Digita per cercare

Che Matteo Salvini fosse fin dall’inizio il volto mediatico del Governo Lega-5Stelle era un dato evidente a chiunque si interessasse della situazione politica italiana. E tuttavia vale la pena notare come questa evidenza empirica abbia trovato autorevole sanzione scientifica in un’analisi sulla presenza mediatica del Governo, recentemente pubblicata dall’Istituto Cattaneo di Bologna. Infatti, benché l’attenzione dell’istituto di ricerca bolognese si sia concentrata sui soli quotidiani cartacei (ma parliamo comunque di un campione di 4353 articoli, scritti nel periodo dall’11 giugno all’11 luglio), lo studio mostra chiaramente il diverso peso mediatico dei componenti dell’inedita triarchia che guida l’esecutivo italiano.

A dominare, come si accennava, è il leader leghista e Ministro dell’Interno, oltre che Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, cui è stato dedicato in media il 45% degli articoli presi in considerazione, specie in concomitanza con vicende legate all’immigrazione. Più staccati appaiono sia Luigi Di Maio sia Giuseppe Conte: il primo si ferma a una media del 32,7%, con picchi legati a tematiche quali i vitalizi degli ex parlamentari o il cosiddetto “decreto dignità” (argomenti, come si vede, riconducibili rispettivamente a istanze proprie del Movimento 5 Stelle, di cui Di Maio rimane leader politico, e alle funzioni dei dicasteri che gli sono affidati).

Il Presidente del Consiglio, al contrario, sembra subire l’attivismo mediatico dei suoi due vice, essendo presente in appena il 21,5% degli articoli analizzati nello studio, con l’unica significativa punta raggiunta nei giorni del Consiglio Ue di fine giugno. Il che tuttavia, sottolineano i ricercatori dell’Istituto Cattaneo, è piuttosto fisiologico, dal momento che «quando la politica si sposta su un piano internazionale […] i riflettori dei media sono quasi tutti puntati sul capo del governo». Quest’ultimo occupa quindi il centro della scena mediatica solo quando, per così dire, non se ne può proprio fare a meno. Per il resto, il premier Conte appare offuscato dai due leader delle forze di maggioranza.

A primeggiare, in sostanza, è proprio Salvini, in effetti da tempo impegnato in una strategia comunicativa ad ampio raggio, cominciata ben prima delle elezioni del 4 marzo scorso e continuata, con non pochi sussulti per la stabilità dell’azione di governo, in questo primo mese e mezzo di operato.

Salvini Conte Di Maio

Da sinistra verso destra Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini. (La Presse)

LA COMUNICAZIONE TOTALE DI SALVINI – Non appare quindi inutile analizzare più da vicino quella che si potrebbe chiamare, e vedremo a breve perché, la “comunicazione totale” di Salvini. Comuniazione che Edoardo Novelli, docente di Comunicazione politica presso l’Università di Roma Tre, ha definito addirittura «estrema», quasi a sottolinearne il carattere per certi versi bulimico e allo stesso tempo il rischio, nel lungo periodo, di produrre noia e rigetto negli elettori.

Una prima considerazione al riguardo è relativa al doppio ruolo che il leader leghista ha scelto di ricoprire dopo essere approdato al Governo, ossia quello di segretario di un partito politico e al contempo membro dell’esecutivo in quanto Ministro dell’Interno. Si tratta di una scelta pienamente legittima e non soggetta ad alcuna forma di incompatibilità, ma nello stesso tempo criticabile, oltre che sul piano dell’opportunità, anche dal punto di vista della comunicazione. In questo specifico ambito, infatti, la sovrapposizione dei ruoli può portare – e in effetti ha portato nel caso di Salvini – a una sovrapposizione di registri comunicativi tra loro incompatibili nelle linee di fondo, specie su una tematica come l’immigrazione, da tempo al centro della strategia politica e mediatica di Salvini.

Da un lato il registro del leader politico, che, anche non trovandosi più all’opposizione, ha comunque la necessità di tenere viva e mobilitata la propria base di elettori e militanti, sia online (sui social media) che offline (con i più tradizionali comizi); dall’altro il registro comunicativo del Ministro, rappresentante delle istituzioni, che deve affrontare e comunicare situazioni più complesse e stratificate di quanto non appaiano nella comunicazione ideologica, la quale tende naturalmente a una semplificazione dei problemi.

Tuttavia è proprio qui che trova una prima giustificazione l’aggettivo “totale” precedentemente usato: lo spettro dei temi su cui il segretario della Lega ha avuto modo di intervenire è ben più ampio della sola politica migratoria, e ciò ha causato vere e proprie “invasioni di campo” da parte del titolare del Viminale in ambiti formalmente riservati ad altri suoi colleghi ministri, con un modo di fare, anche sul piano comunicativo, forse più da leader di partito che non da membro di un esecutivo, attento all’unità e alla coerenza dell’indirizzo politico del Governo.

Come si evidenzia in un articolo pubblicato da Youtrend, tra il primo e il secondo turno delle ultime elezioni amministrative (10-24 giugno) «Salvini ha toccato una pluralità di tematiche, in ciascuna declinando il proprio messaggio»: tra di esse vengono ricordate «economia (flat tax e congelamento dell’aumento IVA), agricoltura (evento di Coldiretti in piazza con dichiarazioni a favore del Made in Italy), sicurezza (dichiarazioni sull’Aquarius e la dotazione alla polizia di pistole elettriche), problemi idrogeologici (sull’alluvione ad Ancona), equilibri di Governo (riaffermazione dell’alleanza con il M5S), Europa (tensioni con la Francia), sanità (obbligo sui vaccini), demografia (censimento dei rom)».

salvini diretta Facebook

Matteo Salvini poco prima di una diretta Facebook dal tetto della Camera. (Agenzia Dire).

