Primarie Usa 2020: cosa sono e come funzionano

Primarie Usa 2020: cosa sono e come funzionano

Sta ormai entrando nel vivo la lunga vigilia delle elezioni presidenziali Usa previste per il 3 novembre del 2020: l’evento chiave di questa fase sono, ovviamente, le elezioni primarie che dovranno decretare i contendenti per la corsa alla Casa Bianca del prossimo anno. Se tra i Repubblicani appare scontata la trionfale riconferma dell’incumbent Donald Trump – difficilmente impensierito dalla sfida lanciatagli da Bill Weld, ex governatore del Massachusetts – tra i Democratici, che avranno il ruolo di sfidanti, la situazione appare politicamente più intricata, nonché piuttosto affollata dal punto di vista numerico.

Su quest’ultimo punto, basti pensare che sono quasi duecento i candidati sulla carta, benché molti meno, appena ventiquattro, siano quelli che hanno una sia pur minima speranza che i media si occupino di loro; venti quelli ammessi ai primi due dibattiti televisivi della fine di giugno, e solo sei, dei quali parleremo, quelli che davvero possono affermare di giocarsi la nomination.

Il sistema delle primarie Usa: cosa sono e come si vota

Prima di vedere nel dettaglio chi sono i front-runner democratici, sarà utile una analisi preliminare su che cosa siano le elezioni primarie negli Usa. Detto, seguendo la definizione del vocabolario online della Treccani, che le elezioni primarie in generale sono quelle consultazioni «nelle quali un partito politico sceglie, in base ai voti degli iscritti, quale suo componente dovrà presentarsi a un qualche tipo di elezioni politiche», il particolare tipo di elezioni primarie che qui ci interessa è, per l’appunto, quello volto alla scelta del candidato Presidente dei partiti politici americani (ma elezioni primarie si tengono anche per la designazione di candidati al Congresso o alla carica di governatore).

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Elettori al voto in New Hampshire: qui ogni quatro anni hanno luogo le prime primarie in senso stretto e una legge dello Stato consente ai soli caucus dell’Iowa di tenersi prima (Allegra Boverman/ Nhpr).

Queste consultazioni si svolgono normalmente in un arco di tempo di 4-5 mesi, tipicamente da febbraio a giugno, nel corso dell’anno elettorale, come viene definito l’anno nel quale sono previste le elezioni per la Casa Bianca (nel nostro caso il 2020). Sul piano tecnico, e a seconda delle disposizioni delle leggi in materia approvate dai singoli Stati dell’Unione, gli elettori possono essere chiamati ad esprimere la propria preferenza (e vedremo per che cosa esattamente la esprimono) secondo due modalità: da un lato le primarie (primaries), con uso del termine “primarie” in un’accezione specifica, quella appunto di particolare modalità di espressione del voto, dall’altro i caucus.

Le primarie in senso stretto

Per quanto riguarda le primarie in senso stretto, queste si svolgono secondo modalità familiari ad un osservatore europeo, con l’elettore che si reca in un seggio appositamente costituito e qui esprime in segreto il proprio voto, ora depositando una scheda in un’urna, ora premendo un bottone in caso di voto elettronico.

Il sistema non è tuttavia privo di peculiarità, in particolare sul piano dell’elettorato attivo, cioè di chi può effettivamente recarsi ai seggi: infatti non solo, come per ogni altra consultazione elettorale negli Usa, è necessario che l’elettore si registri preliminarmente nelle liste elettorali – cosa che ad esempio in Italia avviene automaticamente e d’ufficio al compimento della maggiore età – ma, e questo è un punto che suonerà vagamente familiare, pur con tutte le differenze del caso, a chi ha seguito le varie primarie del Partito Democratico italiano, non è neanche stabilito in maniera univoca se alle primarie di un dato partito possano recarsi i soli elettori che, al momento della registrazione nelle liste elettorali, abbiano dichiarato la propria appartenenza a quello stesso partito.

Da quest’ultimo punto di vista quindi, e in maniera variabile da Stato a Stato, le primarie di un partito potranno essere chiuse, se a votare possono andare solo gli elettori registratisi come affiliati a quel medesimo partito, semiaperte (o semichiuse), quando potranno aggiungersi anche gli elettori registratisi come “indipendenti”, purchè però, qualora le primarie di entrambi i partiti si svolgano in contemporanea, vadano a votare in una sola primaria, e infine aperte, quando alle primarie di un partito, agli affiliati di quel partito e agli indipendenti, possono affiancarsi gli elettori affiliati al partito avversario.

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Un’immagine dai caucus dell’Iowa del 2008: con questa consultazione inizia ogni quattro anni la stagione delle primarie presidenziali. Al proposito gira negli Usa la battuta per cui l’Iowa non è il primo Stato a votare alle primarie perchè è il più importante, ma è il più importante perchè è il primo (Dave Weaver/AP).

