L’economia cinese, dalla crescita al lento declino

Stando a quanto si apprende giornalmente, il mostro d’Oriente sembra sempre più minaccioso e capace di influenzare e conquistare il resto del mondo. La Cina è vicina – la sua prepotente economia di più. Ma è tutto vero? La Repubblica Popolare di Xi Jinping è davvero una macchina inarrestabile, per la quale le comuni regole del mercato non valgono? Non proprio: se negli ultimi anni la Cina ha vissuto una crescita ineguagliata, un simile stato di cose non può durare in eterno.

Capitalismo con caratteristiche cinesi

All’inizio degli anni Novanta, il magnate e proprietario di Sky Rupert Murdoch iniziò un ingente investimento in terra cinese. Dopo il ritiro di Deng Xiaoping, che al Paese aveva assicurato la produttività (e qualche carro armato nel centro di Pechino), era stato il turno di Jiang Zemin, che invece cercò di donare alla Cina i rapporti commerciali e la politica estera.

Ma come: l’economia pianificata comunista e il liberismo di mercato non si escludono a vicenda? Forse sì, ma ci si fanno bei soldi. Nel 1997, in base agli accordi internazionali, Hong Kong tornò a Pechino dopo decenni di protettorato britannico. Lo stesso avvenne per Macao nel 1999. Si trattava (e si tratta) di realtà ultracapitalistiche, quasi favorite in tal senso nel loro status speciale di città-stato. Per l’occasione – come avviene in Cina quando è necessario dare una nuova “filosofia” che giustifichi le decisioni in economia – si coniò l’espressione “un Paese, due sistemi”.

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Hong Kong di notte. (Wikimedia Commons)

Insomma: la Cina puntava ad aprirsi alla penetrazione estera senza pregiudicare l’ideologia che manteneva vivo e vegeto l’apparato di potere soprastante. Tornando a Murdoch, questi fece carte false per potersi assicurare un trattamento privilegiato per la costituzione di un “campo base” in Cina: finanziamento dell’emittente statale Phoenix di Hong Kong, favori a membri del governo, sorrisoni, strette di mano e banconote che volano. Un’enorme spesa di tempo e denaro, che – si pensava – avrebbe fruttato nel lungo corso.

Ma l’investimento di Murdoch si risolse in un nulla di fatto. Perché? È la via cinese al capitalismo, baby. Uno Stato che ancora oggi, dopo trent’anni di liberalizzazioni e una gestione Xi che sa più di turbocapitalismo che non di austero comunismo, è comunque una dittatura. E le dittature non mollano così, come se niente fosse, il controllo totale su alcuni settori chiave. Uno dei quali è quello di Rupert Murdoch, ossia i media. Si può ben immaginare gli xie-xie di ringraziamento rivolti dai cinesi al tycoon australiano, salvo poi fare spallucce pochi minuti dopo.

Ma è così che funziona: la Cina è e continua a essere un Paese caratterizzato da una profonda contraddizione, quella di un governo autoritario, oppressivo e “partecipativo” dell’economia, accompagnato da un liberismo così estremizzato da non comparire nemmeno negli incubi di un texano dopo un’indigestione da McDonald’s.

L’espansione cinese e il falso mito del Pil

Contraddizione che sia, agli occhi del mondo il dualismo cinese sembra funzionare. O, per meglio dire, funziona: gli stilemi statali dittatoriali hanno finora consentito di associare una produttività a livelli sovietici, caratterizzata dalla manodopera a basso costo in barba agli standard sindacali e ambientali, a una penetrazione commerciale estera in outsourcing che è diventata in un certo senso un marchio di fabbrica stereotipico – quello del “Made in China”.

Con questa ricetta per il successo, la Cina sembra essere dotata di una crescita inarrestabile: la forza di Xi Jinping e soci è stata convertire la stessa in un piano per il futuro. Oggi è la Cina che investe all’estero, sfruttando quanto acquisito nel tempo – sia in denaro che infrastrutture – e specialmente per mano dei suoi grandi imprenditori come Jack Ma di Alibaba e Ma Huateng di Tencent. In ognuna di queste super aziende, si trova sempre la longa manu dello Stato. Questo perché l’attenzione prestata dall’assetto burocratico cinese all’espansione economica, nonostante la facciata liberista, è sempre totale.

Il risultato è noto: la Repubblica Popolare Cinese è oggi tra i Paesi più forti del mondo, non solo sul piano commerciale. La crescita tumorale delle megalopoli, caotica e distopica, ha portato la Cina in cima alle classifiche dello sviluppo infrastrutturale, quantomeno nell’est del Paese. Di pari passo la crescita tecnologica e militare, che vede oggi la Cina sulla Luna e sul punto di sviluppare un fantascientifico cannone “al plasma”, dalla gittata di 100 Km, rispetto al quale anche gli Stati Uniti sono indietro.