Ancora, la comunicazione di Salvini è totale perché, che agisca da ministro o da leader politico, riesce a essere presente ed efficace su praticamente tutte le piattaforme mediatiche, utilizzando con uguale agio una grande varietà di generi e stili comunicativi. Non solo, infatti, i post e i tweet sui social network, che lo vedono attivo con cadenza praticamente quotidiana, e non solo le dirette Facebook, utilizzate, nel corso del processo di formazione del Governo, per commentarne gli snodi cruciali (addirittura il leader leghista ha introdotto un format tutto suo, quello della diretta dal tetto di Palazzo Montecitorio).

Salvini ha l’accortezza di non trascurare strumenti più tradizionali, quali le interviste, tanto in televisione quanto sui quotidiani, e i comizi in piazza, che si concludono con un bagno di folla e una raffica di selfie, occasioni cruciali per creare empatia con la base dei sostenitori.

Come ha raccontato l’Espresso in un articolo dell’estate 2017 che descriveva proprio simili situazioni, alla fine di un comizio di Salvini, quando arriva il momento della foto con il leader, «le donne gli mettono le mani sulla guancia, sulla pancia, tra i capelli, qualcuna lo bacia all’improvviso senza scampo. Con buona pace di Kantorowicz e dei “due corpi del re”, nell’epoca dei selfie […] non c’è più distinzione tra il corpo fisico e quello politico del capo, il corpo naturale e il corpo mistico. Come in certe tribù, il corpo del Capo è cibo per il suo popolo». Da parte sua il segretario della Lega, si legge nello stesso articolo, riconosce che «è giusto così, ti devono vedere, ti devono toccare…».

LA STRATEGIA DIETRO LA COMUNICAZIONE – Quest’ultimo accenno ai comizi frequentemente pronunciati da Salvini ci permette di allargare lo sguardo sulla solidità della comunicazione del segretario leghista, che, sotto questo punto di vista, ha anche il vantaggio di poter contare su un partito nel senso più tradizionale, novecentesco, del termine: la Lega infatti non è solo la formazione più longeva tra quelle attualmente presenti in Parlamento, essendo nata a fine anni ’80, ma anche uno degli ultimi soggetti politici, se non l’unico, che in Italia può fare affidamento su una base di militanti concreta ed effettivamente stretta intorno al suo leader, oltre che su una classe dirigente di amministratori locali già messa alla prova del governo.

Ma la comunicazione di Salvini appare solida anche perché, indipendentemente da ogni giudizio di merito, è funzionale ad una precisa strategia politica, delineata e perseguita con chiarezza e coerenza e alimentata, per l’appunto, da tutta una serie di “colpi” comunicativi.

Innanzitutto, come già in un precedente articolo, si possono qui evidenziare le due più recenti innovazioni, semplici eppure decisive, apportate dalla gestione Salvini al brand del partito, ovvero il cambio del nome, da Lega Nord a Lega, e il mutamento nella nota cromatica dominante, dal verde al blu. Evidente in entrambi i casi il significato politico di simili mosse comunicative: parlare di Lega e non più di Lega Nord evidenzia la volontà di trasformarsi da partito regionale in partito nazionale; il passaggio dal verde al blu sta ad indicare l’intenzione tanto di abbandonare ogni riferimento alla Padania quanto di collocarsi in un preciso settore dell’arco politico, quello del centrodestra, magari con la speranza di raccogliere l’eredità elettorale di Forza Italia, il cui azzurro, sondaggi alla mano, sembra destinato a sbiadire sempre più di fronte all’intenso blu della nuova Lega.

Il palco di Pontida in attesa di Salvini

Il palco di Pontida 2018 su cui campeggiavano i principali slogan della “nuova” Lega. (Il Giornale di Monza)

In effetti, la “rivoluzione cromatica” apportata da Salvini vanta almeno un illustre precedente, peraltro rivendicato con orgoglio dal segretario leghista. Stiamo parlando di Donald Trump, al cui armamentario comunicativo Salvini ha attinto a piene mani. A tal proposito, basti pensare ai materiali elettorali (manifesti, cartelloni, striscioni, ecc.) che richiamano sotto diversi aspetti la campagna presidenziale di Trump: dal colore di fondo, appunto il blu, al font, allo slogan Prima gli italiani, che non può non richiamare alla mente l’America First del magnate newyorchese.

Anche altre parole-chiave della nuova comunicazione del Carroccio, quali La rivoluzione del buonsenso o Il buonsenso al governo, evocano, per cosi dire, atmosfere trumpiane. Come evidenzia Lorenzo Pregliasco di Youtrend in un’analisi per Agi.it, simili slogan, al pari del Make America Great Again di Trump, richiamano «l’immaginario della “normalità”, della “tranquillità” del “Paese normale” insidiato da minacce esterne e comportamenti devianti interni», un richiamo che rappresenta peraltro «un tratto comune a molta della destra europea».

Ed è proprio alla destra europea, da Marine Le Pen a Viktor Orbán, che Salvini guarda quando – come nell’ultima edizione del raduno di Pontida – parla di una “Lega delle Leghe” da costruire in vista delle prossime elezioni europee del maggio 2019, dai detrattori già ribattezzata “Internazionale fascio-sovranista”: anche in questo caso siamo di fronte ad un claim comunicativo che sottende un preciso progetto politico, del resto chiaramente esplicitato da Salvini: quello, per usare le sue stesse parole, di «abbattere il “muro di Bruxelles”».

 

Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

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