Digita per cercare

Alla fine le elezioni di midterm statunitensi del 6 novembre scorso hanno avuto un esito in linea con quanto concordemente pronosticato da tutti i sondaggi: l’imprevisto che smentisce le previsioni unanimi degli analisti sembra essere rimasto – per ora – un caso confinato all’elezione di Donald Trump nel 2016 (sebbene neanche in quel caso si sia trattato di un fatto del tutto impronosticabile). Infatti, dopo la tornata elettorale con la quale i cittadini americani erano chiamati a rinnovare l’intera Camera dei Rappresentanti (435 seggi) e un terzo dei 100 membri del Senato (35 seggi), i Democratici, forza di opposizione a Trump, hanno strappato ai Repubblicani il controllo della Camera, guadagnando circa una trentina di seggi in più rispetto alla vigilia e superando con buon margine la soglia necessaria per avere la maggioranza (218 seggi).

Non si è però verificata la blue wave, l’ondata blu di consensi  – dal colore associato ai Dem – dalla quale sembrava dovessero essere travolti i Repubblicani; questi ultimi, il partito del Presidente, sono invece riusciti a mantenere il controllo del Senato. Al momento non si può essere più precisi sul numero esatto di seggi delle due forze politiche: alcune sfide, sia per il Congresso sia per i governatori di alcuni Stati, sono infatti ancora ben lungi dall’essere chiuse e in più di un caso si profila all’orizzonte la possibilità di un riconteggio (tra gli stati in questione c’è anche la Florida, peraltro non nuova a simili situazioni).

UN DATO IN LINEA CON LA STORIA – Tuttavia, anche così le tendenze di fondo emerse dalle elezioni di midterm risultano evidenti, ed anzi sembrano confermare il trend storico di questo tipo di consultazioni: quasi mai infatti un Presidente in carica è riuscito, dopo i primi due anni di mandato, a mantenere il controllo di entrambi i rami del Congresso, e quando ciò è successo è stato sempre in concomitanza con contingenze storiche straordinarie. Roosevelt nel 1934 mentre portava avanti il New Deal; Clinton nel 1998 sull’onda del boom economico di metà anni ’90; Bush jr. nel 2002 nelle prime elezioni del post – 11 settembre.

Che Trump adesso si trovi ad avere contro di sé almeno la Camera dei Rappresentanti è dunque un fatto più che fisiologico nel sistema politico-costituzionale americano. Anzi, per quanto possa sembrare paradossale, questo è disegnato per essere perennemente esposto alle tensioni tra Presidente e assemblee parlamentari (anche quando queste ultime siano politicamente affini al primo) e, di conseguenza, ad un continuo processo di trattative tra le due “teste” del potere statunitense (il cosidetto political bargaining), quando non alla vera e propria paralisi dell’azione politica.

midterm camera

La mappa dei risultati alla Camera dei Rappresentanti. (Cnn)

Il fatto poi che le midterm restituiscano maggioranze diverse tra Camera dei Rappresentanti e Senato può, da un certo punto di vista, essere considerato la rappresentazione plastica di un’altra caratteristica di fondo del sistema disegnato dai Padri Fondatori, nato per bilanciare gli interessi degli Stati più popolosi con quelli degli Stati più piccoli: mentre i primi possono contare sul meccanismo che alla Camera assegna un numero di seggi proporzionale al peso demografico di ciascuno, i secondi si vedono garantiti dal fatto che al Senato ogni Stato, dalla California (40.000.000 di abitanti) al Wyoming (580.000 abitanti), ha comunque due senatori.

COME È ANDATA: CONFERME E SCENARI FUTURI – Proviamo adesso ad entrare un po’ più nei dettagli e nei numeri di queste elezioni di midterm. Il primo dato riguarda il voto popolare, dove i Democratici hanno ottenuto oltre 8 punti percentuali più dei Repubblicani, confermando anche in questo caso una tendenza che va avanti da molto tempo e che si era vista anche alle presidenziali del 2016. Analogamente, come si ricava da questa analisi di Youtrend, trova conferma la dicotomia aree urbane-aree rurali, con le prime saldamente democratiche e le seconde altrettanto incrollabilmente repubblicane, ossia quanto già emerso due anni fa nella sfida Clinton-Trump.

