Carmine Pecorelli e i segreti d’Italia, a 40 anni dall’assassinio

Carmine Pecorelli e i segreti d’Italia, a 40 anni dall’assassinio
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Era il 20 marzo del 1979 quando nei pressi di Via Tacito, nel quartiere romano di Prati, risuonarono quattro spari, quelli di inconsueti proiettili targati Gevelot. Due presunti esecutori materiali, la Banda della Magliana e Cosa nostra. Un presunto mandante – assolto, condannato, poi di nuovo assolto – identificato nella figura di Giulio Andreotti. E un’infinità di pagine mancanti, dossier occultati, casi irrisolti, che ben descrivono la vita di Carmine “Mino” Pecorelli.

Giornalista d’inchiesta, spia dei servizi, piduista sovversivo, ricattatore seriale? Molto si è detto su una delle figure più controverse a navigare in quel turbinio di persone, fatti e fazioni della notte della Repubblica italiana, il periodo più nero degli anni di piombo. Un vortice letale che alla fine inghiottì il giornalista molisano senza possibilità di ritorno, esattamente quarant’anni fa. La sua attività in vita, esplosiva, incisiva e incurante, lo rese prima una mina vagante e poi un bersaglio mobile. E, forse, contribuisce ancora oggi all’artificiosa svalutazione del suo ruolo di protagonista accanto a quei personaggi che – nel bene e nel male – restano nel ricordo di quell’enorme e complesso schema che fu la Prima repubblica.

(NdA: diversamente dal comune formato di Bunte Kuh, le fonti sono riportate in calce all’articolo anziché tramite link all’interno del testo. Questo per l’enormità di affermazioni necessitanti di riferimenti presenti nello stesso, e per conseguente comodità di stesura quanto di lettura di articolo e fonti.)

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Carmine “Mino” Pecorelli (1928-1979).

Dai tribunali all’Osservatore Politico

Carmine Pecorelli fu una di quelle persone che crescono, vivono e muoiono in maniera turbolenta. Nato nel 1928 a Sessano del Molise, a 11 anni viaggiò in bicicletta da Velletri a Napoli per unirsi ai combattimenti in Albania. A 16 anni appena compiuti si arruolò nel Corpo polacco al fine di ritrovare la madre, separata dai propri figli durante la battaglia di Anzio. Combatté a Montecassino e altrove, per poi ricevere la massima onorificenza polacca. A guerra finita si laureò in Giurisprudenza e lavorò, fino agli anni Sessanta, come avvocato specializzato in diritto fallimentare. Facendosi forse, tra una bancarotta fraudolenta e l’altra, una prima idea sui modi in cui il potere lavora occultamente.

Ma il Pecorelli che si ricorda non è né l’eroe di guerra, né l’avvocato. Dopo una parentesi nell’ufficio stampa del ministro democristiano Sullo, passò definitivamente al mestiere di giornalista. Nel 1967-68 scrisse per il periodico Nuovo mondo d’oggi, iniziando fin da allora a occuparsi di scoop a sfondo politico e, soprattutto, creandosi una base di quella che diverrà poi la più estesa rete di contatti ricordabile nel giornalismo italiano. L’esperienza fu breve: Nuovo mondo d’oggi, considerato vicino ai servizi segreti, finì per toccare argomenti troppo scomodi e ne fu intimata la chiusura dall’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno; fatto che segnò il passaggio al livello successivo, ossia la messa in proprio di Pecorelli e la fondazione di quella che, per gli anni a venire, sarà tra le più influenti agenzie di stampa italiane e una delle fonti più incredibilmente informate dei neri misteri degli anni di piombo.

Osservatore Politico, per gli amici OP, venne registrato come testata nell’ottobre del 1968. L’acronimo, non per caso, stava anche a richiamare una sigla abbastanza in voga nel periodo, quella di “ordine pubblico”. OP si configurò inizialmente come un’agenzia di stampa, la cui ragion d’essere era quella degli scandali politici, degli intrighi di palazzo, dei legami occulti tra poteri. Anzi: per i suoi abbonati, principalmente i giornali, sarà il primo punto di riferimento in materia. Di orientamento anticomunista ma non di destra, Osservatore Politico fu una macchina da guerra rivolta a tutti, su tutti i fronti: fu un raro caso di mix tra giornalismo violento, quasi paparazzistico, e fonti ineccepibili, di massima qualità e di prima mano, delle quali Pecorelli disponeva. La regola di redazione pareva essere una: si parlava di tutto e di tutti, nessuna informazione mancava di essere pubblicata, anche se solo a colpi di allusioni e pseudonimi.

