Götz von Berlichingen, il folle tedesco dalla mano di ferro

Nei secoli, molti grandi personaggi sono stati celebrati per la loro caparbietà e perseveranza. Ma pochi possono vantare di aver dedicato la propria esistenza terrena ad attaccare brighe dopo aver subito la sostituzione della propria mano destra con una protesi di ferro. Anzi: solo Götz von Berlichingen può fregiarsi di questo titolo.

Chi fu Götz von Berlichingen

Gottfried von Berlichingen, per gli amici Götz, nacque attorno al 1480 da una famiglia nobile del Württemberg. A diciassette anni si trovò al servizio del margravio di Brandeburgo Federico I, ma – testa calda qual era – decise fin da subito che la vita di corte non faceva per lui. L’anno successivo, il 1498, Götz fece il suo ingresso nelle armate di Massimiliano I d’Asburgo; sotto lo stendardo del Sacro Romano Impero, von Berlichingen partecipò alla guerra sveva e ad altre azioni militari in Borgogna, Brabante e Lorena.

Evidentemente, però, il settore privato rendeva più del pubblico già allora: dopo soli due anni, Götz von Berlichingen decise di rassegnare le dimissioni e diventare l’imprenditore di sé stesso. Incontrò Thalacker von Massenbach, cavaliere e bandito del quale divenne socio in affari: dove per affari si intendono razzie e rapimenti di sorta. Non passò molto tempo prima di inimicarsi nientemeno che la Lega sveva, un’alleanza militare e territoriale che in quegli anni condusse numerose campagne, cercando al contempo di mantenere l’ordine nelle zone della Germania meridionale.

Götz fu infine costretto alla fuga, ma non ad abbandonare il mestiere: decise anzi di “razionalizzare” il suo business formando una banda di mercenari, che presterà i propri servigi a questo e a quel signorotto locale. Il suo cursus honorum si espanse rapidamente, e non si può dire che quest’uomo non avesse trovato la propria vocazione: Götz è descritto come un cavaliere coraggioso, sempre alla ricerca di nuove battaglie da affrontare – in un’epoca, per di più, che vedeva il ruolo delle compagnie di ventura fortemente ridimensionato rispetto a un Medioevo ormai in conclusione.

Götz von Berlichingen mano di ferro
Le due protesi di Götz von Berlichingen, in mostra al museo di Jagsthausen. (Angerburg)

Götz dalla mano di ferro

La sua voglia di combattere non sarà ammansita neanche dall’incidente più doloroso e caratteristico della propria esistenza, al quale oggi deve buona parte della sua fama e che per molti avrebbe significato la fine di una carriera da combattente. Nel 1504, al soldo del duca di Baviera Alberto IV, Götz von Berlichingen si ritrovò ad assediare la città di Landshut. Il fato, meschino, lo porta sulla traiettoria di una palla di cannone: il proiettile centra la spada di Götz la quale, deviando con tutta la forza del colpo, gli recide di netto il braccio destro.

Chiunque non fosse stato Götz avrebbe approfittato dell’acquisita disabilità per dedicarsi ad altro ordine di cose, magari tornando a condurre una noiosa ma benestante vita di corte. Ma lo stesso, meschino fato avrebbe dovuto ricordarsi di avere a che fare con uno degli uomini più follemente cocciuti di tutti i tempi. Götz, per nulla scosso dalla perdita del braccio, decise invece di farsi costruire una protesi in ferro volta a rimpiazzare l’arto perduto, e continuò a combattere. Per altri quarant’anni.

La prima delle due protesi di Götz, costruita da un fabbro locale nelle settimane successive all’incidente, era un guanto di ferro vagamente affidabile, ma che non gli consentiva di maneggiare le armi se non in parata. All’epoca le tecniche prostetiche non erano di certo avanzate: lo “stato dell’arte”, se così si può definire, era costituito da ganci o uncini utili ad afferrare gli oggetti, ma niente di più.

Qualche tempo più tardi, tuttavia, Götz si fece dotare di un guanto metallico più complesso e straordinariamente ingegnoso, che gli permetteva di compiere normalmente le attività quotidiane e – soprattutto – di utilizzare la spada con relativa facilità.