E poi, soprattutto, l'”assicurazione per il futuro”, cioè la colonizzazione dell’Africa. Non è un segreto che la Cina stia investendo enormemente nel continente nero, supportando governi d’ogni dove sotto il Sahara; tanto per acquisire a buon prezzo le materie prime per la propria industria, tanto a scopo di influenza geopolitica sull’area. È un colonialismo dal volto più amichevole di quello occidentale – prima militare e poi di predominio economico – e i risultati, che avranno risvolti a medio-lungo termine, vedono già le prime scuole in Kenya dove si studia cinese come seconda lingua.

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Il ribasso nella crescita del Pil nelle statistiche ufficiali cinesi. (Nikkei)

Eppure non è tutto oro quello che luccica: al di là del blando effetto dei recenti dazi voluti da Donald Trump, è un fatto che la crescita dell’economia in Cina sia in calo. In primo luogo, è possibile affermare come già i precedenti dati non fossero del tutto affidabili: il Pil cinese, noto ai più come un numero altissimo e ineguagliabile, potrebbe non essere ciò che si credeva.

Lo stato dell’economia cinese non è sempre direttamente misurabile dall’esterno: il controllo statale non permette ogni necessaria valutazione a riguardo. Le canoniche agenzie di rating di Wall Street sono presenti nel Paese, ma hanno un comportamento “servile” per evitare di esserne cacciate e le loro stime sono spesso più rosee del previsto. Il maggior indicatore sulla crescita del Paese è data dall’attività degli hedge fund, per i quali è di fondamentale rilevanza sapere con precisione istantanea quando comprare e quando vendere. E si tratta, a tutti gli effetti, di un indicatore indiretto.

All’esame dei fatti, il deducibile e il calcolabile raccontano una storia diversa da quella della corazzata inarrestabile. Una storia che priva dell’alone di sorpresa il recente calo nella crescita, iniziato in autunno: gli aumenti di stipendio lasciano spazio ai licenziamenti, le esportazioni e le importazioni sono in calo. Donald Trump potrà cercare di prendersi il merito del rallentamento dell’economia di Cina, ma in realtà sono le prime avvisaglie del naturale blocco di uno Stato che, una volta messosi a correre, si è dimenticato di continuare a respirare.

È pur vero, comunque, che il surplus di scambio della Cina, che preoccupa Trump, sia attualmente altissimo: ciò è generalmente considerato un segnale positivo, addirittura in passato riequilibrato da Pechino per non essere eccessivamente elevato. Ma, ultimamente, numerose aziende del Paese hanno aumentato a dismisura la propria produzione per bruciare sul tempo l’entrata in vigore dei dazi americani, vale a dire mietere quel che si può prima che arrivi la carestia. Non è una mossa saggia, però: gli effetti collaterali includono la saturazione del mercato, l’abbassamento dei valori delle merci e non solo la paradossale diminuzione delle esportazioni, ma anche quella delle importazioni. E questo, di converso, è un male per l’Europa e per l’America.

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Smog a Pechino. (PSU.edu)

Bloccati in un’area grigia tra pubblico e privato

La Cina è, in un certo senso, un’economia sotto steroidi. Le sostanze eccitanti sono pompate nel sangue direttamente dal governo, specialmente per quanto riguarda i citati settori chiave. Le implicazioni di una simile politica economica sono numerose e complicate, ma, anche a volerla fare davvero breve, il risultato è uno solo: debito pubblico. All’indomani della crisi del 2008, la Cina ha speso il 12,5% del proprio Pil per far carburare la propria economia.

Finora le cose sono andate egregiamente: la crescita è stata enorme e il rapporto tra debito e Pil è rimasto sempre relativamente basso: l’errore sarebbe, adesso, trascurarne il costante aumento. La politica di Pechino, forse mai considerata davvero sostenibile, sta effettivamente dimostrando di non esserlo. Già nel 2017 il Fondo Monetario Internazionale metteva in guardia Xi e compagni, preoccupato dai rischi a lungo termine in tal senso. Inoltre, un simile assetto soffoca l’emergere di quelle variabili che davvero potrebbero garantire una stabilizzazione dell’economia, come l’iniziativa imprenditoriale “dal basso”, una maggiore attenzione al mercato interno della Cina e la differenziazione degli investimenti volta a riequilibrare le priorità fra i settori.

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Nonostante le aperture di Xi Jinping nel 2015, il controllo statale nei settori “non chiave” rimane stabile attorno al 15%. (Financial Times)

Infatti, se la Cina cresce enormemente in certi campi, è pur vero che altri siano sulla buona strada per essere completamente annichiliti tanto dalla crescita del debito e delle tasse, quanto dalle scarse possibilità concorrenziali. Sono le aziende a cui non sono stati dati steroidi, per intenderci. Il Paese, per legge, differenzia tra i settori “chiave”, “pilastro” e “normali”, nei quali la gestione statale deve essere totale, presente o meno.