Ocasio-Cortez midterm

Alexandria Ocasio-Cortez, uno dei volti simbolo dell’affermazione democratica alla Camera. (Ap)

Alla Camera la vittoria dem di queste midterm è stata possibile anche grazie ad alcuni risultati sorprendenti in distretti considerati invece molto favorevoli – quasi certi – per i repubblicani: da segnalare in particolare la vittoria di Max Rose nell’undicesimo distretto congressuale di New York (il repubblicano Dan Donovan era dato vincente al 4 a 5); quelle di Joe Cunningham nel primo distretto della Carolina del Sud e di Kendra Horn nel quinto distretto dell’Oklahoma.Sempre in questo ramo del Congresso i Democratci hanno schierato una pattuglia di volti nuovi, per la gran parte donne e provenienti da minoranze etniche, che sono riusciti a vincere le sfide nei rispettivi distretti e a segnare una serie di primati nella storia della Camera.

Meritevole di menzione è sicuramente Alexandria Ocasio-Cortez che, con i suoi 29 anni, è la più giovane deputata nella storia americana: di madre portoricana e padre americano, ha stravinto nel suo distretto del Bronx, a New York, portando avanti idee che, dal punto di vista statunitense, possono ben definirsi di sinistra radicale (su tutte il proposito di un’assistenza sanitaria gratuita e universale) e collocandosi pertanto sulla stessa linea di Bernie Sanders, alla cui campagna per le primarie democratiche del 2016 la Ocasio-Cortez aveva attivamente collaborato. Con lei le attuali midterm vedono entrare al Congresso, sempre tra le fila democratiche, anche Rashida Tlaib, prima deputata USA di origini palestinesi, le prime due deputate native americane, Davids e Haaland, elette in Kansas e New Mexico, e le prime due deputate latino-americane del Texas (Escobar e Garcia).

midterm

La mappa dei risultati al Senato. (Cnn)

Quanto al Senato, detto che il GOP conserva la maggioranza, sebbene – lo ripetiamo – non sia ancora possibile fornire numeri certi, vale sicuramente la pena analizzare da vicino la sfida su cui era concentrata l’attenzione di tutti gli osservatori, ovvero quella per il seggio senatoriale del Texas tra l’uscente Ted Cruz e un altro possibile astro nascente del campo democratico, Robert “Beto” O’Rourke. Alla fine, nonostante i più di 70 milioni di dollari di sovvenzioni elettorali ricevute, Beto non ce l’ha fatta e ha perso la sua midterm, sebbene di appena un paio di punti contro l’ex sfidante di Donald Trump nel 2016.

Il significato della sfida era soprattutto simbolico: si giocava infatti tra un repubblicano di origini cubane che tuttavia non ha mai fatto delle sue radici uno strumento per ottenere consenso politico e un democratico che, pur essendo di origini irlandesi, ha scelto per sé un diminutivo spagnolo, puntando al consenso della numerosissima comunità ispanica del Texas. Nato e cresciuto a El Paso, città texana sul confine con il Messico, O’Rourke sembra dunque avere piena consapevolezza di quello che sta diventando e sempre più diventerà il fattore determinante della politica texana e, in prospettiva, di quella statunitense tutta: la crescita demografica e il voto della popolazione americana di origine ispanica.

L’andamento del voto sembra aver confermato le speranze di O’Rourke, anche se con alcuni distinguo che hanno finito per premiare Cruz: dall’analisi di Youtrend citata in precedenza, infatti, emerge che il candidato democratico ha poco sorprendentemente vinto nelle più popolose città dello Stato e nelle contee meridionali al confine con il Messico, dove la presenza ispanica è fortissima e tale da compensare la bassa densità abitativa, fattore solitamente penalizzante per i democratici.

