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Medz yeghern, il “grande crimine”. È così che il popolo armeno si riferisce al genocidio perpetrato nei suoi confronti da parte degli ottomani, centotré anni orsono. Avvenuto quasi tre decenni prima dell’Olocausto ebraico, il genocidio armeno costò un milione e mezzo di morti ed è considerato il primo atto di tale portata nella storia contemporanea. Non da tutti, però: a negare che si sia trattato di genocidio è in primo luogo la Turchia, diretta discendente di quell’Impero Ottomano ed erede delle sue velleità nazionaliste, e chiunque non si voglia precludere le grazie dello Stato di Erdoğan.

Ma il negazionismo è assolutamente fuori luogo. Non solo il Medz yeghern fu tale: si trattò addirittura dell’evento che spinse, insieme alla Shoah, il creatore del termine “genocidio” a coniare lo stesso.

carta genocidio armeno

Carta delle deportazioni e dei luoghi di sterminio degli armeni. (Vahagn Avedian)

IL POPOLO ARMENO SOTTO GLI OTTOMANI – Nel 1915, circa due milioni di armeni vivevano all’interno dei domini ottomani: caucasici per etnia, cristiani per religione, l’Impero di Costantinopoli – turco e islamico – li vedeva come un popolo “gregge” ma comunque non ufficialmente perseguitato, in quanto la tradizione islamica riconosce cristiani ed ebrei come “Gente del Libro“. In parole povere, “cugini di Bibbia”. Anzi: al millet (“popolazione”, “minoranza”) armeno era perfino riconosciuta giurisdizione su tutte le confessioni cristiane dell’Impero, seppure questa rimanesse gerarchicamente inferiore alla religione di Stato.

L’attenzione verso gli armeni si trasformò in reale odio persecutorio solo nell’ultimo quarto dell’Ottocento, con quelli che rimasero noti come massacri hamidiani: l’Impero Russo aveva sconfitto quello Ottomano (1878), imponendo tra le condizioni di pace la concessione di pieni diritti civili alla popolazione armena: da un lato, ciò avrebbe incoraggiato gli armeni a sostenere un eventuale dominio dei russi, che già si stavano espandendo nel loro territorio storico; dall’altro, avrebbe causato disordini nell’ordine statale ottomano come in effetti avvenne. Alle istanze particolariste armene seguì una durissima repressione da parte del sultano Abdul Hamid II; e, come spesso accade, la ragione politica tese a “decorare” se stessa con motivazioni etniche e religiose.

La tragedia vera e propria, però, iniziò a consumarsi dopo la presa del potere da parte dei Giovani Turchi (1909). Tale fazione è spesso ricordata per aver dato alla Turchia il suo volto nazionale, laico e moderno. Complice la sconfitta nella Prima guerra mondiale, l’Impero Ottomano si dissolse e la spinta modernista e nazionalista – già in atto – portò alla nascita della Turchia come la conosciamo oggi. La costruzione dell’identità nazionale moderna – ottomana prima, turca poi – fece però numerosissime vittime: le minoranze perdevano il loro carattere protetto in qualità di “Gente del Libro”, e potevano anzi costituire una debolezza non necessaria per una neonata nazione che intendeva darsi una cultura forte.

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Mehmed Talaat Pasha, leader del triumvirato dei “Tre Pascià” e dell’Impero Ottomano, ricordato dagli Armeni come l'”Hitler turco” per aver causato il genocidio del loro popolo. (Neue Photographische Gesellschaft Berlin/Bain News Service)

IL GENOCIDIO ARMENO E I SUOI FRATELLI – Oltre agli armeni, a fare le spese dell’ondata nazionalista furono i greci del Ponto e i cristiani di confessione assira: dal 1914 in poi, ne furono trucidati rispettivamente 350mila e 275mila. Anche i curdi, da quel momento in poi eterno “fastidio” in seno ai diversi Stati dell’area, furono deportati nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ma il bilancio più pesante fu, appunto, onere degli armeni: all’epoca, due milioni di essi vivevano nei domini dell’Impero Ottomano. Ne fu massacrato circa un milione e mezzo.

