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Nella settimana che si ricorderà per l’entrata in vigore della GDPR, migliaia di e-mail e avvisi online ci invitano a fare attenzione al consenso informato sulle questioni di dati e privacy. Il Parlamento svedese ne ha invece approfittato per porre l’accento su un altro tipo di consenso: quello sessuale. Mercoledì 23 maggio, infatti, il Riksdag ha approvato una nuova legislazione sullo stupro, che sostituisce la precedente e introduce la necessità di un consenso, fisico o verbale, che deve precedere un rapporto sessuale perché questo non sia da considerarsi stupro.

In un mondo diviso tra un politically correct improntato a strafare e snaturarsi, e la conseguente reazione conservatrice, questa legge non ha tardato a generare accese discussioni. Ma in questo caso non c’è alcuna esagerazione: la legge risponde a un determinato bisogno dello Stato scandinavo, da tempo dibattuto presso l’opinione pubblica, e introduce misure comprensibili e razionali. Vediamo come e perché.

Manifestanti di FATTA davanti al Riksdag, il 7 ottobre 2013. (VICE/Isabelle Minou)

FEMMINE CONTRO MASCHI, CONTRO FEMMINE E MASCHI – Viviamo certamente in tempi strani, e il dibattito sui diritti non ne è affatto immune. Al di là dell’indubbio miglioramento nella parità di genere, di razza e di orientamento sessuale negli ultimi anni, è ben nota l’odierna contrapposizione tra due frange opposte, a loro modo estremiste, che portano tali questioni ai limiti dell’utilità sociale vera e propria, usando principalmente Internet come campo di battaglia.

La prima è quella caratterizzata da un politically correct di ispirazione americana, strettamente di facciata, figlio illegittimo dell’ideologia liberal e costantemente belligerante su questioni di dettaglio, pur nella permanenza concreta di una feroce disparità. Basti pensare alla crociata formale contro la cultural appropriation e l’utilizzo del termine “negro”, mentre la reale condizione dei neri negli Usa rimane segregativa e incontestata. O alle star di Hollywood che si fanno tedofore della torcia del femminismo, pur riuscendo a coesistere professionalmente con personaggi del calibro di Harvey Weinstein.

La fazione opposta, nata quale reazione all’ipocrita formalità della prima, tende spesso a ricordare come la società del benessere vada a crearsi “problemi da primo mondo”, impegnandosi ad aggiungere lettere all’acronimo LGBT, o a inventare nuovi pronomi e declinazioni femminili di termini maschili, ma senza mai sporcarsi le mani, mai uscire dallo status quo per produrre risultati concreti.

Questo opposto dissenso, però, rischia al contempo di diventare sinonimo di regresso e negare quanto di buono è stato fatto dal femminismo, dall’antirazzismo e dall’antiomofobia veri e propri. Tanto che – si potrebbe constatare – essa ha trovato uno sfogo alimentandosi reciprocamente con la recente ondata populista, legandosi ai successi del Trump o del Salvini di turno. E si può ben intuire quanto sia pericoloso confondere la libertà d’espressione con la mancanza di rispetto e di uguaglianza.

Insomma: la normalità sta nel mezzo, ma i toni caldi e rapidi di Internet la rendono spesso un fiore raro e delicato, coperto dal rumore delle opinioni forti e delle sensazioni di pancia che sembrano farla da padrone, dall’uno e dall’altro lato della barricata.

molestie svezia stupro

L’incidenza di molestie sessuali in Europa, dati del 2012 di European Agency for Fundamental Rights. (Statista/The Independent)

LA LEGGE SULLO STUPRO – Nell’ottica di un simile dualismo, è facile comprendere come la nuova legge svedese sullo stupro sia stata accolta da una divisione netta di consensi e critiche. Ai critici, in particolare, la previsione di un consenso preventivo, “fisico o verbale”, a un rapporto sessuale è apparsa come la classica esagerazione neo-femminista.

Si è quindi provveduto a puntare il dito contro l’inutilità del provvedimento, in vigore dal 1 luglio, e contro un certo tipo di pregiudizio che vede necessariamente l’uomo come “predatore”, e vuole fornire alla donna una serie di strumenti che snaturerebbero il comune andazzo dell’incontro tra i due sessi, aggiungendo ipocrisia e burocrazia laddove non ce n’era bisogno.

