Erodoto “vendicato” da una scoperta archeologica in Egitto

erodoto egitto
Una ricostruzione di come Thonis-Heracleion, luogo di ritrovamento del relitto, doveva apparire all'apice del suo splendore. (Yann Bernard/Franck Goddio/Hilti Foundation)

Erodoto e le baris egizie

Nel libro II delle sue Storie, lo storico greco Erodoto, che in quella sezione della sua opera si occupa in dettaglio di usi, costumi e tradizioni dell’Egitto, anche con riferimenti ai suoi viaggi in quella terra, descrive un tipo di nave da carico del Nilo chiamata baris, alla cui costruzione doveva aver assistito. Ecco il testo erodoteo nella traduzione di Augusta Izzo D’Accinni:

«Gli Egizi che trasportano carichi mercantili hanno imbarcazioni fatte di legno di acacia, il cui aspetto è assai simile a quello del loto di Cirene, e le lacrime che ne colano sono gomma. Tagliate dunque da questa acacia assi di due cubiti le mettono insieme a mo’ di mattoni, costruendo l’imbarcazione con questo sistema: attorno ai cavicchi grossi e lunghi incastrano le assi di due cubiti; poi, formata in tal modo l’ossatura della nave, vi pongono sopra dei banchi. Non si servono affatto di coste per le navi; internamente poi otturano le connessure con papiro. Si costruiscono un solo timone, e questo passa attraverso la carena. Usano un albero di legno di acacia e vele di papiro. Queste navi però non possono navigare contro corrente se non domina un vento gagliardo, ma vengono trascinate da terra; nel senso della corrente invece navigano così: c’è un graticcio a forma di porta fatto di tamerischi, legato con giunchi di canne, e una pietra forata del peso massimo di due talenti. Di questi arnesi, il graticcio legato con una fune lo lasciano andare davanti all’imbarcazione sulla superficie dell’acqua, perché la trascini; la pietra la calano dietro con un’altra fune. Il graticcio, per la spinte della corrente, procede rapidamente e trascina la ‘baris‘, ché questo è il nome di tali imbarcazioni, mentre la pietra trascinata dietro stando nel fondo mantiene diritta la navigazione. Essi hanno molte di queste imbarcazioni e talune portano molte migliaia di talenti».

Come si evince dal passo appena riportato, Erodoto parlava di un’imbarcazione costruita con assi di legno assemblate come se si trattasse di mattoni, internamente rivestita di papiro per otturare i punti di giuntura tra le assi, e dotata di un timone che passava attraverso un foro nella chiglia.

Sebbene un sistema di guida molto simile a quello descritto dallo storico greco fosse stato riconosciuto in rilievi di età faraonica, fino ad oggi non si avevano prove archeologiche certe della sua esistenza e anche questo aveva contribuito ad alimentare la fama di Erodoto come storico poco attento e incline al racconto fantasioso. Tutto ciò si è però recentemente rivelato essere fondato.

Il sito della città sommersa da satellite. (Google)

Le recenti scoperte archeologiche

È infatti di questi giorni la notizia del ritrovamento in Egitto, sul fondo del fiume Nilo, nei pressi dei resti sommersi dell’antica città portuale di Thonis-Heracleion, del relitto di una nave in buono stato di conservazione, il cui studio sta progressivamente rivelando una straordinaria consonanza con la descrizione di Erodoto, facendo in tal modo piazza pulita del plurisecolare dibattito sull’attendibiltà del resoconto erodoteo sopra riportato e vendicando, per così dire, a quasi 2500 anni di distanza, l’onore dello storico di Alicarnasso.

L’attenzione degli archeologi, che fanno capo all’Istituto Europeo per l’Archeologia Sottomarina, si è concentrata sulla nave 17, così chiamata in quanto è il diciassettesimo tra gli oltre 70 relitti ritrovati dai ricercatori sul fondo della baia di Abukir, alla foce del Nilo, dove giacciono le rovine affondate di Thonis-Heracleion. Lo stato di conservazione della nave 17, di cui è stato scoperto circa il 70 % dello scafo, è, come si diceva prima, buono, se non addirittura eccezionale, considerando che è rimasta sommersa dall’acqua per almeno 2000 anni.


Scafo della nave 17, il relitto ritrovato. (Christoph Gerigk/Franck Goddio/Hilti Foundation)

«È quando abbiamo scoperto questo relitto che abbiamo compreso che Erodoto aveva ragione», ha detto al Guardian l’archeologo Damian Robinson, che ha preso parte alle ricerche in Egitto in rappresentanza del Centro di Oxford per l’Archeologia Marina. In effetti il relitto al centro dell’attenzione degli archeologi presenta molti degli elementi descritti da Erodoto, a cominciare dal timone dell’imbarcazione, infilato attraverso due fori nella poppa: posizionati uno di fronte all’altro, questi fori sembrano aver permesso una guida migliore a seconda che la nave fosse a pieno carico o vuota. Le differenze che pure sono state riscontrate tra il relitto e la baris delle Storie, come ad esempio la presenza nel relitto di travi laterali atte a rinforzare punti particolarmente delicati della chiglia di cui Erodoto non fa menzione, possono essere spiegate ipotizzando che la nave 17, che è lunga circa 27 metri, fosse di dimensioni maggiori rispetto all’imbarcazione descrittaci dallo storico.

Queste apparenti incongruenze, peraltro spiegabili non tolgono comunque valore all’affermazione di Alexander Belov, uno degli archeologi che ha partecipato alle ricerche e che già tempo fa si era occupato dell’argomento: secondo lo studioso russo la nave 17 è così vicina alla descrizione di Erodoto che potrebbe essere stata costruita nello stesso cantiere navale visitato di persona dallo storico per ricavarne informazioni su come gli Egizi costruissero le loro peculiari imbarcazioni fluviali.

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Un video di “Ancient Architects” che documenta la scoperta.
Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

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