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Il n°5 di Osservatore Politico, 25 aprile 1978. (Instagram/lippi65)

OP diverrà in seguito un settimanale liberamente venduto al pubblico, dall’ampia tiratura e dalla buona dose di investimenti, spesso provenienti da personaggi importanti. Ciò nonostante, lo scarso tornaconto economico – tanto che Pecorelli conduceva uno stile di vita assai moderato ed era soggetto a ingenti debiti con la tipografia che stampava OP – ha fatto cadere un’ipotesi più volte avanzata nel tempo: quella che il giornalista molisano fosse un ricattatore professionista, un pennivendolo di bassa lega animato dalla volontà di spillare denaro ai diretti interessati dei suoi scoop.

Tra le altre accuse comuni, quella che Pecorelli fosse un uomo dei servizi segreti. In un certo senso, c’è chi riusciva a spiegarsi solo così il destreggiarsi dell’Osservatore Politico tra le pieghe del potere per ottenere informazioni top secret, spesso e volentieri prima che a queste giungessero addirittura le Forze dell’ordine. Come Pecorelli stesso scrisse in un editoriale, nel 1978:

«Qualcuno ha detto che siamo l’agenzia del Sid. Qualcun altro, l’agenzia di Miceli. Ognuno a tirare acqua al suo mulino […] La verità è che OP ha una sua propria, autonoma, rete di informatori. E che è bene introdotta in certi ambienti. E che mette in circolo tutte le notizie, nessuna esclusa, che riesce a raggiungere. Lasciando alla intelligenza e alla libertà dei suoi lettori analisi e giudizi.»

In un certo senso, è più vero dire che fossero alcuni esponenti dei servizi segreti a essere “uomini di Pecorelli”. Tra i quali in primo luogo lo stesso Vito Miceli. Questi fu a capo del Servizio Informazioni Difesa tra il 1970 e il 1974, prima di essere coinvolto nello scandalo “Rosa dei venti”, uno dei diversi intenti golpisti di stampo neofascista del periodo. E dire che anche lo stesso Miceli, pur sempre in contatto con Pecorelli, non fu talvolta risparmiato dagli articoli del giornalista, finendo per essere scomodamente nominato quando necessario. Una macchina da guerra, come si diceva, contro tutto e tutti.

Sorge spontanea una domanda: com’è possibile che Pecorelli avesse allo stesso tempo informazioni di ogni sorta provenienti dagli ambienti più alti del potere italiano, ma che fosse allo stesso tempo libero non solo di pestare i piedi a tutti, ma soprattutto di perpetuare l’intento nel tempo? Facile pensare che, fra i tanti segreti acquisiti, più d’uno possa essere stato destinato a tutelarsi anziché alla pubblicazione. Eppure questo solo meccanismo non basta a spiegare l’estensione e la forza della rete informativa di Pecorelli, privo di peso poiché non strettamente coinvolto in dinamiche di potere: una risposta più soddisfacente si trova nell’affiliazione del giornalista alla loggia massonica eversiva di Licio Gelli, la P2.

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Licio Gelli, Gran Maestro della P2, e Giulio Andreotti.

Pecorelli e la P2

Una rete di contatti è cosa comune per qualsiasi giornalista, in particolare per chi si occupa della notizia politica e deve arrivarci per primo. Pecorelli fu da principio un ottimo professionista, ma è deducibile che i nodi salienti della sua straordinaria rete siano stati ricavati solo in seguito, dalla sua affiliazione alla loggia P2.

Pecorelli non era, inizialmente, un grande fan della massoneria (deviata, come si seppe tempo dopo). Il 15 gennaio 1975, scrive in un articolo:

«Come non si sa, la massoneria è una cosa che fa morire dal ridere. Ma è anche una bottega per quelli che la sanno sfruttare […]. Tra l’altro si credono uomini del destino, incaricati dal Padreterno di tracciare le mete per la salvezza del Paese. Basta conoscerne qualcuno per farsi un’idea della massoneria.»