Nel tentativo di stimolare l’economia dal basso e ridurre la spesa costante di capitale pubblico, nel 2015 Xi ha optato per una possibilità di riduzione della presenza statale nei settori di bassa priorità. Ciò non ha portato alle conseguenze sperate: il settore “normale” fatica ugualmente a crescere, frustrato dalle variabili già descritte e dalla carenza di un reale mercato interno quando non vi sia sopra il marchio statale.

La soluzione prevalente sembra essere un taglio fiscale da far sembrare Reagan un pivello, e che è attualmente previsto in una stratosferica misura pari all’1% del Pil. Ma può bastare a far riprendere la Cina – e, in un certo senso, costituire un ulteriore e non trascurabile passaggio verso il “puro” liberismo? Probabilmente no: i fondi statali sono ancora la linfa vitale dell’economia del Paese, e la Cina deve affrontare altri problemi che giacciono da tempo latenti nelle pieghe del suo tessuto socio-economico. In particolar modo quelli derivanti da una forza-lavoro che diminuisce nei numeri e nella capacità d’acquisto.

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“Nuova” Ordos, o Kangbashi, nell’entroterra cinese, è forse la più grande città fantasma del mondo. Ricca di giacimenti minerari quanto di siccità, è stata tenuta artificialmente in vita da Pechino e ricostruita da zero in dieci anni. Il successo del progetto era stato ampiamente sopravvalutato. (Titan Top List)

Meno persone, che lavorano e spendono meno

È vero, la Cina è ancora il Paese più popoloso del mondo, con un miliardo e mezzo circa di abitanti, ma anche in questo contesto si sta verificando una brusca frenata. Decenni di politiche sul figlio unico – e, poi, sui due figli – si fanno sentire: negli anni Sessanta e Settanta, il ritmo di crescita della popolazione cinese raggiungeva quasi il 2% all’anno; oggi lo stesso tasso è di appena lo 0,3%. Secondo le proiezioni, è addirittura destinato a invertirsi e portare a una contrazione che farebbe diminuire il numero assoluto di cinesi dal 2028 circa. Ciò non avviene dalle grandi carestie dell’epoca maoista.

I risvolti pratici sono abbastanza ovvi: la popolazione invecchia e già dal 2012 le aziende dispongono di meno forza-lavoro, mai richiesta quanto in un’economia in continua espansione – e dai tassi produttivi abnormi – come quella della Cina. L’investimento in fixed assets, tipico della crescita costante, ha sempre costituito gran parte del boom cinese; questo è calato dall’82% al 71% del Pil solo dal 2016 al 2018, e il declino pare destinato a proseguire. Le fabbriche cinesi lavorano a metà della propria capacità, e un ufficio su cinque è vuoto.

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Il tasso di crescita della popolazione cinese. (New York Times/U.S. Census International Data Base)

Se, come si diceva, la ricetta statale sembra essere quella di diminuire progressivamente l’investimento pubblico, per dare vita a un grande, recintato parco giochi dove l’imprenditoria possa sbocciare e crescere in relativa libertà, in quel momento entrano in gioco le comuni leggi del mercato a remare contro. L’immagine dell'”operaio cinese”, abituato a turni di diciotto ore per stipendi da fame, è sicuramente reale e non sta passando di moda, per così dire. Ma qualcosa sta cambiando: la forza-lavoro cinese, invecchiando, diminuisce nel numero e diventa meno competitiva. E il numero è da sempre la vera forza della Cina.

I recenti aumenti degli stipendi, conseguenza dell’espansione, si stanno dimostrando insostenibili – a maggior ragione quando viene a mancare l’investimento pubblico – e, in Cina, manca ciò che nel resto dei Paesi capitalisti si trova sull’altro ago della bilancia per equilibrare la situazione: la capacità d’acquisto.

La maggioranza dei cinesi non può infatti “permettersi” i prodotti dell’economia della Cina. Il mercato interno, se così si può chiamare, può andare solo in contrazione nel momento in cui lo Stato cerca di chiudere il rubinetto delle spese pazze ed evitare, in un futuro lontano, il crac finanziario. Anche l’aumento salariale, insufficiente ma comunque insostenibile, è stato effetto degli steroidi e manca in maniera assoluta un equilibrio tra la produzione e il consumo, tra l’interno e l’estero, tra la domanda e l’offerta.

Può sembrare che un ragionamento escluda l’altro, è vero, ma i tenori di vita in Cina e in Occidente sono molto diversi tra loro, in particolare con una marcata differenza tra campagna e città, e con una diseguaglianza sociale che dagli anni Settanta è cresciuta a dismisura, tra poverissimi e super miliardari, con tutte le controindicazioni del caso: lo stipendio annuale in un paese rurale (14mila yuan, circa 1850 euro) equivale al prezzo di un solo metro quadro di appartamento in città. Il che, per uno stato che si definisce “comunista”, è forse la contraddizione più grande di tutte.

Valerio Bastianellihttps://buntekuh.it
Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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