Dopo il picco dei massacri hamidiani, il primo atto anti-armeno di rilievo si registra già nel 1909: nel contesto della rivoluzione dei Giovani Turchi, gli armeni dell’Impero supportavano l’avvento del governo laicista contro lo sfavorevole islamismo del sultano che li aveva massacrati negli anni passati. Ciò, unitamente a motivi economici e di intolleranza, fu la scusa per gli ottomani di Adana per condurre alla morte circa 30mila armeni (e 1,5mila assiri). I quartieri armeni furono bruciati e rasi al suolo, i pogrom infiammarono in tutta la provincia: fu il massacro di Adana.

Ma, paradossalmente, fu proprio il governo laicista tanto auspicato a perpetrare infine il genocidio armeno. Già all’avvento della Prima guerra mondiale, gli armeni erano visti in modo sempre maggiore quali nemici dell’Impero: in effetti molti di essi disertarono per unirsi all’esercito russo, andando poi a reclamare per esso territori dell’Armenia ottomana come la città di Van. Essi erano inoltre sostenuti economicamente dagli altri nemici dell’Impero, come la Francia.

morgenthau genocidio armeno

Immagine tratta dall’autobiografia di Henry Morgenthau senior, che mostra i deceduti nel corso delle marce della morte.

Da quel punto in poi, la tragedia ebbe luogo in modo deliberato e brutale. Il genocidio armeno inizia il 24 aprile 1915, con l’arresto dei membri dell’élite armena di Costantinopoli. Notabili, politici, intellettuali, giornalisti e scrittori armeni furono rastrellati a migliaia e deportati verso l’Anatolia, per essere massacrati lì o lungo la strada. Fu Mehmed Talaat Pasha, all’epoca dittatore de facto dell’Impero, ad avere un ruolo chiave nell’ideazione e nella pianificazione del genocidio: egli è ancora oggi ricordato dagli armeni come l’“Hitler turco”.

L’atto proseguì crudelmente, senza limitarsi alla semplice “neutralizzazione” di una fazione avversa: l’inizio delle deportazioni è attribuito al maggiore tedesco Fritz Bronsart von Schellendorf, all’epoca in missione presso gli ottomani per favorire i buoni rapporti con la Prussia. Si trattò di vere e proprie marce della morte: i Giovani Turchi forzarono al cammino 1,2 milioni di persone, che morirono di fame, stenti e malattie durante il tragitto. I sopravvissuti non ebbero sorte migliore. A documentare gli eventi già all’epoca furono diplomatici e giornalisti stranieri. Uno dei più importanti fu Henry Morgenthau senior, ambasciatore statunitense presso l’Impero Ottomano, che ebbe subito chiaro quanto gli stava accadendo davanti:

«Fu la morte nelle sue diverse forme – massacro, inedia, sfinimento – a distruggere la maggior parte dei profughi. La politica turca era quella di sterminio mascherato da deportazione.»

Sebbene il genocidio armeno sia fatto comunemente concidere con il “picco” del biennio 1915-16, la datazione è spesso estesa dagli storici al decennio 1914-23, che per il resto non fu affatto scevro da massacri ai danni di questa popolazione decimata.

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Raphael Lemkin (1900-1959) coniò il termine “genocidio” tenendo in considerazione le tragedie del popolo ebraico e di quello armeno. (Arthur Leipzig/Howard Greenberg Gallery)

SÌ, FU GENOCIDIO – Perfino l’Olocausto ebraico, tragedia di più ampia portata e maggiormente documentata, viene spesso a scontrarsi con un negazionismo dettato da ignoranza, malafede, o entrambe. Non può che esistere, purtroppo, un sentimento simile quando si parla del genocidio armeno. E, proprio come per la Shoah, il negazionismo del genocidio armeno è insensato, pretestuoso e non supportato da fatti.

L’avvocato polacco Raphael Lemkin, che coniò il termine “genocidio”, fu addirittura mosso in questa direzione dopo essere giunto a conoscenza delle tragedie vissute dal popolo armeno. Nella sua autobiografia, egli scrisse a riguardo:

«La sovranità […] non può essere concepita come il diritto di uccidere milioni di persone. […] Da quel momento, le mie preoccupazioni sul massacro degli innocenti divennero più significative. Non conoscevo la risposta, ma sentivo che una qualche legge contro questo tipo di massacro razziale o religioso dovesse essere adottata dal mondo.»