La nuova mano di ferro era composta da numerose parti, caratterizzate da una spaventosa cura dei dettagli. Una cinghia di pelle manteneva il guanto attaccato al resto del braccio; l’oggetto era corredato di giunture che rendevano snodabili il polso e le falangi. Ciò gli permise di impugnare le armi con una presa maggiore, sufficiente ad abbattere ancora una volta le stesse sulla testa di qualche malcapitato avversario. Entrambe le protesi sono oggi in mostra nel museo di Jagsthausen.

Götz von Berlichingen schema
Tavola del XVI secolo raffigurante la struttura della seconda mano di ferro di Götz. (Museo Galileo)

Riscatti, rivolte e campagne imperiali: una vita di violenza

Mai realmente affranto dall’addio al suo arto più produttivo in termini di morte, Götz von Berlichingen continuò a fare il suo mestiere nel migliore dei modi e condusse una delle vite più avventurose che si ricordino. Spesso al soldo di duchi e margravi, non solo si vide coinvolto in una battaglia dietro l’altra, ma anche in numerose faide e dissapori con le autorità.

Per esempio, nel 1512 decise di depredare impunemente alcuni mercanti provenienti da Norimberga, città con la quale aveva una forte inimicizia. L’imperatore Massimiliano I, venutone a conoscenza, emanò contro di lui un bando (Reichsacht): nel Sacro Romano Impero, i bandi imperiali rendevano chi ne era soggetto (Geächtete) un vero e proprio nemico dello Stato. I Geächtete perdevano ogni diritto e proprietà, e chiunque poteva ucciderli o derubarli senza conseguenze legali. Chi li aiutava in qualche maniera rischiava di essere messo a sua volta al bando. Götz poté annullare il bando contro di lui solo due anni più tardi, dietro pagamento di una riparazione di 14mila gulden (monete d’oro, per un totale di circa 12mila euro odierni).

targa Götz
Targa dedicata a Götz, affissa su un muro a Weisenheim am Sand. (Immanuel Giel)

Ma come poteva l’autorità imperiale pensare di intimidire l’uomo che non si è fermato nemmeno di fronte all’amputazione di un braccio? In effetti, il bando non costituì poi questo gran deterrente per Götz von Berlichingen, che di fatto fece di tutto per procurarsene un altro. Nel 1516, nell’ambito di una faida con l’Arcivescovo Elettore di Magonza, la banda di Götz assaltò la regione dell’Assia e rapì il conte Filippo IV di Waldeck, per poi liberarlo dietro un riscatto di 8400 gulden. Al che Massimiliano, forse ormai esasperato, emanò il secondo bando contro il nostro siderurgico eroe, che ebbe effetto dal 1518.

Incurante della furia imperiale, Götz non esitò a mettere altra carne al fuoco. L’anno successivo fu impiegato da Ulrico I del Württemberg nella sua campagna contro alcune vecchie conoscenze: nientemeno che la Lega sveva. Götz e i suoi alleati furono però sconfitti nella cittadina di Möckmühl ed egli fu fatto prigioniero. Fu addirittura consegnato ai cittadini di Heilbronn, una delle numerose cittadine che lo detestavano per le sue incursioni, e vi rimase per tre anni, fino al 1522. Franz von Sickingen, suo compagno d’armi e tra i suoi amici più stretti, ne negoziò il rilascio per la cifra di duemila gulden, unita al solenne giuramento di non compiere ritorsioni contro la Lega sveva (in gergo Urfehde).

Tutto ciò sarebbe forse abbastanza per almeno tre vite normali, ma per Götz von Berlichingen non è stata nemmeno metà della storia. Decidendo di non farsi mancare nulla, si unì alla Guerra dei contadini (1524-25) e arrivò addirittura a guidare frange della rivolta. C’è chi poi definirà lui e il compare von Sickingen come due “eroi del popolo”, ansiosi di aiutare i poveri a reclamare quanto dovuto loro dai ricchi, ma ciò sarebbe una menzogna: Götz vi si trovò semplicemente in mezzo e fece di necessità virtù, contribuendo al tempo stesso a stemperare la violenza dei contadini riottosi.

Cosa che, peraltro, non riuscì magnificamente: esasperato dall’andazzo, Götz abbandonò la testa delle rivolte dopo poco più di un mese e continuò a dare ordini dal suo castello di Jagsthausen. Infine, dopo la sconfitta dei contadini, Götz fu convocato innanzi alla Dieta di Spira per i crimini commessi contro l’Impero: fu lasciato andare senza troppe conseguenze, e ci piace pensare che le alte sfere dell’autorità imperiale fossero semplicemente stufe di ritrovarselo tra i piedi ogni due anni.

