Vent’anni dopo, Fight Club è ancora il manifesto di una generazione?

Nel 1999, Fight Club irrompeva nei cinema americani per descrivere il dramma spirituale dell'uomo globalizzato. È una storia ancora valida per i nostri tempi?

Attenzione: l’articolo che segue contiene spoiler su Fight Club.

Il 15 ottobre 1999, circa un mese dopo la sua presentazione a Venezia, Fight Club veniva trasmesso per la prima volta nelle sale statunitensi. La fine di quella proiezione, marcata da un estemporaneo quanto iconico pene a tutto schermo, diede vita al manifesto di un’intera generazione.

Fu il sunto di un insaziabile appetito non materiale, ma spirituale, figlio di una decadenza interna alla società del benessere. L’adattamento del romanzo di Chuck Palahniuk concretizzò, assieme a Matrix, una sorta di Bibbia non scritta per guidare le anime nell’era del consumismo, delle multinazionali, dell’economia globalizzata.

Piaccia o no, Fight Club gode di un posto d’onore tra i film fondamentali dei nostri tempi, sebbene in realtà dei “nostri tempi” non si tratti più: sono passati due decenni e il mondo è molto, molto diverso. Ha senso credere che Fight Club sia ancora oggi l’oscuro, imbarazzante specchio della nostra società e dei suoi bisogni più intimi?

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Brad Pitt (Tyler Durden) ed Edward Norton (“Jack”, l’anonimo Narratore) nel film di David Fincher (1999). (20th Century Fox)

Il lascito di Fight Club

A dire il vero, Fight Club non si rivelò subito per quel grande classico che oggi si ricorda: il 1999 fu un’annata felice per Hollywood, forse addirittura l’apice dell’era antecedente le epopee Marvel e la remake mania di oggi. Fu l’anno – come si diceva – di Matrix, ma anche di Magnolia, di Notting Hill e Il sesto senso. Con la concorrenza di un tale fior fiore di pellicole, il film di David Fincher riuscì ad aggrapparsi con le unghie alle casse dei botteghini, quel tanto che bastava per non far scoppiare in lacrime i produttori, ma fu solo in seguito che acquisì vero e proprio status di culto.

Al di là di come fosse orientato l’hype del momento, Fight Club divise la critica già a Venezia, dando vita a quell’assioma che appare vero ancora oggi: è un film che si ama o si odia, con ben poche vie di mezzo. In effetti molti si fermarono alle “botte”, quelle di un film che di facciata è violento per il gusto d’esserlo. Tra essi anche i genitori dello stesso Brad Pitt, che quest’ultimo cercò invano di convincere a non vedere il film al cinema: sconvolti, i due lasciarono la sala a metà della proiezione.

A onor del vero, fin dal titolo Fight Club parrebbe incentrato sulla brutalità gratuita: anche allo spettatore sprovveduto basta poco, però, per rendersi conto che la violenza del narratore “Jack” e di Tyler Durden non sia da assimilare a quella di un filmaccio splatter di serie B. Nel tempo, l’opinione pubblica ha ben compreso quanto inteso da Palahniuk e Fincher, ossia una violenza come espediente, redenzione, liberazione in una società grigia e inumanamente protesa verso l’infinito.

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“Ti svegli all’aeroporto di Seattle, di San Francisco, di Los Angeles, all’aeroporto di Chicago, di Dallas, di Baltimora, Pacifico, Montagne Rocciose, Midwest. Perdi un’ora, guadagni un’ora. Questa è la tua vita e sta finendo un minuto alla volta. Ti svegli all’Air Harbor International. Se ti svegliassi a un’ora diversa in un posto diverso, ti sveglieresti come una persona diversa?” (20th Century Fox)

Siamo a cavallo fra i Novanta e i Duemila: il capitalismo globale è al suo massimo storico e sembra – all’occhio dell’uomo medio occidentale – che non esistano più nemici da abbattere, ideologie da superare, regimi da soverchiare. Con il crollo del blocco socialista il sogno americano diventa il sogno del mondo, placcato di un ottimismo che al suo interno cela il tremendo sentore di un appiattimento esistenziale e culturale.

Nel 1992, il politologo Francis Fukuyama descrisse il tutto coniando il fortunato concetto di “fine della Storia”: con un approccio più storiografico che filosofico, prevedeva che quest’apice delle democrazie liberali, apparentemente privo di ostacoli, preludesse alla conclusione stessa di ogni evoluzione sociale, politica o economica. In seguito Fukuyama si rimangiò quanto detto a più riprese, ma all’epoca si trattava di un pensiero ben condiviso.

Il successo di Fight Club, che figurava un futuro lineare fatto di galassie Microsoft e pianeti Starbucks, nasce proprio dall’approccio introspettivo, rivolto ai protagonisti di una storia decadente che pare non aver più nulla da raccontare. Vale a dire quella Generazione X schiacciata tra i baby boomer e i millennial, quell’aggregato temporale che ha condiviso più di ogni altra cosa l’assenza di conflitti nell’età adulta – tanto che, lo diceva “Jack”, «la nostra grande guerra è quella spirituale».