E ancora:

«Libertà, fratellanza e uguaglianza sono i tre termini della più geniale truffa che sia stata mai organizzata per sfruttare la democrazia […]. In genere si riuniscono per fottere chi fotte più grana […]»

Tuttavia, il 1 gennaio 1977 Pecorelli è iscritto alla P2 con tessera n°1750. Da quel momento in poi, la sua opinione a riguardo muta brevemente. Oltre a difendere pubblicamente la figura di Licio Gelli, in un articolo del 25 giugno riporta come:

«Si ha un bel dire che sia un covo di golpisti e sovversivi. Vi aderiscono personaggi politici delle più diverse espressioni, ma tutti di primo piano: militari, magistrati, alti funzionari della pubblica amministrazione. Si può dire che Gelli rappresenti quel che resta dello Stato. E ormai si può aggiungere pure che tutti insieme i fratelli della P2 hanno giurato di far giustizia e pulizia. A cominciare da Palazzo Giustiniani.»

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Estratto del “Piano di rinascita democratica” della P2, come trascritto ad opera della relativa commissione parlamentare d’inchiesta.

E da qui è solo possibile tentare di ricostruire i rapporti di amicizia e odio con la P2 e i contatti che ne fecero parte. Certo è che Gelli riservasse una grande importanza all’informazione e alla propaganda, fondamentale nel suo “Piano di rinascita democratica”. Dev’essere perciò stato facile, per Pecorelli, sollecitare i fratelli nel fornire informazioni di qualsivoglia utilità mediatica. Ma è pur vero che, all’interno dell’organizzazione segreta, il giornalista molisano deve essere stato una scheggia impazzita, che finiva per pubblicare tutto di tutti senza alcun riguardo, in primo luogo per la sua stessa incolumità.

Comunque sia, ufficialmente il sodalizio dura poco. Già il 18 maggio 1977, in una missiva (antecedente quindi al citato articolo del 25 giugno), Pecorelli scrive a Gelli, probabilmente in relazione alla richiesta di “influenza” in una delle numerose querele per diffamazione a mezzo stampa in cui era coinvolto:

«Caro Licio, ho atteso invano una tua comunicazione riguardo Fratello Gigi. All’atto di sollecitare il Tuo autorevole intervento, ti avevo anche rappresentato la mia premura, data l’imminenza del processo. Se la risposta non è arrivata vuol dire che nella Famiglia è venuta meno, o forse non c’è mai stata, la solidale assistenza dei Suoi componenti o che, nella migliore delle ipotesi, essa è indirizzata verso un’unica direzione. Esistono, per caso, Fratelli di serie A e Fratelli di serie B? Oppure “quello che è in alto non è uguale a quello che è in basso”? Ho notizia che Fratello Gigi almeno in due occasioni ha evitato guai per merito proprio della Famiglia. Io, invece, potrei essere punito per avere esercitato un diritto sancito dalla “legge comune”. Nel constatare siffatta disparità, Ti rassegno la mia decisione di uscire definitivamente dall’Organizzazione. Ho fatto una breve ma significativa esperienza che mi conforta nel credere che non ci sono Templi da edificare alle Virtù, bensì solo all’ingiustizia e all’arroganza. Per quanto riguarda i nostri personali rapporti mi auguro, se lo desideri, che essi possano rimanere immutati.»

Al di là di questi pochi dettagli sulla partecipazione “ufficiale” alla P2, è difficile tracciare – per loro stessa natura – specifiche più precise sull’affiliazione di Pecorelli alla massoneria deviata: da quanto durassero informalmente i rapporti prima dell’adesione, e come si siano sviluppati dopo l’abbandono. Fatto sta che la linea dura di OP nei confronti della P2 non tardò a ripresentarsi, e rimase costante fino alla morte del giornalista:

«Attentati, stragi, tentativi di Golpe, l’ombra della massoneria ha aleggiato dappertutto: da Piazza Fontana al delitto Occorsio, dal golpe Borghese all’Anonima sequestri, alla fuga di Michele Sindona dall’Italia […]»

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Aldo Moro (al centro) e Carmine Pecorelli (a destra). (Centro Documentazione Sandro Flamigni)

Il caso Moro

Il nome di Pecorelli, oltre che a quello di Licio Gelli, è rimasto indissolubilmente legato a quello di Aldo Moro. Mino Pecorelli si rivelò essere persona estremamente informata sui fatti, dati sia i direttissimi contatti con i servizi segreti che la documentata conoscenza delle realtà politiche, terroristiche e criminali del Paese. C’è chi ritiene non essere affatto una coincidenza la svolta nella gestione di OP, che passa dall’essere agenzia di stampa a settimanale rivolto al pubblico proprio in coincidenza col rapimento di Moro. Il giorno prima del tragico evento, il 15 marzo 1978, Pecorelli mette in parallelo l’insediamento del governo Andreotti con le idi di Marzo e la figura di Bruto, il più classico “traditore” all’interno della famiglia.