Tuttavia questa presenza non si è mostrata determinante, sostiene l’analisi, sia perché quello dell’avanzata demografica ispanica è un «processo lento» e ancora in divenire, sia perché «a volte, in Europa, si tende a decontestualizzare il tema, pensando che negli States, ovunque, un’alta presenza di cittadini ispanici o di origine ispanica favorisca i democratici». Al contrario, il tema è più sfaccettato e i «dati delle contee del centro nord ben ci raccontano tale elemento: nella contea di Deaf Smith (nord del Texas), la popolazione ispanica rappresenta circa il 70% della popolazione, ma qui Beto ha ottenuto solo il 30% (per quanto si tratti del risultato migliore del nord)».

O'Rourke Cruz midterm

Beto O’Rourke (a sinsitra) e Ted Cruz (a destra), protagonisti di una sfida per il seggio senatoriale del Texas dall’alto valore simbolico (Marjorie Kamys Cotera/Bob Daemmrich)

Sotto certi aspetti queste considerazioni sul caso di Beto O’Rourke aprono la strada ad una riflessione più generale sulle possibili strategie di azione politica dei Democratici, che nonostante l’affermazione alla Camera nelle midterm partiranno comunque da sfidanti alle Presidenziali del 2020. Non solo infatti il partito non ha ancora un leader riconosciuto, sebbene non manchino i possibili aspiranti (dai nuovi O’Rourke e Ocasio-Cortez, ai più rodati Elizabeth Warren, Bernie Sanders e, forse, Joe Biden), ma sembra anche in difficoltà a mettere insieme quella che si potrebbe definire una coalizione sociale realmente competitiva: il solo voto degli ispanici, almeno per il momento, sembra non essere sufficiente, né la vittoria della Ocasio-Cortez offre di per sé buone prospettive, essendo stata conseguita in un distretto urbano e perciò naturalmente portato a votare democratico.

Il vero segmento sociale cui i Democratici devono tornare a parlare pare essere quello della popolazione bianca di origine germanica (per la precisione tedesca più che britannica), e non solo perché è questo il segmento demografico dominante negli Usa, sebbene non per molti anni ancora, ma soprattutto perché è questo il settore della società americana che meglio ha introiettato i valori dell’identità statunitense. Non appare quindi casuale che, con l’eccezione della Florida, i classici swing states delle elezioni presidenziali siano gli Stati del Midwest (Ohio, Iowa, Michigan, Wisconsin) in cui la presenza di questo gruppo etnico è più forte.

COSA SUCCEDE ADESSO –  Visto il sostanziale pareggio consegnato dalle urne delle midterm, il Presidente Trump ora è quella che in gergo si definisce lame duck, “anatra zoppa”, anche se, come si diceva più sopra, questa è in generale la condizione tipica di un Presidente Usa. In ogni caso Trump dovrà necessariamente scendere a compromessi con i democratici, ed è facile immaginare che non avrà vita facile nel farlo. Per di più la Camera ha dei poteri ispettivi che  possono in difficoltà l’Amministrazione, benché paia da escludere la prospettiva di un impeachment,

Per essere più precisi, è probabile che, anche qualora la Camera a maggioranza democratica decida di mettere sotto accusa il Presidente, il che avrebbe comunque un suo valore politico, poi il Senato repubblicano, cui spetta il giudizio, finisca per archiviare il tutto. D’altra parte un Senato repubblicano potrebbe risultare decisivo per confermare diverse possibili nomine presidenziali, come ad esempio quelle dei giudici della Corte Suprema, il cui orientamento conservatore potrebbe pertanto diventare più marcato di quanto già non sia, essendoci attualmente una maggioranza di 5 a 4 per i giudici “repubblicani”.

Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

Tag

Vuoi dire la tua?

Condividi10
Tweet
+1
Pin
Condividi
Condividi10
Tweet
+1
Pin
Condividi