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Il peggio è infine accaduto, infiammando ancora un Medio Oriente già per nulla sereno. L’ambasciata statunitense in Israele è stata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme, facendo seguito alla decisione presa lo scorso dicembre dall’amministrazione Trump.

Le conseguenti proteste palestinesi hanno portato, negli ultimi giorni, a decine di morti e migliaia di feriti nel solito scontro impari tra pietre e proiettili. Il resto del mondo, temendo una simile evenienza, si era già opposto sei mesi fa alla decisione americana. Ci si potrebbe chiedere, a ragione, perché insistere per operare verso un epilogo così scontato? Era davvero necessario alla politica internazionale americana? E, soprattutto, il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato ebraico è possibile?

Se la risposta alle prime due domande è più articolata, quella alla terza è un deciso “no”.

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Un videomessaggio di Trump ha accompagnato la cerimonia di inaugurazione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. (Abir Sultan/EPA/Shutterstock)

UNA SCELTA PER IL CONSENSO – Sarebbe sbagliato bollare la scelta di Trump come un atto poco ragionato, dettato dall’inesperienza o dalla sfacciataggine attribuibili all’attuale presidente americano.

Si trattava anzi di una mossa prevedibile. Per Donald Trump, spostare l’ambasciata a Gerusalemme non era un punto di prim’ordine nel programma di governo, ma si tratta di una questione estremamente cara a molti dei suoi sostenitori: importante, per il tycoon, mantenere la promessa data, in modo da non perdere ulteriori consensi dopo la serie di scandali generataglisi attorno.

Com’è noto, Israele è il naturale alleato in Medio Oriente nell’immaginario di ogni cittadino americano: lo Stato ebraico è visto come unica vera democrazia dell’area, contrapposto su ogni fronte a un non meglio definito agglomerato di Paesi “arabi”, ostili allo stile di vita yankee ed esportatori di terrorismo.

Questa visione, semplicistica ed errata, non tiene conto della complessa strategia che un Paese come gli Stati Uniti è portato a mantenere nell’area, dando supporto a chiunque possa garantire uno status quo amichevole. Come l’Arabia Saudita, che in questo senso non è affatto un baluardo della democrazia nel mondo. A dirla tutta, non tiene nemmeno conto dei rapporti storici con lo Stato ebraico e con le sue ideologie.

Ma essa è, a ogni modo, una visione radicata e fautrice di consenso interno, in particolar modo tra la destra ultra-conservatrice e i fondamentalisti cristiani. Entrambe le frange hanno il loro peso elettorale all’interno del Partito repubblicano, e ciò che si aspettavano da Trump era proprio una presa di posizione sostanziosa nei confronti della questione Israele. Un breakthrough, insomma, rispetto a un’amministrazione Obama le cui politiche mediorientali potevano apparire al limite del lassismo.

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Il magnate statunitense Sheldon Adelson con il personale amico Benjamin Netanyahu, premier israeliano. (Tess Scheflan)

LE PRESSIONI INTERNE – In sostanza, il sostegno a Israele è un ottimo slogan elettorale (o post-elettorale). È una buona pubblicità che vale certo di più per chi ha particolarmente a cuore la questione, come i conservatori cristiani ed ebrei, ma che è generalmente un punto in più agli occhi di qualsiasi Average Joe. Gli stessi parlamentari di riferimento tengono molto a far bella figura a riguardo col proprio elettorato.

Ma i motivi, ovviamente, non sono dettati da mera ideologia: al di là delle ragioni elettorali e geopolitiche, Israele è anche un ottimo socio d’affari, uno Stato caratterizzato da un’imprenditoria forte e giovane, nuove opportunità di investimento, e un “linguaggio” economico simile a quello usato negli Stati Uniti. Ciò spinge molti colleghi magnati di Trump, schierati più o meno a destra, a sostenere il continuo flusso di contatti e contanti con lo Stato ebraico.

Fra tanti, uno dei più importanti e “insistenti” è certamente Sheldon Adelson, diciannovesimo uomo più ricco del mondo, noto ai più per essere il proprietario di casino e hotel di lusso a Las Vegas. Durante la corsa di Trump per la Casa Bianca, egli donò alla campagna elettorale del newyorkese 20 milioni di dollari, ai quali va aggiunto un altro milione e mezzo di donazione alla convention repubblicana.

Ciò avvenne dopo la promessa esplicita di spostare, in caso di elezione, l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Nell’estate del 2017, quando Trump sembrava aver cambiato idea sul trasloco della sede diplomatica, proprio Adelson sembrò essere il più deluso e arrabbiato tra i finanziatori del neo-presidente.