Nulla di più falso: l’informazione fast food di Internet ha teso a sminuire quella che in realtà è una legge all’avanguardia, in linea con i migliori standard europei. Il famigerato consenso preventivo non è un documento da firmare, e non è certamente un cavillo che possa essere sfruttato a discapito dell’intero genere maschile. Si darebbe per scontato, inoltre, che una legislazione anti-stupro sia volta a proteggere le sole donne, e non anche gli uomini.

Non a caso si parla di “consenso fisico o verbale”: ossia quanto già ci si aspetterebbe – si spera – da qualsiasi tipo di approccio sessuale, in qualsiasi contesto. L’esistenza della legge non nasce da una volontà superflua, forzata di marcare una prepotenza del femminismo, bensì dalla necessità di colmare un vuoto legislativo pesantissimo. Essa serve infatti a coprire tutti quei casi in cui una violenza sessuale non era considerata tale poiché, in situazioni particolari, la vittima non è in grado di opporsi.

Secondo la legislazione preesistente, non sarebbe stato considerato stupro quello su una persona paralizzata dalla paura, fisicamente o verbalmente incapacitata a rispondere. Faceva già eccezione il fattore di incoscienza dato dall’alcool o dalle sostanze stupefacenti, ma questo non era di certo sufficiente a descrivere ogni caso di stupro.

Certamente, si potrebbe obiettare: la codificazione di questo genere di consenso è difficile da dimostrare in tribunale, e potrebbe condurre a quel genere di isteria sociale già presente in alcuni ambienti universitari negli Stati Uniti. Nondimeno, è fondamentale dare una simile garanzia alle vittime di stupro, almeno andando a prevedere l’eventualità del “mancato consenso” nel codice normativo del Paese. La ratio della norma sulla quale i giudici si baseranno, inoltre, trae la propria base proprio da quanto detto e non dall’influenza emotiva del politically correct americano.

stupro svezia fatta

(È) FATTA! Il movimento attivo nel dibattito svedese festeggia così, sul proprio sito, l’approvazione della legge.

IL PROBLEMA SVEDESE – Ma era davvero, questo, un problema così impellente per la tranquilla Svezia? La risposta è ancora sì. Il movimento FATTA (in svedese, “capitelo“) premeva dal 2013 per una legislazione sullo stupro più comprensiva, raccogliendo grandi consensi tra i cittadini. Furono due i casi scatenanti di quell’anno, che crearono forte indignazione nell’opinione pubblica scandinava.

Il primo fu la violenza su una quindicenne da parte di un coetaneo e un diciassettenne: i due erano stati assolti poiché la ragazza non si era formalmente opposta ed era stata dichiarata “capace di intendere”. Sempre ai danni di una quindicenne, il terribile episodio che vide la vittima penetrata con una bottiglia di vino da sei ragazzi, fino a sanguinare; il verdetto fu di simile natura. Entrambi i casi condussero a un infiammato dibattito, culminato con l’approvazione della presente legge.

Oltre a cercare le ragioni nel precedente vuoto normativo, è anche bene tenere a mente che la Svezia abbia un’incidenza piuttosto alta nel numero di violenze sessuali. Non così alta, però, come hanno in passato asserito sia Donald Trump che Nigel Farage, volendo strumentalizzare quei dati per ingigantire il problema di pubblica sicurezza dato dai rifugiati nel Paese. Gli stupri riportati in Svezia appaiono così statisticamente numerosi perché, di norma, la polizia svedese tende a classificare una violenza ripetuta come una serie di singoli casi a sé stanti, aumentando così la quantità di fascicoli giudiziari; un altro motivo sta nel fatto che molti Paesi caratterizzati da una percentuale altissima di stupri all’anno non pubblichino le proprie statistiche in maniera precisa e trasparente come la Svezia.

A ogni modo si tratta di un problema sociale rilevante, come può esserlo in altri Paesi se non di più. Una normativa di questo tipo si rivelerà utile, checché se ne possa dire, e si inserisce alla perfezione in un quadro europeo e mondiale che tende a rinnovarsi non in maniera “ideologicamente” femminista, tanto quanto di precisione, garanzia e giustizia delle proprie regole.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all’Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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