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È innegabile che le elezioni dello scorso 4 marzo abbiano visto l’importante affermazione del Movimento 5 Stelle e della Lega: il primo, guidato da Luigi Di Maio, ha sfondato la soglia del 30% dei suffragi; la seconda, sotto la leadership di Matteo Salvini, ha più che quadruplicato i consensi rispetto alla performance delle elezioni politiche del 2013. In questo contesto, ciò che maggiormente colpisce è il fatto che entrambe le forze politiche hanno raggiunto questo traguardo per mezzo di una sostanziale, quando non radicale, revisione di temi e parole d’ordine caratterizzanti la loro offerta politica. Il che, d’altra parte, può non risultare del tutto sorprendente nell’era in cui le identità dei partiti politici si fanno sempre più liquide.

M5S TRA RIVOLUZIONE E ISTITUZIONALIZZAZIONE – Cominciando con i 5Stelle, un’efficace sintesi del mutamento al quale sono andati incontro l’ha offerta lo stesso Beppe Grillo in un’intervista rilasciata a Repubblica il 18 marzo, a commento del risultato della sua creatura politica: a detta del comico, la forza del Movimento sta nel suo essere «un po’ di destra, un po’ di sinistra» e di sapersi adattare «ad ogni cosa», richiamando in questo la Democrazia Cristiana. Lasciando da parte per un momento il tema dell’adattabilità del Movimento 5 Stelle, indubbiamente fondamentale (basti considerare l’ostentata disponibilità di Di Maio a concludere un accordo di Governo indifferentemente con il Pd o con la Lega), dalla vecchia Balena Bianca i grillini sembrano aver ereditato l’idea dell’ineluttabilità della loro presenza al Governo, la convinzione di essere il sole attorno al quale gli altri partiti, come tanti pianeti, devono inevitabilmente ruotare. E pazienza se a questo proposito una figura tradizionalmente vicina ai pentastellati come lo storico Aldo Giannuli è arrivato a parlare spregiativamente del «governismo», la voglia di andare al potere «a tutti i costi, per la voglia di andare al potere» che, come una malattia, avrebbe contaminato il Movimento 5 Stelle, tradendo con ciò stesso gli ideali di Gianroberto Casaleggio. Quest’ultimo, peraltro, pensava a un ruolo quasi rivoluzionario per la sua creatura politica piuttosto che vederla accomodarsi nelle stanze del potere.

La squadra di governo presentata da Di Maio alla vigilia del voto. (LaPresse)

UNO VALE ANCORA UNO? – Del resto, non è questa la prima occasione in cui la visione teorica dei Cinque Stelle scende in qualche modo a patti con la realtà, mostrando una peculiare configurazione dell’adattabilità di cui si diceva prima: mancando loro una precisa ideologia cui conformarsi, i pentastellati tendono piuttosto a comportarsi, secondo l’immagine del politologo Massimiliano Panarari, come un’«anguilla politica» che «sguscia e si riposiziona» continuamente.

In effetti, già in un precedente articolo si era messa in luce la difficoltà di realizzazione della democrazia diretta predicata alle origini. In fragrante contrasto con il principio dell'”uno vale uno”, si era andata consolidando la gerarchizzazione del Movimento sulla figura di Luigi Di Maio, attorno al quale hanno cominciato a gravitare l’azione e la comunicazione dei grillini, portando il contesto ad assumere le fattezze di un partito personale. Oltre a questa categoria, il Movimento 5 Stelle ne ha per certi versi recuperata un’altra propria del ventennio della Seconda Repubblica, quella del “partito azienda”, che nel loro caso ha preso forma nell’ambiguo rapporto con la Casaleggio Associati, foriero di possibili condizionamenti politici e conflitti di interessi.

Il principio dell'”uno vale uno” sembrerebbe essere stato tradito anche sotto un altro punto di vista: mentre infatti, sempre alle origini, i grillini credevano nella possibilità per chiunque di acquisire le nozioni necessarie a ricoprire un dato incarico semplicemente navigando su Internet e indipendentemente dalla propria formazione, nella recente campagna elettorale è partita – l’immagine è di nuovo di Massimiliano Panarari – una vera e propria caccia agli esperti, numerosissimi nella squadra di governo più tecnica che politica presentata alla vigilia del voto da Di Maio. Quest’ultimo ha peraltro tenuto a qualificare come «super-competenti» i candidati pentastellati nei collegi uninominali previsti dal Rosatellum.

Scheramata d’accesso a Rousseau, la piattaforma i cui iscritti hanno approvato il programma elettorale apparentemente cambiato.

Anche sul versante del programma di governo, i grillini sono stati piuttosto spregiudicati e in un certo senso incuranti degli originari principi di democrazia diretta e trasparenza, almeno se venisse confermata la vicenda portata alla luce dal quotidiano Il Foglio. Secondo il quotidiano, infatti, la versione del programma elettorale attualmente disponibile sul sito del Movimento 5 Stelle, che sarebbe stata inserita nei giorni immediatamente successivi al 4 marzo, è piuttosto diversa da quella esistente a febbraio, quando il programma M5s risultava essere passato attraverso la tradizionale approvazione on-line degli iscritti al Movimento stesso.

I cambiamenti più significativi sarebbero stati apportati alla sezione Esteri e in generale alle prospettive di politica internazionale di un eventuale governo 5 Stelle, principalmente nel senso di un adeguamento filo-atlantista e filo-europeista delle posizioni di forte critica alla NATO e alll’UE che avevano superato il vaglio della “base” pentastellata. Va peraltro rilevato che lo scoop del Foglio è arrivato in concomitanza con la presa di posizione di Di Maio sull’azione militare di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria, giudicata troppo accomodante con i tre paesi protagonisti del raid da parte degli iscritti al Blog delle Stelle.

