Erodoto e la sua riflessione sull’imperialismo persiano

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Cartina che mostra l'impero persiano alla sua massima espnasione (appuntidistoria.net)

Come su molti altri temi, anche in fatto di imperialismo interessanti riflessioni ci vengono dal mondo classico, segnatamente dalla produzione storiografica dei Greci. In questo articolo cercheremo di capire come lo storico greco Erodoto abbia indagato il tema dell’imperialismo con riferimento all’impero persiano, preso in considerazione nel momento in cui si scontrò con le poleis greche nei primi anni del V secolo a.C..

ERODOTO COME MODELLO – Prima di addentrarci nell’analisi del testo erodoteo, vale la pena di segnalare che questa dello storico di Alicarnasso è la prima in ordine cronologico tra le diverse riflessioni sul tema dell’imperialismo trasmesseci dalla Grecia antica: ad essa seguiranno quella di Tucidide sull’imperialismo ateniese e quella di Polibio sull’imperialismo di Roma. Questa considerazione permette anche di comprendere come lo stesso Erodoto, che pure è spesso considerato come attento alla sola storia evenemenziale e agli aspetti più esotici e curiosi di quest’ultima, abbia al contrario mostrato attenzione alle cause degli eventi storici e ai moventi dei protagonisti degli eventi medesimi.

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Rovine della città di Susa, in cui è ambientato il dialogo tra i maggiorenti persiani. (Wikipedia)

La riflessione erodotea sull’imperialismo persiano apre il libro VII delle sue Storie, che poi culminerà nel racconto della battaglia delle Termopili. In particolare, nei capitoli che vanno dall’8 al 19 viene messa in scena una discussione che ha luogo, nell’anno 486 a.C., alla corte persiana di Susa sull’opportunità di intraprendere una nuova spedizione contro la Grecia e, specialmente, contro Atene, dopo che quest’ultima aveva sconfitto l’esercito persiano nella battaglia di Maratona (490 a.C.).

Come partecipanti alla discussione Erodoto introduce Serse, figlio di Dario I, appena asceso al trono persiano, che in un primo discorso (capitolo 8) mostra l’intenzione di muovere immediatamente guerra alla Grecia, il generale Mardonio, che sostiene il punto di vista del sovrano (capitolo 9), e Artabano, zio paterno di Serse, che cerca di dissuaderlo da un’impresa che, data anche la rapidità con cui Serse intende porla in essere, gli appare densa di rischi e piena di una ὕβϱις (hýbris: superbia, tracotanza) che gli dèi non esiteranno a punire (capitolo 10).

Un quarto ed ultimo discorso contiene poi la dura replica alla prudenza di Artabano da parte del Gran Re, il quale ribadisce il proposito di marciare contro i Greci (capitolo 11). In realtà, lo stesso Serse sembra successivamente convincersi della bontà del suggerimento di Artabano e abbandonare i progetti di guerra (capitolo 12), salvo poi essere visitato nel sonno da un’entità onirica che lo spinge a tornare sui suoi passi: il proposito iniziale di Serse viene così sanzionato da quello che appare come un intervento della divinità e i Persiani si preparano a muovere guerra contro la Grecia (capitoli 13-19).

IL DISCORSO DI SERSE E LA NATURA DELL’IMPERIALISMO – Per ciò che più da vicino ci riguarda, ovvero le tracce della riflessione di Erodoto sulla natura dell’imperialismo persiano nonché, in effetti, dell’imperialismo in generale, bisogna tenere presente e analizzare il primo dei due discorsi di Serse. Esso, come accennato, occupa l’intero ottavo capitolo e si caratterizza per il fatto di rappresentare una sorta di grande sintesi della storia persiana, ripercorsa per mezzo di un’articolazione temporale complessa, dal passato più remoto al futuro più lontano, che corre parallela ad un’articolazione spaziale altrettanto complessa che mostra il progressivo allargarsi dell’orizzonte spaziale di riferimento, che vedremo finirà per coincidere con l’intero mondo abitato: queste prime notazioni consentono di evidenziare il fatto che già per Erodoto, quindi già agli albori della riflessione sul tema, la pulsione imperialistica, per essere tale, non può essere disgiunta da aspirazioni di tipo universalistico.

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Una delle iscrizioni cuneiformi di Persepoli: in alcune di esse il sovrano è investito del dovere di estendere i suoi domini su tutto il mondo abitato. (Wikipedia)

DAL PASSATO PIÙ REMOTO… – Cominciamo allora a vedere più nel dettaglio come, nella ricostruzione erodotea, Serse giustifichi l’intenzione di muovere guerra alla Grecia, articolando il suo discorso, lo ricordiamo, su piani temporali e spaziali via via più ampi e strettamente intrecciati. Si parte con la rievocazione del passato più remoto, ovvero con gli albori della dinastia achemenide e le conquiste di Ciro, Cambise e Dario I, predecessori di Serse. Rispetto ad essi quest’ultimo non vuole essere da meno in fatto di acquisizioni territoriali, e questo – e si tratta di un concetto di fondamentale importanza –  non per gloria personale ma per tenere fede ad un’usanza (vόμος, nomos: legge, usanza) che egli ha ereditato dalla tradizione dei padri e che si è imposta, sostiene il Gran Re, su ispirazione divina: tale usanza è quella in base alla quale i sovrani persiani non sono mai «stati fermi» (si intende, in fatto di conquiste territoriali) dopo aver ricevuto «questo impero dai Medi, dopo che Ciro ha abbattuto il potere di Astiage».

