Cos’è la “Bestia”, il sistema che suggerisce a Salvini cosa dire

La rete è vasta e infinita, ma lo sono anche i modi per sfruttarla. Ecco come il populismo acquista consenso impiegando attente strategie informatiche.

A pensarci bene, tutto cominciò con una manciata di foto di gatti. Il 7 maggio 2015, alcuni utenti di Facebook organizzarono una protesta “pucciosa” per diffondere amore sulla bacheca virtuale, colma d’odio, di Matteo Salvini. #gattinisusalvini fu un evento di shitposting – come si dice in gergo – di grande successo: 25mila partecipanti sull’evento organizzato via Facebook, probabilmente di più le “reali” presenze. Al di là dei nobili intenti e dei metodi pacifici, però, pochi avrebbero potuto immaginare che le amabili bestiole sarebbero poi mutate ne “la Bestia”, il complesso di sistemi informatici che definisce l’attività social di Matteo Salvini, cogliendo ogni occasione per essere sempre al centro dell’Internet italiano e trasformando ogni genere di opposizione in carburante per la propaganda.

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Luca Morisi. (Formiche.net)

Chi è Luca Morisi

45 anni, originario di Mantova, informatico con una laurea in Filosofia e un passato da docente universitario, è lui il papà de “la Bestia” di Salvini. Nel momento in cui si ritrovò a spulciare immagini di mici sul profilo Facebook del suo capo, Luca Morisi collaborava con il segretario leghista già da un paio d’anni. Difficile affermarlo con certezza, ma quel momento fu forse determinante per dare adeguata direzione alla creazione de “la Bestia”, allora idea embrionale nella mente del team social di Salvini.

La figura di Morisi non ha certo la stessa visibilità mediatica del ministro dell’Interno, anzi: nettamente più defilato rispetto al proprio datore di lavoro, solo di recente Morisi ha avuto il dovuto riconoscimento pubblico quale braccio destro di Salvini. Ma va bene così: d’altra parte, lui è solo l’altoparlante del minareto che trasmette a tutte le ore, in tutte le salse, il messaggio propagandistico della Lega Nord. L’anno dopo aver conosciuto il suo “capitano” su Facebook, nel 2012, iniziò a collaborare con il partito fu-indipendentista collaborando allo sviluppo delle relative infrastrutture telematiche.

Da qualche parte in quegli anni, la scalata di Morisi tra i ranghi della Lega; tra il 2014 e il 2016, stando alla sua aneddotica, la creazione de “la Bestia” e la definitiva ascesa alla destra del Padre Salvini. Al di là dell’implicita ironia, perché voler vedere proprio nell’episodio di #gattinisusalvini una brusca sterzata nella pianificazione mediatica del partito e del personaggio, verso qualcosa di nuovo? Perché quella fu la prima volta in assoluto che il leader leghista sfruttò un’ondata mediatica a lui avversa, per rigirarne i venti e trasformarla in uno tsunami da poter solcare con agilità e potenza. Una lezione molto importante, subito recepita e integrata in quel neonato meccanismo che oggi ci propone, su qualunque schermo e a qualsiasi ora, il volto di Salvini in primo piano su sfondo azzurro.

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Il team de “la Bestia”. (Luca Morisi/Twitter)

Cos’è “la Bestia” di Salvini e Morisi?

Ciò, in realtà, non è dato sapere con certezza. De “la Bestia” si sa che il nome fu coniato dal suddetto team social e dagli alti gerarchi della Lega, per riferirsi al sistema che orienta la propaganda del partito e, in particolare, della figura di Matteo Salvini. Da alcuni media è stato impropriamente definito come un algoritmo, qualcosa di strettamente automatico; ma, in realtà, è lecito ritenere che “la Bestia” della squadra di Salvini sia un insieme di lavoro umano e utilizzo appropriato delle nuove tecnologie. Il che, certamente, include un certo numero di appositi algoritmi e software.

Ovviamente, nessuno da parte leghista svela le proprie carte. Gli stessi Morisi e Salvini spesso minimizzano l’incidenza de “la Bestia”, riducendo il tutto al grande talento carismatico del leader populista. Che da solo, però, non può di certo bastare. A ipotizzare qualcosa di più sul funzionamento del sistema è stato Alessandro Orlowski, hacker e spin doctor digitale, in un’intervista rilasciata a Rolling Stone Italia nel luglio 2018. Orlowski fa lo stesso mestiere di Morisi e di altre, simili figure oggi sul libro paga dei partiti di tutto il mondo.

La presenza web è un pallino tanto necessario per ogni figura bisognosa di visibilità, quanto spesso di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, specialmente se non nativi digitali. Da qui la necessità di spin doctor, esperti che gestiscano non solo – come da Lee, a Lippman, a Campbell – la pubblica apparizione o la cura di immagine e discorsi, ma la stessa essenza virtuale di un personaggio. In Rete, più che nella realtà, è più facile mostrarsi a tutto tondo come il genere di persona che si vuole apparire (anche quando si passa dall’ala comunista, pro-cannabis e anti-italiana dei Giovani Padani al versante opposto della scacchiera).