Sul personaggio di Moro, mal gradito al resto dell’establishment democristiano e alla tendenza destrorsa degli ambienti militari e dei servizi, si è detto moltissimo: difficile, anche a distanza di quattro decenni, stabilire quante siano speculazioni, quante verità e quante supposizioni corrette ma impossibili da dimostrare. Fatto sta che la natura di Moro come politico “scomodo”, per i motivi ampiamente noti quale il compromesso storico, non era un mistero per l’ambiente – né tantomeno per Pecorelli – già da anni.

Già nel 1967, per Nuovo mondo d’oggi, “Mino” pubblica un articolo che rende noto un piano eversivo per rapire e uccidere Aldo Moro, e che sarebbe stato commissionato al tenente colonnello Roberto Podestà. Stando alla ricostruzione, Podestà avrebbe invece riferito la vicenda a Pecorelli e sarebbe poi stato arrestato per “irregolarità amministrative”, sparendo dalla scena pubblica. Che poi questo piano fosse reale o solo una voce non è dato sapere, ma rende bene l’idea sul prurito causato dalle posizioni di Moro e sull’idea che Pecorelli, nel tempo, si sia fatto sul possibile destino del politico DC.

Quando Moro è rapito dalle Brigate Rosse, il 16 marzo del 1978, Pecorelli condanna la linea dura adottata dallo Stato, che si rifiuta di trattare con i terroristi, e ritiene che il povero Moro sia già dato per morto dalle parti politiche. Quelle che si leggono in quei giorni sulle righe di Osservatore Politico potrebbero essere illazioni qualunque fatte da un giornale qualunque in cerca di lettori; la differenza è che molto di quanto affermato da Pecorelli si rivela essere ancora in discussione a distanza di giorni o di decenni, quasi come una profezia. Ad esempio, Pecorelli specula sulla natura dell’assalto a via Fani e sulla presenza di elementi dall’addestramento militare professionale, difficilmente ritrovabili tra i brigatisti. Il giornalista afferma inoltre con certezza la presenza di diversi gruppi coinvolti nel rapimento, uno dei quali avrebbe compiuto la strage e un altro avrebbe tenuto Moro prigioniero. Si tratta di dettagli poi comparsi indipendentemente nelle decine di ricostruzioni fatte da magistrati e giornalisti su quei terribili giorni, emergendo anche anni dopo.

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La scoperta del covo brigatista in via Gradoli, dove Aldo Moro fu tenuto prigioniero. (Mimmo Frassineti/AGF)

Ma l’esempio più noto è quello della Comunicazione n°7. Si tratta di un documento falso prodotto da Antonio Chichiarelli della Banda della Magliana, il quale in seguito si occuperà di falsificare altri documenti per conto delle Br. La Comunicazione fu interpretata come un’autentica circolare interna alle Brigate Rosse, e nella stessa si diceva che Moro fosse stato ucciso e il suo corpo seppellito nei pressi del lago di Duchessa, vicino Rieti. Nel frangente, Pecorelli determinò la non autenticità del documento ancor prima che i Carabinieri fossero riusciti a giungere sul posto.

In un successivo articolo, scritto il giorno in cui fu ucciso, Pecorelli produce una frase particolarmente criptica – come suo solito – che fa riferimento a un palazzo con “fregi dalla testa di leone, nel centro di Roma” e “una duchessa che poteva vedere il corpo di Moro dal suo balcone”. L’anno successivo, il 1980, in un rapporto del Sismi c’è la prima menzione pubblica del presunto ruolo del duca Igor Markevitch, residente in Palazzo Caetani nella Capitale; edificio che corrisponderebbe alla descrizione, a onor del vero come molti altri palazzi nobiliari romani. Alcune fonti parlano di investigazioni condotte sul luogo da agenti del Sismi, nel maggio 1978 e “a Moro vivo”, e di come siano state bloccate da intervento superiore.