Götz von Berlichingen hornberg
Il castello di Götz, Burg Hornberg. (hornberg.de)

A continuare a cercarlo, invece, fu ancora la Lega sveva, ansiosa di regolare i conti nonostante la precedente diatriba si fosse chiusa a proprio vantaggio. Nel 1528, Götz fu attirato ad Augusta con l’inganno e fatto prigioniero, in quello che sarebbe dovuto essere un incontro di riappacificazione. Fu liberato due anni dopo, costretto a rinnovare il suo Urfehde e promettere inoltre che non si sarebbe allontanato dal dominio di sua proprietà a Burg Hornberg.

Nel 1540 l’imperatore Carlo V lo rilascia dal suo giuramento, e Götz decide di aggiornare per l’ultima volta il suo già impressionante curriculum unendosi a lui prima nella campagna contro gli Ottomani in Ungheria (1542), poi nell’invasione della Francia (1544). Deciso di aver dato – e soprattutto tolto – molto a questo mondo, Götz von Berlichingen scelse quindi di andare in pensione e trascorse la sua vecchiaia in pace a Hornberg. Morì nel 1562, a 81-82 anni, lasciandosi dietro tre mogli, dieci figli e Dio solo sa quanti morti.

Da «Può baciarmi il culo!» a Berserk, Götz von Berlichingen nell’immaginario collettivo

Nonostante Götz avesse scritto un’autobiografia (pubblicata solo nel 1731), del suo personaggio si perse inizialmente traccia. Fu Johann Wolfgang von Goethe a interessarsi per primo alla sua figura, incuriosito dalla vita del condottiero dalla mano di ferro: pubblicò nel 1773 la pièce teatrale Götz von Berlichingen, basata sulla citata autobiografia.

Curiosamente, è proprio dall’opera di Goethe in poi che si attribuisce a Götz la paternità di un insulto ancora oggi molto in voga: «Può baciarmi il culo!», o, per dirla correttamente, «Er kann mich am Arsch lecken!». Nel copione, Götz pronuncia questa frase quando gli viene intimata la resa dalle truppe imperiali che lo cingono d’assedio. A dirla tutta, non ci sono prove storiche che Götz sia stato il primo a pronunciare questa frase, in realtà molto utilizzato nella regione e non solo.

Fatto sta che oggi l’insulto è ancora noto come “saluto svevo“. Mozart, dopo aver assistito a una messa in scena dell’opera, ne rimase inspirato e scrisse il canone Lech mich im Arsch nel 1782. Lo scrittore e poeta Thaddäus Troll ne parla nel suo Preisend mit viel schönen Reden del 1975, descrivendo il saluto svevo come «[una frase usata per] esprimere sorpresa, esprimere gioia per l’incontro inaspettato con un compare svevo, o per rifiutare una richiesta considerata inaccettabile».

Götz e Gatsu
Götz von Berlichingen e Gatsu… von Berserk. (Valerio Bastianelli/Bunte Kuh)

Da quel momento in poi, Götz rimase un personaggio noto nella “mitologia” storica tedesca, principalmente – come si può immaginare – in ambito bellico. Presero il suo nome una divisione delle SS, due sottomarini, e una nave. La squadra navale 2. Schnellbootgeschwader ebbe il suo pugno di ferro nello stemma per tutta la propria esistenza (1958-2006).

Inoltre, sebbene mai confermato dall’autore, c’è da pensare che Götz sia stato una primaria fonte di ispirazione per Berserk (ベルセルク), il celebre manga firmato da Kentarō Miura. Con questa tesi conviene, tra gli altri, anche Gabriele Campagnano, fondatore e gestore di Zhistorica che si è particolarmente dedicato all’argomento. Götz e Gatsu, protagonista di Berserk, non condividono solo l’assonanza del nome, ma anche il mestiere di soldato di ventura e la presenza di una protesi sul braccio amputato – che, nel caso di Gatsu, contiene un cannone. Possiamo solo rabbrividire al pensiero di quanti danni avrebbe potuto farci Götz!

Valerio Bastianellihttps://buntekuh.it
Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all'Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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