Quel genere di persona, nel caso di un politico, deve incarnarsi in un avatar della fiducia, il leader che la gente brama ardentemente per risolvere i propri problemi. Come presentarsi così con il minimo rischio di fallimento? Attraverso una pratica comunemente detta sentiment analysis, che nel concreto si traduce in un monitoraggio continuo di Internet alla ricerca delle corde giuste da toccare per fare leva su cuore e mente degli utenti. Alla stregua di Madmen cibernetici, si potrebbe banalizzare e riassumere immaginando psicologia, informatica e statistica tutte unite a scopo pubblicitario.

Ottenere previsioni azzeccate non è difficile come sembra: viviamo nell’epoca dei big data e del machine learning – termini spesso usati a caso – ed episodi come quello di Cambridge Analytica e, più in generale, la capacità predittiva sul nostro comportamento da parte dei social network danno ampia letteratura sui riscontri positivi di un sistema così ben oliato. Orlowski sembra in grado di dare qualche delucidazione sui dati utili allo scopo:

«All’inizio si trattava di un semplice tool di monitoraggio e sentiment. Poi si è raffinato, con l’analisi dei post di Facebook e Twitter e la sinergia con la mailing list. […] Diciamo che a livello di dati non buttano via nulla: tutto viene analizzato per stabilire la strategia futura, assieme alla società di sondaggi SWG e a Voices From the Blogs (azienda di Big Data Analysis, ndr). I loro report, su tutti quelli del professore Enzo Risso, sono analizzati attentamente dal team della Lega, composto da Iva Garibaldi, Alessandro Panza, Giancarlo Giorgetti, Alessio Colzani, Armando Siri e altri.»

Tutto fa brodo a un solo scopo: creare l’analisi corretta sul “sentimento” del Paese reale, per poter tirare fuori l’ansia, l’aggressività e la rabbia della gente e porsi immediatamente come il barlume di salvezza in un mondo altrimenti avvolto dall’oscurità. Per riuscirci, è fondamentale arrivare per primi e i dati servono a questo: arrivare per secondi su una notizia, sostiene Morisi«è come uscire su un giornale tre giorni dopo».

Per riassumere: arrivare primi, arrivare sempre, incarnarsi nella soluzione a una polemica tirata su artificiosamente da un’ombra già presente nell’animo del pubblico. Il tutto rigorosamente eliminando l’intermediazione, con un contatto direttamente rivolto al pubblico. E poi vincere consensi, fidelizzarli, canalizzare nel proprio seguito anche le urla degli oppositori, fin da principio costretti a lottare su un terreno a loro ostile. Finché il popolo non desidera altro che “Salvini”.

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Alessandro Di Battista, Beppe Grillo e Luigi Di Maio. (ANSA/Alessandro Di Meo)

La guerra invisibile della politica 2.0

Da che esistono i social network, sussistono anche metodi per esporsi e mantenersi in vista su di essi. C’è chi vi ha basato il proprio successo, e la regola sembra essere sempre e solo una: che se ne parli, bene o male, purché se ne parli. Basti pensare a Chiara Ferragni: tutti la conoscono e sembrano sapere ogni dettaglio della sua esistenza, ma (relativamente) pochi si saranno mai interessati al fashion blogging. Ben più facile mantenersi sulla cresta dell’onda con controversie appositamente costruite, come l’acqua “griffata” a otto euro, il parto più capitalizzato della storia contemporanea, o gli schiaffi alla miseria sotto forma di feste a tema supermercato.

Per un partito o un personaggio politico, si potrebbe pensare che il succo sia leggermente diverso: l’immagine da dare non può essere in minima parte negativa, non è ammissibile presentarsi come il cattivo esempio. Ma, per natura stessa dei social e degli algoritmi che ne gestiscono i contenuti, la linea non è più tanto chiaramente tracciabile. E, sicuramente, l’esagerazione e il rodomontismo risaltano magnificamente anche in presenza di feedback negativo. Basta che siano già state predisposte reti per poterlo mettere a tacere e trasformarlo in qualcos’altro. Per questo è importante arrivare per primi sul sentimento e sulla notizia (o essere capaci di crearla ad hoc).

Ecco perché #gattinisusalvini: perché sì, la “pucciosa protesta” sarà diventata virale, ma assieme a essa lo è diventato anche Salvini. Oggi il ministro dell’Interno è il politico più amato d’Italia e più seguito d’Europa, ma è anche uno dei più criticati e controversi. Per l’appunto, non è un controsenso: più l’opposizione è intensa, più fornisce carburante che fa scalare le classifiche dei trending topic di Internet tanto a Matteo Salvini, quanto agli argomenti da lui proposti. Non importa quanto montati ad arte essi siano. Non passa giorno senza che Salvini scateni questa o quella polemica, ma ognuna di esse è combattuta sul terreno predisposto in anticipo dagli adepti de “la Bestia”. E i media tradizionali, seppur imparziali, sono spesso miopi nell’alimentare questa tendenza anche al di fuori dei social, intenti come sono a mantenere vivo un settore in sfacelo a suon di clic e articoli virali.