I caucus

Con i caucus entriamo invece in un mondo nuovo e inconsueto agli occhi di un europeo. Termine e concetto dall’etimologia e dalla storia poco chiara – secondo Mattia Ferraresi alcuni rintracciano la sua origine nelle usanze indiane di dirimere le controversie, altri lo riconducono a un gruppo di commercianti di Boston che avrebbe inventato un simile processo decisionale – oggi un caucus è sostanzialmente un incontro a livello locale di elettori di un partito che, riunendosi nei luoghi più disparati, dalle scuole alle chiese alle abitazioni private, discutono su quale sia il candidato alla nomination presidenziale migliore per il loro partito.

Tipicamente, i rappresentanti e i sostenitori locali di ciascun candidato parlano agli astanti a favore del loro preferito, e alla fine si vota, e anche qui non mancano lo peculiarità: si può votare per alzata di mano, con buona pace della segretezza del voto, su foglietti di carta ripiegati e inseriti in un’urna artigianale, o ancora, secondo un metodo che risale alla Roma repubblicana, con gli oratori disposti in punti diversi del luogo di riunione e ciascun partecipante che fisicamente si sposta attraverso la stanza per affiancarsi al rappresentante del candidato che intende sostenere.

Il sistema delle primarie Usa: per cosa si vota

Detto come si vota nelle primarie e nei caucus, passiamo a vedere, lo anticipavamo prima, per cosa, o meglio per chi, esattamente votano gli elettori in queste occasioni. Verrebbe spontaneo dire che si vota per il candidato alla nomination presidenziale, ma le cose non stanno esattamente così.

Infatti, proprio come l’elezione del Presidente, anche la scelta del candidato Presidente è, formalmente, un’elezione a doppio livello, indiretta, e in effetti non mancano analogie tra i due sistemi elettorali. In particolare, come nelle elezioni presidenziali gli elettori scelgono, tecnicamente, come si distribuiranno tra i candidati alla Casa Bianca i 538 Grandi Elettori, così nel caso delle primarie i votanti sono chiamati a determinare l’assegnazione a ciascun aspirante candidato dei cosiddetti delegati; come conquistare 270 Grandi Elettori apre le porte del 1600 di Pennsylvania Avenue, così conquistare la metà più uno dei delegati permette di partecipare alla sfida di novembre, per la quale si sarà stati ufficialmente incoronati alla convention del proprio partito che si tiene normalmente tra luglio e agosto.

Il meccanismo dei delegati

I delegati sono membri del partito calcolati in vista della corsa delle primarie in un numero, complessivo e Stato per Stato, stabilito secondo un criterio di proporzionalità rispetto alla popolazione, dell’Unione e di ciascuno Stato (la proporzionalità rispetto alla popolazione dei singoli Stati è un altro elemento in comune con il sistema dei Grandi Elettori: più popoloso lo Stato, maggiore il numero di delegati assegnatogli).

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Il palco della Convention demomocratica del 2016: è in questi eventi che i partiti investono ufficialmente i loro candidati alla Presidenza usciti vittoriosi dalle primarie (Greg E. Mathieson, Sr./REX/Shutterstock).

Concretamente, dunque, in occasione delle votazioni nelle primarie (in senso stretto) e nei caucus, ciascun aspirante candidato si vede assegnato un certo numero di delegati, tra tutti quelli assegnati da un dato Stato, sulla base dei voti riportati nella consultazione. Ma come avviene questa conversione dei suffragi in delegati? Anche qui la situazione è piuttosto variegata, e il discrimine è dato dalle diverse linee guida elaborate in proposito dai due partiti nei singoli Stati: mentre infatti, si legge ancora nel passaggio di Mattia Ferraresi già richiamato, «i democratici propendono per il sistema proporzionale», che cioè assegna un numero di delegati proporzionale alla percentuale di voti riportata da un candidato, purchè questa percentuale non sia inferiore al 15%, «i repubblicani hanno molti stati winner-takes-all », dove cioè basta prendere anche un solo voto in più degli avversari per ottenere tutti i delegati in palio in quegli Stati.

I super-delegati

Un ultimo elemento da tenere in considerazione è quello dei cosiddetti super-delegati: si tratta di membri di punta del partito (ex Presidenti e Vice Presidenti, membri del Congresso, governatori, maggiorenti del partito nei singoli Stati) scelti dal vertice stesso del partito, in modo quindi del tutto indipendente da consultazioni elettorali, affinché in occasione della convention esprimano, dando il loro sostegno ad un candidato piuttosto che a un altro, l’orientamento del partito, il cui bene si suppone tutelino compiendo, in un certo senso, la “scelta migliore”. Dalla legittimazione dall’alto dei super-delegati deriva una differenza sostanziale rispetto ai normali delegati: mentre questi ultimi, appunto in quanto espressione del corpo elettorale, sono almeno tendenzialmente tenuti a sostenere l’aspirante candidato che i votanti alle primarie hanno indicato loro di appoggiare, i super-delegati, citiamo ancora da Ferraresi, «non sono obbligati a dichiarare la propria preferenza e possono cambiare la propria idea in corsa fino alla convention».