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Un mercoledì, il 26 agosto 1789, veniva emanato quello che probabilmente è il documento più importante e innovativo della Rivoluzione francese: la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nell’arco di sole sei settimane dalla presa della Bastiglia la Francia dell’assolutismo e del feudalesimo non esisteva più; al suo posto nasceva una nuova nazione, guidata da un gruppo di intellettuali che si erano prefissati l’obiettivo di cambiare completamente la società e il modo di concepire lo Stato dai parte dei cittadini.

ALLA VELOCITÀ DEL LUME – Com’è stato possibile un cambiamento così radicale e repentino, tale da trasformare la patria dell’assolutismo monarchico nel Paese in cui sono nati i diritti dell’uomo? Per capire fino in fondo questi avvenimenti è necessario osservare come la Rivoluzione francese avvenne prima nelle teste che negli uomini che poi la fecero per le strade.

Nel 1788 la situazione in Francia era di piena crisi. L’economia generale versava in condizioni disastrose e le ultime campagne militari erano fallite. Nobiltà e clero chiesero a gran voce gli Stati Generali, un’assemblea consultiva istituita nel 1302, riunita per dibattere su questioni di imminente pericolo per la nazione. Vi partecipavano delegati delle tre classi sociali allora esistenti: nobiltà, clero e terzo Stato; anche il voto era diviso per classe e, siccome gli interessi delle due più agiate erano quasi sempre coincidenti, l’esito era sempre molto scontato.

Dall’ultima convocazione degli Stati Generali (1614) il Paese era cambiato profondamente. Gli echi della guerra d’indipendenza americana, alla quale la Francia aveva partecipato in funzione anti-inglese, erano arrivati molto forti e chiari: ciò per l’entusiasmo portato sia dal comandante delle truppe, il marchese de La Fayette, che dall’ambasciatore americano in stanza allora a Parigi, il futuro presidente Thomas Jefferson.

Ma ancora più importante degli avvenimenti d’oltreoceano fu la radicalizzazione del pensiero di un ristretto gruppo di filosofi, intellettuali, giornalisti e scrittori; cresciuti ed educati con il pensiero illuminista di Diderot, Voltaire, Rousseau, Volney, Montesquieu e Raynal tra gli altri.

Questa frangia minoritaria dava un’interpretazione radicalmente sovversiva agli scritti degli autori citati. Da Diderot estrapolarono ad esempio il concetto di volontà generale, principio che riconosceva la sovranità al popolo inteso come un tutto, e che corrispondeva alla volontà della maggioranza in accordo con la “ragione”, se il popolo si fosse liberato dei tradizionali pregiudizi.

Fu questo partito di filosofi a costituire la leadership rivoluzionaria. Essi si dedicarono a riepilogare piuttosto che a innovare; il loro obiettivo era quello di divulgare al popolo ciò che la filosofia aveva già dimostrato e cioè, per dirla come il radicale di spicco Camille Desmoulins, che la nobiltà fosse la peggiore delle pesti, che occorresse riscrivere le leggi, che la monarchia fosse la peggior forma di governo possibile e che la religione avesse bisogno di essere rifondata dalla base.

Per essi non esistevano fondamenta a cui poter far riferimento, né tantomeno un modello passato o presente da emulare. La rivoluzione che stavano per mettere in atto avrebbe seppellito l’élite e reso la legge uguale per tutti. Rifiutarono la divisione in tre ordini della futura Assemblea nazionale. Era l’uguaglianza, per loro, a rappresentare la chiave per stabilire i diritti fondamentali dell’uomo e riformare sulle giuste basi l’intera società in ogni suo aspetto.

Il libraio Louis-Marie Prudhomme fu tra i primi a proporre esplicitamente di forgiare una nuova società basata sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, guidata principalmente dalla filosofia.
La crisi della Corona aveva comportato anche un netto allentamento della censura regia, che il partito dei filosofi sfruttò per creare una vera e propria stampa rivoluzionaria, col compito di pubblicare le idee radicali per mezzo di articoli, editoriali, pamphlet, ecc. Questi erano poi enunciati in pubblico nei distretti più facinorosi, per istruire il popolo secondo il loro credo.