In altri termini, la spinta espansionistica dell’impero persiano, ma si potrebbe dire di qualsiasi impero, è l’elemento che più di ogni altro connota l’impero medesimo, un elemento di fondo che permane al dì là del succedersi dei singoli governanti, anche perché, lo si accennava, tale spinta è vissuta come un comandamento divino al quale è opportuno non sottrarsi. Non a caso infatti, nel suo dialogo tra gli Ateniesi e i Meli (Guerra del Peloponneso V, 84 ss.), Tucidide sintetizzerà l’attitudine imperialista dei primi attribuendo loro parole che riecheggiano da vicino quelle di Serse sull’ineluttabilità della pulsione al dominio e all’espansione: gli Ateniesi diranno infatti di non aver imposto loro la legge del più forte nei rapporti politici ma di averla ereditata, ed altri lo faranno dopo di loro, trattandosi di una legge di natura che esisterà in eterno.

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Il tumulo, ancor oggi visbile, in cui gli Ateniesi seppelirono i propri morti dopo la vittoria di Maratona. (Oleg Znamenskiy/Shutterstock)

Segue poi il ricordo di un passato più vicino al dibattito in corso a Susa, con il riferimento da parte di Serse agli eventi di quella che noi conosciamo come prima guerra persiana (499 – 490 a.C.): dalla rivolta delle città greche dell’Asia Minore sottoposte all’impero persiano alla sconfitta patita dall’esercito di Dario I contro gli Ateniesi a Maratona. Serse sottolinea per l’appunto il ruolo avuto in tutte quelle vicende da Atene, che da subito sostenne la rivolta ionica, ed è per questo che il sovrano palesa un esplicito proposito di vendetta contro quella città.

Ciò che a questo punto vale la pena di sottolineare è che la combinazione di passato remoto (l’espansionismo connaturato all’impero persiano) e passato prossimo (il comportamento di Atene e la volontà di vendetta nei suoi confronti) disegna, e si può dire che Erodoto sia il primo a farlo in un’opera storiografica, un sistema di cause alla base di un evento storico (nel nostro caso la spedizione persiana contro la Grecia del 480 – 479 a. C.). Soprattutto, tale sistema di cause è di fatto già articolato nelle due componenti che saranno poi classicamente e rigorosamente definite da Tucidide, ovvero in una causa occasionale, qui costituita dalla rappresaglia che Serse vuole mettere in atto contro Atene, e in una causa profonda, qui rappresentata da quella tradizionale pulsione all’espansione di cui si è detto e alla quale il Gran Re intende tenere fede.

… AL FUTURO PIÙ LONTANO Che la motivazione espansionistica sia effettivamente la vera base su cui poggia l’intero ragionamento che Erodoto attribuisce a Serse è dimostrato dalla parte conclusiva del discorso del sovrano. In questa sezione le parole del re sono tutte proiettate al futuro, che è al contempo un futuro prossimo e un futuro remoto. In particolare, se per il futuro prossimo si prevede la sicura sottomissione della Grecia, quindi in effetti non più della sola Atene, la prospettiva più lontana ma altrettanto certa è quella per cui, proseguendo nell’avanzata verso occidente, «[noi Persiani] renderemo la terra persiana confinante con l’etere di Zeus: il Sole non guarderà dall’alto nessuna terra confinante con la terra persiana».

Tra gli elementi da mettere a fuoco nelle parole di Serse appena citate vi è innanzitutto l’idea che al termine dell’espansione il dominio persiano confinerà con il cielo («l’etere di Zeus»): se si pone mente al fatto che allora si supponeva che la terra fosse un circolo piatto su cui era appoggiata la sfera celeste, si comprende come per Erodoto Serse abbia qui in mente di portare i confini dell’impero persiano a coincidere con quelli del mondo abitato, secondo una visione che appare chiaramente universalistica e, come si è già accennato, inscindibile dalle spinte espansionistiche di qualsiasi impero.

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Particolare del ritratto allegorico di Carlo V che riceve il dominio del mondo realizzato dal Parmigianino. (akg-images)

Una simile idea è espressa anche linguisticamente nel fatto che in queste parole di Serse l’impero persiano è indicato da Erodoto con l’espressione “la terra persiana” (γῆν τὴν Περσίδα: ghèn tèn Persìda) che è la “terra” per eccellenza, mentre i territori via via conquistate sono dette χώραι (chòrai: alla lettera “regioni”): tutto questo ha un’eco nel fatto che il termine dell’antica lingua persiana che più da vicino rende il concetto di “impero” è bumi, che a rigore significa proprio “terra”).  Infine, anche l’immagine del sole che non guarderà altra terra se non quella persiana farà da paradigma per altri imperi della storia, da quello di Carlo V nella prima metà del Cinquecento a quello della regina Vittoria a cavallo tra Ottocento e Novecento, sui quali, si sarebbe detto parafrasando forse inconsapevolmente il Serse di Erodoto, che non tramontava mai il sole.

Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

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