Una società del benessere che ha vissuto una sua specialissima alienazione: dalle ceneri del concetto classico di Émile Durkheim, l’anomia del lavoratore che infine rifiuta la società e abbraccia il suicidio, è sorto un nuovo genere di depersonalizzazione. Ed ecco cos’è la violenza di Fight Club: la cura alla depersonalizzazione, l’espediente anomico per fuggire al cappio del colletto bianco che si indossa e potersi sentire vivi.

La Generazione X di Douglas Coupland si ritirava ai margini, nel deserto, quasi a emulare infantilmente le comuni di hippy “di mamma e papà”, quei dannati boomer che avevano abbandonato la lotta sociale per un contratto a tempo indeterminato; la Generazione X di Chuck Palahniuk, invece, vuole forse lasciare intendere come quei margini non esistano più. Tyler e soci restano nella grande città, si incontrano nelle cantine di quartieri malfamati e in case abbandonate, sotto traccia ma in piena vista, continuano per il resto a condurre le proprie esistenze come se nulla fosse. Il Fight Club è uno spazio afferente alla sfera privata, personale come lo spiritualismo, se non una vera e propria religione.

Eppure, come per tutte le religioni, giunge prima o poi il momento in cui il senso di appartenenza comunitario trasforma lo spiritualismo in realtà sociale: ed ecco prendere vita il Progetto Mayhem, l’estensione sociale del Fight Club, che non può che essere a sua volta violenta e distruttiva. Un piano anarco-terrorista di azzeramento del debito, uno scossone nato per essere il ritorno di fiamma che demolirà quella stessa società dalle fondamenta: una scena finale – diversamente dalla conclusione del romanzo – fatta di grattacieli delle banche che esplodono con Where Is My Mind dei Pixies in sottofondo.

E poi? Nel corso del tempo, chi ha preso più seriamente l’ideologia di Fight Club ha spesso rimproverato la totale assenza di un’alternativa fattibile. Nella sua ultima, enigmatica apparizione prima del finale, Tyler Durden prevede l’avvento di uomini neo-primitivi che cacciano e seminano tra le rovine boscose di una New York abbandonata. Si prospetta, insomma, semplice distruzione, una velleità anarchica priva di un piano B oltre il concetto stesso di antagonismo, durevole solo fino all’inevitabile ricomparsa dell’innovazione tecnologica.

Ma non è un controsenso. Tyler stesso viene a questo mondo quale incarnazione dell’antieroe cinico, un personaggio il cui proposito sociale non potrà mai tradursi in qualcosa di costruttivo. L’essenza di Tyler si limita puramente alla distruzione del Leviatano – e che sia una distruzione improvvisa e violenta – non nella propaganda dell’ennesima utopia ecosostenibile.

Questo è il motivo per cui Fight Club non ha mai prodotto – né avrebbe potuto o voluto – discussioni concrete sul piano della realtà. È semplicemente un film (che lo stesso Palahniuk disse essere meglio del suo libro), non un pamphlet o una dichiarazione di intenti. E, nella sua essenza di prodotto di intrattenimento passivo, è rimasto impresso negli anni come un cult, di quelli che “fanno pensare” e illuminano sulla condizione dell’individuo all’interno della società.

Compito, possiamo oggi dirlo con serenità, assolto egregiamente dall’opera di Palahniuk (e Fincher), come nello stesso periodo dai furono-fratelli Wachowski col citato Matrix e, più in generale, da parte di un filone esistenzialista, post-moderno, che andava direttamente a integrare e sostituire le “paure distopiche” degli anni Ottanta, quell’immaginario scolpito da gente come Cronenberg e Carpenter ma ancora tarato sugli schemi culturali della Guerra fredda.

Fight Club e soci riuscirono a imporsi come pensieri “visionari”, lucidi, che con arguzia osservavano lo Zeitgeist di quell’era e lo descrivevano. Viene spontaneo chiedersi se, oggi, questo genere di pensiero possa a sua volta risultare superato al confronto con la realtà odierna.

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“L’automiglioramento è masturbazione, invece l’autodistruzione…” … è la risposta, avrebbe dovuto concludersi la frase bruscamente interrotta. Noi lo sappiamo perché lo sa Tyler. (20th Century Fox)

«You met me at a very strange time in my life»

Il primo, macroscopico ostacolo che Fight Club trova sulla strada dell’eterna gloria sta indubbiamente nel fatto che i tempi siano cambiati. L’ottimismo di fine secolo non è durato che altri due anni: l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 ha ricordato all’Occidente di non aver conquistato il mondo; la crisi economica del 2008 ha scosso fortemente i suoi principi e il suo way of life. Oggi, la concretizzazione a lungo termine della crisi ideologica ha prodotto rigurgiti populisti, estremisti e fanatici che di quanto raccontato da Fight Club sono in qualche misura una conseguenza, in altra un superamento.