Da parte sua, il Movimento 5 Stelle ha smentito l’intera vicenda del programma modificato, ma certo il semplice sospetto che qualcosa del genere possa essere accaduto, accanto al mistero su chi (Di Maio in quanto capo politico, Casaleggio jr. come vertice dell’Associazione Rousseau, entrambi di comune accordo?) e per quale ragione lo avrebbe fatto, getta una volta di più serie ombre sulle decantate virtù di trasparenza dei 5Stelle. Sembra quindi aver ragione il direttore del Foglio Claudio Cerasa, quando afferma che in tal modo a vacillare è l’intera retorica sul «cittadino vero ‘sovrano’ e il politico semplice ‘portavoce’».

In ogni caso, questo cambio di posizione sulle tematiche internazionali da parte del Movimento 5 Stelle non è del tutto sorprendente, considerando da un lato la già ricordata mutabilità delle posizioni in qualche modo inscritta nel DNA dei pentastellati, dall’altro il percorso di accreditamento presso le istituzioni politiche e finanziarie internazionali da tempo avviato da Luigi Di Maio in persona, di cui la recente svolta atlantista costituirebbe un ulteriore tassello.

Matteo Salvini presenta il nuovo simbolo della Lega. (LaPresse)

IL LUNGO (E DIFFICILE) VIAGGIO VERSO UNA LEGA NAZIONALE – Venendo alla Lega, la mutazione cui il partito fondato da Umberto Bossi è stato sottoposto da Matteo Salvini non è stata meno radicale di quella vista per i 5Stelle, oltre che particolarmente redditizia in termini di consensi. Il primo aspetto da sottolineare è senza dubbio il restyling del simbolo del partito alla vigilia del voto, a partire dal nome, collocato sopra la tradizionale figura di Alberto da Giussano che porta sullo scudo l’effigie del leone di San Marco. Ma, stavolta, senza il sole delle Alpi e la scritta Padania, sostituita da “Salvini premier”, e non più Lega Nord ma, più semplicemente e significativamente, Lega. Scompare, per inciso, anche il colore verde, a favore di una predominanza di blu che fa molto partito di centrodestra nazionale.

Tutto questo può sembrare banale, ma non lo è affatto, almeno per due motivi: uno più generale di comunicazione politica e uno più legato allo specifico percorso da tempo intrapreso dal partito di Salvini: sul piano generale, quando si vuole trasmettere un messaggio di novità politica non c’è nulla di più semplice e insieme comunicativamente più efficace che cambiare nome e simbolo al proprio partito (e se lo fu nel 1994 per Tony Blair e il suo New Labour, lo è maggior ragione oggi che la commistione tra politica e comunicazione è assoluta); per quanto riguarda poi l’evoluzione politica del partito, il colore blu e soprattutto la scomparsa della parola Nord indicano plasticamente la volontà di Salvini di allargare a sud del Po i consensi (operazione andata a buon fine, peraltro) e trasformare la proposta politica da territoriale in nazionale: insomma, per ricalcare un’analoga mutazione delle parole d’ordine della comunicazione leghista, da “Prima il Nord” a “Prima gli italiani”. E chissà che presto il nome del partito non torni a cambiare, con la nascita di una possibile “Lega Italia”, quel partito unico del centrodestra che potrebbe risultare dal progressivo travaso di voti da Forza Italia alla formazione di Salvini.

Certo, la metamorfosi della Lega nella direzione descritta non è avvenuta senza contraddizioni, come si è visto in occasione dei referendum autonomisti di Lombardia e Veneto dell’ottobre 2017. In quella circostanza Salvini, già proiettato nell’ottica della Lega nazionale, non ha comunque voluto rompere con i governatori leghisti delle due Regioni, Roberto Maroni e Luca Zaia, appoggiando le loro richieste di maggiore autonomia fiscale dallo Stato centrale e dicendosi pronto a concedere, una volta al governo, analoghe opportunità a qualunque Regione, «da Nord a Sud», ne facesse richiesta: un chiaro sforzo di tenere insieme due pulsioni, il vecchio autonomismo e il nuovo nazionalismo, evidentemente non ancora ben amalgamate nel partito rifondato da Salvini. Del resto, l’articolo 1 dello Statuto della Lega dichiara ancora l’indipendenza della Padania quale obiettivo primario del partito.

Per concludere, appare evidente che Movimento 5 Stelle e Lega abbiano tratto profitto da una lunga serie di aggiustamenti delle posizioni originarie, indipendentemente dal fatto che questo sia avvenuto come naturale approdo di un percorso, o per più concreti calcoli di convenienza politica, mentre è certo che tali novità siano state recepite con favore, secondo alcuni acritico, dalla base di entrambe le forze politiche. Eppure, allo stesso tempo, non manca in entrambi i partiti la permanenza di caratteri più tradizionali della politica, recente ma non solo, ugualmente fondamentali per loro affermazione: tra questi vanno almeno ricordati lo strutturarsi del partito “a immagine e somiglianza” del leader (sia che questo sia un tratto genetico, come nel caso della Lega che fu di Bossi, sia che si configuri come radicale novità, come è per il Movimento) e la capacità che i due soggetti politici hanno dimostrato di radicarsi nel territorio e tra gli elettori, anche qui, tuttavia, in senso leaderistico (si pensi, da un lato, ai numerosissimi comizi di campagna elettorale di Salvini e Di Maio, dall’altro alla campagna social della Lega dal titolo “Vinci Salvini”, per molti autentica e decisiva svolta nella comunicazione elettorale leghista).

Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

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