A onor del vero, è una tattica della quale in Italia Salvini e Morisi non sono certo i precursori: sulla sentiment analysis della Rete si è strutturato il successo del Movimento Cinque Stelle, come era stato progettato dall’ormai defunto Gianroberto Casaleggio (lo si ricorda, anch’egli a capo di un’azienda di consulenza informatica). “La Bestia”, però, è stata un perfezionamento del sistema grillino: l’attività social del M5S, a tutt’oggi, non sfrutta il moto d’onda dell’opposizione come fa Salvini: tende invece a censurarla e boicottarne l’essenza. Funziona, ha funzionato, ma è meno efficace.

A Casaleggio e Grillo va anche il primato nell’utilizzo, in Italia, di metodi che aumentino la visibilità a discapito di quella altrui, anche quando non si inizia una schermaglia su terreno favorevole. Quando si scatena la periodica polemica, priorità dei politici a Cinque Stelle (come di Salvini) è quella di privare gli avversari della visibilità. Non si riprende direttamente un post di Renzi o Berlusconi: tutt’al più si crea una schermata e si pubblica quella. Il nuovo post diventa così il contenuto originale vero e proprio, generando condivisioni; si rende il post avversario “muto”, poiché una schermata non contiene testo di cui possano nutrirsi gli algoritmi dei social.

Si pensi anche ai soprannomi di leader e partiti avversari creati da Grillo: quella che parrebbe essere una puerile esternazione da ex comico, inadatta al contesto politico, è in realtà una strategia raffinata dalla Casaleggio Associati e volta allo stesso scopo. Il fatto che sia scritto su Internet “zombie” o “il bomba”, per dirne un paio, non va certo a ingrossare la popolarità virtuale del “Partito Democratico” o di “Matteo Renzi”, quando possibile mai citati direttamente. Si dà in pasto al sistema ciò che esso gradisce di più, facendo in modo di trarne un vantaggio. E, degli avversari in questione, si può dire che forse nessuno abbia ancora imparato a difendersi da questo genere di stratagemmi.

Anzi: gli analisti di mezzo mondo continuano a chiedersi come abbia fatto Donald Trump a vincere negli Stati Uniti, e quanto sia stato rilevante l’apporto dell’alt-right o del contenuto memetico proveniente da Internet. La ragione, in realtà, è la stessa: si è continuamente parlato di Trump, e gli è stato dato abbastanza risalto – in negativo? Ininfluente – perché le sue ragioni potessero sovrastare in visibilità quelle degli avversari. Attraverso lo stesso rapporto disintermediato che lega Salvini alla propria base elettorale, si è fatto in modo di poter instaurare un legame tra il pubblico e il delirante account Twitter del tycoon newyorchese.

Cos’altro hanno in comune Trump e Salvini? I legami con la Russia, che questo genere di guerra ibrida l’ha inventato e continua a combatterlo da vera leader mondiale, in tutti i modi possibili. Vladimir Putin e soci conducono oggi la propaganda più moderna di tutte, associando il controllo di media tradizionali a nuovi canali rivolti all’estero (Russia TodaySputnik) e versioni locali e più avanzate de “la Bestia” di Salvini, corredate da botnet (eserciti di account falsi) che non solo confermano l’andazzo dei trending topic, ma lo influenzano artificialmente.

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Matteo Salvini e Vladimir Putin. (Sputnik/Aleksey Nikolsky)

Come si uccide una bestia?

Si può pensare che quello di Salvini, Trump e Putin sia il metodo vincente per fare propaganda politica nel terzo millennio, ma è impossibile non chiedersi quale sia il punto di saturazione del sistema. Tanto di quello virtuale, quanto di quello sociale. Da un lato, gli algoritmi dei social network non sono un punto fermo e immutabile del mondo: qualcosa potrebbe cambiare da un giorno all’altro, rendendo vani anni di ricerca e strategia che su di essi si basa. Dall’altro, man mano che questi meccanismi diventano conoscenza comune, sarebbe lecito attendersi che l’opinione generata sui social network vada costantemente perdendo di valore più si allontana dalla realtà. Come, ad esempio, nel caso di quei recenti poster elettorali di Giorgia Meloni corredati da troppo zelo nell’uso di Photoshop: tutti i manifesti elettorali sono fotoritoccati, ma il pubblico sa riconoscere l’eccesso.

Potrebbero volerci decenni prima che tutto questo accada. Nel frattempo, come si uccide “la Bestia” di Salvini? Combattendola sul suo stesso terreno e con un’infinità di truppe. Più difficile a farsi che a dirsi, quindi, ma unica via possibile. Chissà che inventarsi un soprannome anti-algoritmo per il leader leghista, smettere di condividere direttamente i suoi post, anche a scopo critico – pur senza uccidere il dibattito politico – e ignorare le quotidiane provocazioni non contribuisca a decretare in anticipo la fine de “la Bestia”.

Valerio Bastianellihttps://buntekuh.it
Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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