All’insaputa di tutti la rivoluzione era già iniziata, non per le strade ma nelle menti. Concetti che una volta sarebbero potuti essere appannaggio solo dei più istruiti erano ora divulgati in tutto il Paese.

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Auguste Couder, “Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali”, 1789.

QUALCOSA DI MAI VISTO PRIMA – Nell’estate del 1788, nel solito conflitto tra la monarchia e le élite si inserì un gruppo di nuovi arrivati sulla scena politica, privi di reale rappresentanza. Essi rigettavano il classico formato degli Stati Generali e chiedevano a gran voce il raddoppio dei rappresentati del terzo Stato, oltre alla votazione a persona invece che a classe, per raggiungere una sostanziale parità di voto.

Per le élite diventò estremamente difficile controllare l’opinione pubblica, mentre le richieste di raddoppiare la rappresentanza del terzo Stato fecero invece rapida presa. Un manipolo di nobili scontenti, di letterati, di preti ribelli e di giornalisti aveva appena compiuto una rivoluzione nella cultura politica, catturando l’attenzione del pubblico cittadino con una retorica rivoluzionaria mai vista prima che parlava di uguaglianza, democrazia e volontà generale.

Da Parigi questa ondata si riversò in tutta la Francia con un effetto dirompente: nessuna decisione sarebbe stata presa fino alla convocazione, nel maggio 1789, degli Stati Generali. Con la speranza poi di mettere ogni classe contro l’altra, il Re acconsentì anche alle richieste del terzo Stato, pensando che tutto questo si sarebbe rivolto a suo favore.

La seconda fase della Rivoluzione si aprì quando, nell’aprile 1789, i seicento nuovi deputati del terzo Stato (metà del numero totale) rifiutarono il programma regio e le direttive disciplinari. Essi non rappresentavano nessuna categoria sociale definita. Furono loro a prendere il comando e a partire all’attacco fin dall’inizio, precludendo alle élite di conservare qualsiasi privilegio e negando così lo stesso appellativo di terzo Stato.

Il primo tra i diritti fondamentali rivendicati fu la libertà di pensiero, unita all’idea che ogni persona abbia il diritto inviolabile di istituire le proprie leggi. L’unico mezzo che avrebbe consentito la diffusione di queste idee era la piena libertà di stampa. Non fu infatti tramite i libri che la filosofia rivoluzionaria fece presa tra il popolo, ma grazie alla stampa effimera, ai trattatelli a buon mercato e ai pamphlet; cioè testi brevi, snelli, di facile consumo per il pubblico.

Gli Stati Generali si bloccarono subito dopo l’apertura dei lavori. I deputati del terzo Stato furono irremovibili nel rifiutare qualunque privilegio della nobiltà e del clero, operando un ostruzionismo ad oltranza. Ancora più potente fu il progetto pubblicato da Brissot, che nemmeno era un deputato, che esortava a: mantenere una posizione irremovibile contro le classi sociali, dotare la Francia di una nuova costituzione, e adottare una Dichiarazione dei diritti dell’uomo basata sull’uguaglianza. Tutti i francesi erano nati uguali, con uguali diritti: «non possono essere soggetti a nessuna legge a cui non abbiano acconsentito loro stessi o i loro rappresentanti», scrisse.

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Jacques-Louis David, “Giuramento della Pallacorda”, 1791.

L’ASSEMBLEA NAZIONALE – Il 17 giugno 1789 i deputati del terzo Stato, accresciuto da quanti avevano defezionato da clero e nobiltà, si autoproclamarono Assemblea Nazionale, rompendo con l’intera struttura istituzionale della Francia del tempo. Qualsiasi proposta di compromesso fu rifiutata, finché fu essa a cedere. Luigi XVI riconobbe il nuovo organismo il 27 giugno. È in questo clima di fermento generale, soprattutto a Parigi dove nel frattempo si era creato un nuovo governo provvisorio, che prese slancio la spinta per la costituzione e per la Dichiarazione dei diritti dell’uomo.