“A Moro morto”, invece, Pecorelli dimostra conoscenza (o intuizione) anche dei postumi dell’ex presidente DC. Il memoriale di Aldo Moro fu scoperto nella base Br di via Monte Nevoso a Milano, solo nell’ottobre 1978. Si trattava in realtà di una fotocopia, mentre l’originale non fu mai rinvenuto. Pecorelli era stato ancora una volta il primo a indicare l’esistenza di un documento memoriale, mentre Moro era ancora imprigionato; successivamente implicò l’esistenza di un testo addirittura più corposo di quello rivenuto dagli uomini del generale Dalla Chiesa, nonché di registrazioni audio (mai confermate). Perché – si chiese Pecorelli – le Brigate Rosse avrebbero dovuto fare a Moro domande delle quali già era nota la risposta? È stato in seguito supposto che Moro avesse rivelato alle Br l’esistenza dell’Organizzazione Gladio – poi ammessa pubblicamente da Giulio Andreotti nel 1990 – o che avesse messo in luce proprio i presunti legami del “Divo” con l’intelligence americana o con la mafia.

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All’indomani dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, una scritta comparve nel luogo dell’attentato: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti.»

Il “generale Amen”

Chi avrebbe potuto maneggiare il memoriale e “alleggerirlo” dei dettagli più spinosi? Secondo il capitano Roberto Arlati, che guidò l’incursione di Via Monte Nevoso, il capo del controspionaggio Umberto Bonaventura si fece consegnare il memoriale di Moro prima che chiunque potesse leggerlo, per riconsegnarlo poi sette ore dopo, privo di un numero di pagine sconosciuto. Ciò viene affermato in un libro del 2004 del giornalista Renzo Magosso e dello stesso Arlati, poi ritenuto verità dai giudici milanesi nella sentenza del caso per diffamazione che vide i due protagonisti. Pecorelli era a conoscenza del fatto già nel 1978, o la sua fu un’intuizione fortunata?

Tanto sul caso Moro che sull’attività di Pecorelli, poca verità ha visto finora la luce. Ma è dato sapere che a questo punto il “secondo potere” si unisce al “quarto”, dando vita a una breve congiunzione di interessi tra due protagonisti degli anni di piombo, entrambi alla ricerca della verità ed entrambi uccisi in modo misterioso.

Pecorelli entra infatti in contatto con il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa; presumibilmente tramite il fratello di quest’ultimo, Enrico, che a differenza di Carlo Alberto era membro della P2. Nei primi mesi del 1979, Pecorelli stava conducendo un’inchiesta che lo portò al carcere di Cuneo, entrandone e uscendone spesso sotto pseudonimi; la cosa arriva alle orecchie di Dalla Chiesa, che chiede ad Angelo Incandela (capo degli ispettori del carcere) di registrare le conversazioni di Pecorelli. Quest’ultimo si rifiuta, affermando che la stessa irregolarità fosse già stata chiesta dai servizi segreti.

A quel punto, probabilmente, Dalla Chiesa e Pecorelli si incontrano e collaborano, pare da amici. Questa, però, è solo una ricostruzione. Quel che è noto è che Dalla Chiesa e Pecorelli si presenteranno insieme a un successivo incontro con Incandela, informandolo che presso il suo carcere sarebbe giunto un pacchetto di fondamentale importanza. L’idea era quella di far rinvenire casualmente i documenti onde proteggere la fonte. Incandela inizialmente collabora ma, una volta letti i documenti, capisce che si tratta di dichiarazioni di Moro relative a Giulio Andreotti. Si rifiuta di collaborare oltre.

Questi sono gli ultimi mesi di Pecorelli e gli ultimi anni di Dalla Chiesa, entrambi finiti uccisi come alcuni dei personaggi che ebbero contatti con loro in questo periodo: il 12 luglio 1979 viene ucciso Giorgio Ambrosoli, incontrato da Pecorelli due settimane prima della propria morte, mentre il 13 luglio è assassinato il colonnello Antonio Varisco, collega di Dalla Chiesa.

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I corpi di Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro, uccisi a Palermo nella cosiddetta “strage di Via Carini”.

Come in un triste scherzo del destino, Pecorelli profetizzava da tempo la propria morte e quella di Dalla Chiesa, da lui ribattezzato negli articoli come il “generale Amen”. Nel n. 27 della rivista di OP, ottobre 1978, scrive:

«[…] Ora c’è solo da immaginarsi […] quale sarà il Generale dei CC che sarà trovato suicida con la classica revolverata che fa tutto da sé […] o con il solito incidente d’auto radiocomandato nelle curve […] o la sbadataggine di un camionista […] o l’incidente d’elicottero […]. Purtroppo il nome del Generale dei CC è noto: Amen.»