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La divisione tra Palestina e Israele dai tempi del mandato britannico a oggi. L’utile infografica da cui è tratta l’immagine è disponibile qui. (Column Five)

PER ISRAELE, GERUSALEMME È PRIORITARIA – Come facilmente intuibile, però, le pressioni più intense su Gerusalemme arrivano proprio da Israele stesso: al di là dello stretto rapporto che accomuna i due Paesi da decenni, il beneplacito degli Stati Uniti d’America costituirebbe una manna dal cielo per chiunque.

Lo Stato ebraico tentava da lungo tempo di convincere Washington a un simile passo: oltre ai tentativi di influenza politica diretta e indiretta – come attraverso organizzazioni sioniste e personalità come Adelson – basti pensare che, nel 1989, Israele decise di affittare agli Usa un lotto di terra a Gerusalemme, al costo simbolico di un dollaro per novantanove anni. Un “regalo” scomodo da accettare, che finora sembrava far più piacere al donatore che al ricevente.

Che motivo ha Israele per impegnarsi in modo così esteso, per quella che in superficie può apparire come una piccola vittoria formale? Il motivo è molto semplice: la pressione statunitense scaturita dal riconoscimento di Gerusalemme andrebbe a legittimare le conquiste territoriali operate da Israele nel corso degli ultimi settant’anni.

La ripartizione territoriale prevista ai tempi della fondazione di Israele, con la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite (1947), includeva un territorio ben più ristretto di quello che poi è stato effettivamente acquisito dallo Stato ebraico nel corso del conflitto del 1948, della Guerra dei sei giorni (1967) e delle colonizzazioni successive. Nello specifico, tale ripartizione non includeva affatto Gerusalemme.

Riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, in sostanza, dà una prima legittimazione di quella che attualmente è un’occupazione non riconosciuta dalla comunità internazionale. E che costituisce il motivo, tra l’altro, per cui Israele e Siria sono ancora ufficialmente in guerra dal 1967.

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Manifestanti palestinesi fuggono dal gas lacrimogeno degli israeliani durante le recenti proteste. (Mohammed Abed/AFP/Getty Images)

CONTRO IL DIRITTO INTERNAZIONALE – Poco importa che la Knesset (il Parlamento israeliano) riconosca Gerusalemme quale capitale dello Stato fin dalla Basic Law del 1980. È la stessa Risoluzione 181 – che paradossalmente dà diritto di esistere a Israele – a definire Gerusalemme quale città dall’amministrazione internazionale in qualità del suo status di “culla” di tre grandi religioni.

E la suddivisione etnica della città dà ragione a un simile stato di cose: pur tenendo in conto la massiccia colonizzazione ebraica nel corso del tempo, Gerusalemme è oggi popolata da un 65% di ebrei e un 32% di arabi.

Anche lo Stato di Palestina, dal riconoscimento di per sé difficile e con sede amministrativa a Ramallah, reclama Gerusalemme Est come propria capitale, contribuendo a creare un clima estremamente teso fra le pretese delle due parti e la realtà del diritto internazionale.

Diritto internazionale che, lo si ricorda, prevale sulle leggi nazionali e sulle velleità dei singoli attori politici. In questo senso, l’auspicato riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte di Israele va a inserirsi in un meccanismo che esiste da che esistono i trattati e i conflitti: ossia che la situazione de jure sia differente da quella de facto, ma che quest’ultima sia poi assimilata e riconosciuta per consuetudine.

Nessuno, tranne gli Stati Uniti, sembra voler avere a che fare con un simile polverone: Israele ha rapporti diplomatici con ottantasei Paesi, le cui ambasciate si trovano tutte nella meno controversa Tel Aviv. Solo Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna disponevano finora di entità diplomatiche minori (consolati) a Gerusalemme.

Perfino la Turchia, che sembrava essersi riavvicinata a Israele in funzione anti-siriana, vede ora un nuovo punto di rottura con il “nemico del nemico”, tale da allontanarne i diplomatici dal Paese. E ora è soprattutto il resto della comunità internazionale, che a dicembre aveva rigettato la decisione americana, a doversi pronunciare sulla questione.

Nel corso del conflitto arabo-israeliano, l’efficacia delle Nazioni Unite è spesso apparsa immensamente limitata. Ma, a prescindere dai tempi di formulazione di un giudizio Onu sulla questione, nel frattempo è assolutamente necessario che i singoli Stati si muovano per condannare le violenze in corso, porvi fine, e tentare di spegnere l’incendio in ogni modo possibile.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all’Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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