Venuti successivamente alla luce i fatti della Shoah, egli coniò nel 1944 il termine “genocidio” proprio tenendo a mente l’Olocausto degli ebrei e quello degli armeni.

Il termine ebbe subito diffusione massima, dato il contesto storico e l’avviarsi dei Processi di Norimberga: uno dei primi atti delle Nazioni Unite, nel 1946, fu quello di dichiararlo crimine contro l’umanità. Una precisa definizione legale arrivò nel 1948, con l’adozione della Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Essa definisce il genocidio come:

«[…] ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

(a) uccisione di membri del gruppo;
(b)
lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c)
il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d)
misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
(e)
trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.»

La portata e la natura dei crimini commessi contro il popolo armeno non possono, quindi, che configurarsi come un atto di genocidio. Il sentimento anti-armeno e la proporzione delle violenze, unitamente al progetto deliberato di creare uno Stato etnicamente omogeneo, sono fatti storicamente appurati contro i quali non esiste alcun tipo di scusa o minimizzazione possibile.

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Soldati in posa sui teschi nel villaggio armeno di Sheyxalan, nel 1915. (STR/AFP/Getty Images)

LA TURCHIA E GLI ALTRI NEGAZIONISTI – Tuttavia, minimizzare corrisponde proprio alla posizione ufficiale dell’odierna Turchia in merito al genocidio armeno. In oltre un secolo, infatti, lo Stato oggi governato da Recep Tayyip Erdoğan non ha mai riconosciuto la tragedia. Le giustificazioni del Paese sono spesso divergenti e incoerenti fra loro: una, già smentita nella definizione stessa della citata Convenzione, suggerisce per esempio che non si sia trattato di genocidio poiché la maggior parte delle vittime sarebbe morta non per omicidio ma nel corso delle marce; un’altra indicherebbe che, anche qualora questi massacri fossero effettivamente avvenuti, sarebbero stati giustificati dalla minaccia filo-russa costituita all’epoca dagli armeni. C’è perfino chi nega in toto l’azione governativa o il fatto che fosse deliberata.

Oltre che da ragioni di “figura” internazionale, il sentimento negazionista turco è da rilevarsi nella forte identità nazionale che proprio dai Giovani Turchi e dalle loro azioni prende spunto. Nell’ultimo secolo la Turchia è rimasta uno Stato immensamente nazionalista, nonché culturalmente ostile ai propri nemici storici quali armeni, curdi e greci. Ciò è in particolar modo vero oggi, mentre lo Stato di Ankara va sempre più accentrandosi tra le mani del “presidentissimo” Erdoğan: la cultura nazionale, insomma, non si sta certo muovendo verso un ammorbidimento dei toni.

Al di fuori dei confini turchi, sono ben pochi a sostenere che il genocidio armeno non fu tale. Negli anni Ottanta fu la volta dei “69 storici americani”, che invitavano il Congresso statunitense a non adottare una relativa convenzione di condanna. Tra di essi, i più in vista furono Bernard Lewis e Heath Lowry. Alcuni studiosi hanno verificato come gran parte di questi storici beneficiò direttamente o indirettamente i fondi per la ricerca da parte del governo turco.

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Riconoscimento del genocidio armeno nel mondo. (Wikipedia)

Globalmente, il riconoscimento del genocidio armeno non incontra particolari resistenze, se non quelle dettate da ragioni di “moderazione” politica. Se gli studiosi e gli accademici del mondo sono unanimemente concordi nella definizione di genocidio – come anche le Nazioni Unite, la Chiesa Cattolica, l’Unione Europea e altri enti di carattere sovranazionale – sono solo ventinove i Paesi che hanno riconosciuto il fatto ufficialmente, nero su bianco. Lo scarso riconoscimento scritto non corrisponde a un diniego del genocidio, ma al mantenimento di una posizione di neutralità nei confronti della Turchia: membro della Nato, importante per i traffici mediterranei e situata tra Europa e Asia, mantenere buoni rapporti con Ankara fa da sempre gola a molti.

Ipocrisia di fondo? Certamente sì, se non si considera che spesso gli atti “idealistici” dei vari Stati corrispondono alla praticità della ragion politica. Ma il genocidio armeno avvenne, e fu davvero un genocidio: su questo concorda ormai il mondo, al contrario di una Turchia che a dire di no rimane sempre più sola, specialmente rispetto all’Europa.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all’Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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