In modo diverso da quanto previsto, ma alla fine Dalla Chiesa fu ucciso. Il 3 settembre 1982, anno in cui il generale era ormai prefetto ed era stato trasferito a Palermo per combattere Cosa nostra, sicari mafiosi spararono colpi di kalashnikov contro l’auto su cui viaggiava con la moglie, Emanuela Setti Carraro, e l’agente di scorta Domenico Russo. Tutti perirono; come mandanti dell’atto furono condannati all’ergastolo i vertici della mafia siciliana, tra i quali Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Dalla Chiesa fu un uomo onesto e un professionista integerrimo in un periodo molto, molto sporco della storia italiana. È sempre Pecorelli a scrivere, in quella che è forse la citazione più famosa di un suo articolo, dell’incontro tra Dalla Chiesa e Andreotti, nel quale il generale sosteneva di aver trovato il luogo di prigionia di Aldo Moro. Nelle parole di Pecorelli, l’autorizzazione a procedere gli fu negata perché:

«Il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla Loggia di Cristo in Paradiso?»

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Il cadavere di Mino Pecorelli. (ANSA)

L’omicidio

Carmine Pecorelli fu ucciso la sera del 20 marzo del 1979, nei pressi della redazione di Osservatore Politico in via Tacito, a Roma. Quattro colpi di arma da fuoco, tre alla schiena e uno al volto, esplosi da un sicario. Sulla paternità dell’omicidio, negli anni successivi, si è discusso molto.

È lecito far risalire gli esecutori materiali alla Banda della Magliana: i proiettili che fermarono il cuore di Pecorelli incuriosirono da subito: si trattava di Gevelot, una rara marca difficilmente reperibile sul mercato, nero e non. Proiettili non solo della stessa marca, ma addirittura dello stesso lotto di produzione furono successivamente rinvenuti nel deposito segreto della Banda della Magliana, situato nei sotterranei del Ministero della Sanità.

Nel 1993, il noto collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta affermò l’implicazione delle alte gerarchie della mafia siciliana, sottolineando i legami con gli esecutori – la Magliana, e più precisamente Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera – e il mandante, che Buscetta identificò con Giulio Andreotti stesso. Il “Divo” sarebbe stato preoccupato dai documenti in mano a Pecorelli, che includevano il memoriale di Aldo Moro e le sue confessioni su Andreotti, che avrebbero rovinato la carriera politica di quest’ultimo se giunte alla luce.

andreotti processo
Giulio Andreotti a processo a Perugia nel 1998 (Giancarlo Belfiore).

I legami di Andreotti con la mafia sono in seguito stati confermati dai giudici, sebbene caduti in prescrizione, mentre per l’omicidio Pecorelli il politico fu in primo luogo assolto, poi condannato in appello nel 2002 e, l’anno successivo, di nuovo e definitivamente assolto. Lo stesso avvenne per Carminati, poi arrestato nell’ambito della recente inchiesta Mafia Capitale, e per i boss siciliani.

Ancora oggi permangono molte domande senza risposta, tanto sull’omicidio di Carmine Pecorelli quanto sul reale movente. La verità tarda a essere scoperta perché molto è stato fatto per nasconderla: c’è chi ritiene che anche molti documenti siano spariti nel corso del tempo, già dalla perquisizione post-delitto nella redazione di OP ma anche successivamente, quando Carminati stesso pianificò un attacco alle cassette di sicurezza nella cittadella giudiziaria di Roma, svaligiandone alcune accuratamente selezionate.

Osservatore Politico non durò a lungo senza la sua forza propulsiva primaria: i tentativi di tenere in vita la rivista fallirono. La figura di Mino Pecorelli è stata destinata, nel tempo, a sparire lentamente. Come un vecchio caso di cronaca storica, un brutto episodio di un brutto periodo. È essenziale, invece, ricordarsene continuando a parlare di Pecorelli e del suo lavoro. Sia perché, degli anni di piombo, l’Italia ricorda spesso i suoi protagonisti negativi e meno quelli positivi, come lo stesso Dalla Chiesa; sia perché il lavoro di Pecorelli, controverso e importante, ha sempre costituito una finestra privilegiata sul potere e sulla corruzione, aperta al pubblico che normalmente non può vederla. Smettere di parlare di Pecorelli significa concludere il lavoro di chi l’ha ucciso e far sì che lo scopo sia stato raggiunto. E questo non va permesso.

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