmente il termine significa “imborghesimento”; nella sostanza è un innalzamento dei prezzi delle case e dei servizi. Fasce intere di popolazione economicamente più deboli si ritrovano espulse da alcune zone.

Il fenomeno, presente già ai tempi delle slums di Dickens, oggi è strettamente legato al turismo: un turista è disposto a spendere molto più di un residente sia in termini di alloggio, sia in termini di soddisfacimento dei bisogni primari. Spesso ha un potere di acquisto molto più alto di un locale, ed è portato a esagerare la spesa per il carattere effimero e straordinario insito nel concetto stesso di vacanza.

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Una slide della UNWTO Report on ‘Overtourism? Understanding and managing urban tourism growth beyond perceptions’ mostra come il più importante effetto negativo dell’overtourism sia un aumento generale dei prezzi. (UNWTO)

La gentrification sembra aver subito un incremento esponenziale da quando l’home-sharing ha permesso anche ai privati cittadini, con le loro private abitazioni, di entrare nel terreno di gioco. La frase «gli affitti turistici rendono di più di quelli residenziali» è ormai talmente conosciuta da fare concorrenza a «Venezia è bella ma non ci vivrei mai». Ma qual è il rischio reale di questa tendenza? Perché non si può accettare la sua normale deriva, ovvero la fruizione dei centri storici da parte quasi esclusiva dei turisti, e la ridefinizione delle periferie come nuovi principali distretti residenziali?

E ancora, la lotta intrapresa dalle amministrazioni locali contro l’home-sharing è una battaglia contro i mulini a vento di un’economia che è destinata a ridisegnare le città, o è invece una lungimirante preservazione di valori necessari, destinata a diffondersi come si è diffusa la lotta all’inquinamento ambientale? Queste domande sono ben lontane da ottenere una risposta universale, ma sulla definizione del perché della “resistenza” residenziale nei centri storici, l’Italia potrebbe avere qualcosa da dire.

Travagliata da decenni dagli effetti dell’overtourism, sembra reagire molto lentamente alle nuove necessità. Dal giugno 2017 ha imposto di registrare le attività di home-sharing presso i Comuni e l’ha sottoposta al pagamento della cedolare secca. Questo non ha impedito a città come Firenze di avere circa il 18% degli appartamenti in centro storico in affitto a turisti, e solo su Airbnb.

C’era una volta la polis

Il contributo dell’Italia potrebbe essere, se non operativo, quantomeno teorico. Il concetto di “centro storico”, poi adottato in tutto il mondo, nacque proprio in Italia negli anni ‘60 con la stesura della Carta di Gubbio. Si dovevano salvaguardare gli antichi edifici dalla crescente speculazione edilizia – già allora si parlava, anche se in altri termini, del pericolo della gentrification.

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Proteste dei residenti a Venezia (ilsecoloxix.it)

Parallela a quella della salvaguardia fisica, si poneva anche la questione della destinazione d’uso. Per mantenere l’identità dei centri era necessario orientare l’intervento urbanistico verso un uso il più possibile residenziale, in secondo luogo direzionale, e infine – ma con molta cautela – commerciale.

L’argomento è tornato attuale. A novembre del 2018, l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli ha indetto un convegno dal titolo Il Diritto alla Città storica. Sul tavolo della discussione c’era la nuova minaccia dell’overtourism e si è avanzata una proposta di legge nazionale per la tutela dei valori storici, identitari e civili delle città. Superato il pericolo della distruzione fisica, infatti, ci si concentra ora sulla destinazione, «al fine di valorizzare e promuovere l’uso residenziale, sia pubblico che privato, per i servizi e per l’artigianato» (Proposta di legge in materia di tutela delle città storiche. Atti del convegno “Il Diritto alla Città storica”, Roma, 12 novembre 2018).

In quell’occasione, lo storico dell’arte Tomaso Montanari è andato al nocciolo del problema: separare una classe sociale dalla città equivale separarla dalla propria storia, e quindi dalla propria identità. Così facendo si pregiudica la sua influenza sul futuro, riducendola a mera consumatrice. In altre parole, una città non è fatta solo di mattoni, ma anche di strade, di piazze, di dinamiche possibilità d’incontro e di scambio. Sentirsi cittadini equivale ad avere voce in capitolo nelle decisioni; viceversa, non avere accesso ad alcune zone della città significa privare i cittadini della sensazione di appartenenza alla comunità e allontanarli dalla vita politica. D’altronde, se la parola “politica” deriva dal greco polis, città, un motivo ci sarà.

Il problema ha trasceso la natura economica ed è diventato politico e culturale. Airbnb non può essere certamente dichiarata unica responsabile, ma è innegabile che il fenomeno dell’home-sharing, estendendo potenzialmente l’accoglienza turistica a tutto il tessuto residenziale, abbia acuito i sintomi di un disagio già in essere. È comprensibile come le amministrazioni più orientate al senso di comunità, come Parigi, Amsterdam e soprattutto Barcelona en Comú, percepiscano la lotta come cruciale: l’obiettivo è conservare la città come polis, ovvero centro della vita civile e politica, e dalla polis non si può e non si deve escludere nessuna fascia della popolazione.

Sono laureata in Storia dell'Arte all'Università di Firenze e in Arti Visive all'Università di Bologna. Accompagno le persone a scoprire l'arte e scrivo di come questa può influire sulla vita contemporanea.

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