Il mondo di Fight Club non pare somigliare molto al nostro: la crisi da alienazione di uno “yuppie fortunato” può oggi apparire ridicola ed è stata completamente rimpiazzata da bisogni più basilari, che sanno di incertezza economica e socio-politica. Oggi, gran parte di noi punta ad avere la vita di cui “Jack” si lamenta per la prima metà del film. Ciò, ovviamente, non è un bene. Ieri, Tyler Durden denunciava la frivolezza del consumismo; adesso facciamo a pugni per spendere i nostri pochi soldi ai Black Friday e possedere proprio quel salottino di Ikea che, saltando in aria nel film, dava un senso di vittoria e liberazione allo spettatore.

L’erosione della classe media e l’indebolimento delle garanzie per il futuro hanno condotto a un individualismo sempre maggiore, accompagnato a una minore profondità socio-esistenziale. Ci sono similitudini con quello che Marx definiva, disprezzandolo, “sottoproletariato”, ossia quella frazione della working class priva di coscienza di classe e pertanto incapace di lottare per cambiare la società. Se, all’epoca del tedesco, l’etichetta era applicabile perlopiù a contadini analfabeti e sottoccupati, oggi non sarebbe difficile addossarla a giovani istruiti e con possibilità economiche decenti.

E di classe media ha senso parlare, per un altro motivo che oggi vede Fight Club cozzare fortemente con la realtà: per esplicita ammissione di Palahniuk, Fight Club è una storia indirizzata ai maschi; si potrebbe aggiungere, nello specifico, maschi bianchi della middle class. Gli anni Novanta non erano tra i più maschilisti di sempre, ma gli ultimi due decenni hanno indubbiamente cambiato le carte in tavola. L’opera di Palahniuk incorpora una visione che non esclude necessariamente le donne, ma che è raccontata dal punto di vista di un uomo, per gli uomini. Vi si immedesimano maschi occidentali e privilegiati, archetipi narrativi nei quali era più facile riconoscersi nel 1999 che non oggi.

Uomini in quanto protagonisti della Storia fino a quel momento, responsabili della tenuta della società, passati da liberi guerrieri a schiavi da scrivania, resi mansueti e metaforicamente castrati. La violenza di Fight Club, in questo senso, è puramente una rivendicazione della mascolinità ancestrale. Tanto che i due protagonisti, nel parlare di matrimonio, deliberano che: «Siamo una generazione di uomini cresciuti dalle donne. Mi chiedo se un’altra donna è veramente la risposta che ci serve». Al punto che c’è perfino chi vuole vedere tra le righe di Fight Club un sottotesto apologetico del machismo omosessuale, lettura però di respiro eccessivamente ampio.

fight club merda del mondo
“Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo.” (20th Century Fox)

Siamo ancora la canticchiante e danzante merda del mondo?

In sostanza: sono cambiati il mondo in generale e le persone in particolare, da quando Fight Club fece la sua apparizione sul grande schermo nel 1999. Il capolavoro di David Fincher, quindi, rimane oggi solo in quanto modello di perfezione registica e cura maniacale nel dettaglio? Solo come un bellissimo film? A dire il vero, la storia di “Jack” e Tyler sembra ancora poterci dire qualcosa. I pericoli del consumismo sfrenato e dell’alienazione non sono più lontani di ieri, anzi: il sistema socio-economico sarà mutato nel tempo, ma le sue trasformazioni – dalla crisi finanziaria, al populismo, alla regressione sociale – derivano principalmente dai difetti intrinseci allo stesso sistema. La consapevolezza di questi può aiutare a superare Fight Club non per sua obsolescenza, ma perché la fase distruttiva sia perfezionata da una costruttiva.

Se la narrazione androcentrica di Fight Club deve oggi essere allargata all’essere umano in quanto tale – condizione indispensabile, visto che alcuni gruppi incel già ne fanno un’inappropriata bandiera in chiave misogina – non sembra invece necessario traslare il concetto di fondo, che rimane attuale seppur con un volto diverso. Oggi più che mai, la società necessita di coesione nella critica a un sistema che ha dimostrato non solo di essere alienante, ma anche di non aver dato le risposte che si credeva e porsi come reale “fine della Storia”.

Non solo siamo ancora la canticchiante e danzante merda del mondo, ma forse lo siamo più di prima: oltre ad aver smarrito noi stessi, abbiamo anche perso le sicurezze che rendevano la nostra società immortale. Possiamo ancora identificarci nella fase distruttiva di Fight Club e abbiamo ancora bisogno di Tyler Durden. Per poi staccarcene, sfruttare questa neonata coesione e generare qualcosa di nuovo. Ma è solo dopo che abbiamo perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa.

Valerio Bastianellihttps://buntekuh.it
Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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