L’Assemblea Nazionale dimostrò prontamente di aver accolto le richieste dei radicali di Parigi. Ma la decisione di rimanere a Versailles per compiacere il Re scatenò una crescente ondata di malcontento nella capitale, e ogni azione presa dal Re per placare gli animi non fece che esasperare ancor di più la situazione, trasformando questi piccoli disordini in veri e propri scontri, ben presto diffusi in tutto il Paese.

Nella capitale la situazione arrivò a un punto di rottura quando, il 14 luglio 1789, la folla di dimostranti si riversò verso la prigione della Bastiglia, assaltandola e prendendone il controllo. Le truppe reali si ritirarono, creando una situazione senza precedenti e consegnando di fatto la città ai deputati di Parigi e ai loro comitati, che la avrebbero completamente riorganizzata. Nei giorni successivi le sollevazioni si diffusero ovunque nel regno, seguendo l’esempio della capitale.

I disordini, la stampa rivoluzionaria e il ritiro delle truppe avevano agito in concomitanza provocando uno spostamento alla base del potere sociale e politico, che ora apparteneva al terzo Stato. Il partito dei filosofi, una frangia molto minoritaria dell’Assemblea, ne prese subito la guida, imponendosi nei gruppi di discussione e influenzandone i programmi, aiutati dal crescente malcontento urbano e rurale.

Il 4 agosto 1789 furono abolite la servitù della gleba e le quote feudali, ed eliminati tutti i privilegi provinciali. L’intero sistema di status, esenzioni speciali, privilegi fiscali (ecclesiastici compresi) giunse alla fine. Ma il provvedimento più radicale che l’assemblea prese nell’estate 1789 fu certamente la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

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Manoscritto della Dichiarazione originale. (Wikipedia)

I DIRITTI INVIOLABILI DELL’UOMO – Essa emerse dal duro dibattito interno a un piccolo gruppo, tra i più radicali dell’Assemblea costituzionale. Fu condotto principalmente da Sieyès, Mirabeau (il più vicino a esser considerato il leader della Rivoluzione), Mounier e La Fayette; vi ebbero un ruolo importante anche Brissot, Rabaut, Volney e Condorcet.

Le idee della leadership rivoluzionaria, che proclamava i basilari diritti dell’uomo, non provenivano dalle teorie del diritto naturale, in quanto esso si faceva originare dalla volontà e dalla Provvidenza divine. La Dichiarazione americana del 1776 fu considerato un esempio fondamentale, ma per Mirabeau bisognava andare oltre e assicurarsi un fondamento universale dei diritti umani. Il dibattito tenne occupata l’Assemblea per quasi un mese, generando infine un comitato di cinque membri che avrebbe visionato le varie proposte di selezione per la stesura finale. Il 17 agosto Mirabeau presentò la sua proposta, che poi venne scelta a maggioranza dai deputati due giorni dopo.

Terminata il 26 agosto, la Dichiarazione configurava la società su una base completamente nuova. Per la prima volta nella storia l’uguaglianza, il diritto di eguale tutela da parte dello Stato, la libertà di pensiero e di espressione erano riconosciuti come principi ispiratori, gettando le fondamenta dei moderni stati democratici. Essi vennero dichiarati universali e cioè appartenenti a ogni persona, indipendentemente della nazione, dall’etnia di appartenenza o dalla posizione sociale.

Vi furono però dei compromessi: le limitazioni, decise dalle opposizioni, si rifletterono sulle libertà di pensiero e di stampa, sui diritti delle donne (è in questo periodo che si formano un’opinione pubblica “al femminile” e il femminismo stesso), sull’abolizione della schiavitù (che i Diritti avevano reso anticostituzionale, a differenza degli Stati Uniti). In sostanza, a causa dell’instabilità politica, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino restò più una conquista intellettuale che un reale progresso per la popolazione.

Ciò nonostante, essa resta uno degli snodi più importanti della storia umana: non a caso in molti scelgono la Rivoluzione francese come spartiacque tra l’era moderna e quella contemporanea. L’idea che le leggi di uno Stato dovessero essere scelte dal popolo, basandosi su diritti universali e inviolabili, avrebbe presto oltrepassato i confini francesi e trasformato il mondo intero nel corso del secolo successivo, e fino a oggi.

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