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La calata in Italia di Carlo VIII, re di Francia, è l’episodio che diede inizio, nel 1494, alle cosiddette guerre d’Italia. Fu un evento traumatico per la penisola, divisa in Stati di media e piccola grandezza e di varia forma istituzionale. In questa occasione il sistema interstatale italiano mostrò tutta la sua vulnerabilità davanti a un aggressore dotato di una superiore forza militare.

carlo viii italia 1494

L’Italia centro-settentrionale nel 1494. (William Shepherd, Historical Atlas, University of Texas, 1911).

GLI INTRIGHI DEL MORO – Il sistema di alleanze, basato su una politica di equilibrio tra le varie potenze italiane, dava segni di cedimento, ma tra i signori d’Italia circolava una fede approssimativa sulla sua tenuta: su questa certezza specularono coloro che promossero l’impresa francese: Ludovico il Moro a Milano ed Ercole d’Este a Ferrara. Le motivazioni che spinsero il primo ad agire sono molto complesse ed ebbero il loro fondamento nell’intenzione di mantenere Genova sottomessa a Milano con il benestare della Francia. Nell’allestirla il Moro ebbe un aiuto da suo cognato Ercole d’Este, interessato a una interessato a una decisiva affermazione della Lombardia sforzesca: questa avrebbe funto da scudo contro le mire espansionistiche di Venezia verso Ferrara.

Ma il gioco gli sfuggì di mano. Carlo VIII e i suoi consiglieri non si fecero raggirare dai loro fiancheggiatori italiani e, anzi, furono loro a dettare le modalità dell’impresa. Agli inizi del 1494, il re di Francia fece sapere non solo di voler organizzare una spedizione in italiana, ma di volerla persino condurre in prima persona. Carlo VIII non volle correre rischi e organizzò un esercito di dimensioni notevoli per atterrire l’avversario. La partenza subì un notevole ritardo perché il sovrano si volle tutelare dal punto di vista ecclesiologico, convincendo la chiesa di Francia che la conquista di Napoli sarebbe stata atto preliminare per una crociata volta a liberare Costantinopoli, e che il suo passaggio a Roma avrebbe sicuramente portato come conseguenza una riforma della Chiesa, oltre alla deposizione del discusso papa Alessandro VI Borgia.

L’INIZIO DELL’INVASIONE – Gli invasori valicarono le Alpi il 2 settembre 1494. Dando per buona una cifra approssimativa di 30mila uomini, re Carlo aveva un armata pari a circa tre volte quella che ognuna delle cinque potenze maggiori dell’Italia metteva solitamente in campo. Questo significava che nessuno poteva aspettarsi di resistere con le proprie forze all’invasore, ma che una coalizione a tre sarebbe stata sufficiente per bloccare la calata almeno fino all’inverno, quando la spedizione non avrebbe più potuto proseguire. Ma, venuto il momento di dover rispondere all’emergenza, le diffidenze tra gli Stati italiani accrebbero rendendo impossibile qualsiasi tipo di alleanza.

Un’estensione della politica d’equilibrio era sta quella di concepire la guerra come ultima risorsa per mantenere lo status quo, mirando piuttosto a difendere e a logorare l’avversario per farlo desistere, che non a batterlo in campo aperto per sottometterlo. La sicurezza verso questa tattica fu pressoché totale da parte dei signori italiani, che pensavano di gestire questa guerra come gestivano quelle tra di loro. Non avevano minimamente tenuto conto della poca disponibilità a trattare del francese, nonché della sua conoscenza della scarsa attitudine italiana alla guerra guerreggiata; quindi Carlo VIII, relegando la diplomazia in un angolò, agì con la piena intenzione di non fermarsi finché non avesse raggiunto il suo obiettivo.

Per mettere le cose in chiaro fin dall’inizio, su consiglio del re gli alti comandi francesi adottarono una politica spietata, pronta a far pentire amaramente chiunque avesse osato oppor loro resistenza. La prima occasione per mettere in pratica quella che di lì in poi sarà nota come furia franzese” si ebbe dopo il tentativo di un contingente napoletano di bloccare la strada ai franco-milanesi in Romagna. Tentativo superato più che agevolmente: in verità bastarono semplicemente le truppe milanesi per aver ragione di quelle napoletane; nonostante ciò, una volta sopraggiunti, i francesi decisero di dare una punizione esemplare. La cittadina prescelta fu quella di Mordano, rea di aver opposto resistenza locale: la popolazione fu totalmente massacrata, donne e bambini compresi. Lo scoraggiamento dilagò nelle truppe del Regno di Napoli in Romagna che, incerte sul da farsi, non osarono più cercare il contatto con il nemico.

carlo viii firenze

Francesco Granacci, Entrata di Carlo VIII a Firenze, 1518, Galleria degli Uffizi.

LA RESA INGLORIOSA DI FIRENZE – Risolta la questione in Romagna Carlo VIII poté puntare Sarzana, porta del dominio fiorentino della Toscana litoranea. Retta da un’imponente cinta di mura difensive in un’area saldamente protetta da un sistema di fortificazioni che arrivava fino a Livorno, era impensabile anche per un esercito di tale portata espugnare la città in tempi brevi. Non sarebbe stato possibile neanche con l’arma segreta che era stata portata dalla Francia. L’artiglieria pesante era all’epoca in fase embrionale: le bocche da fuoco utilizzavano palle di pietra ed erano composte da più pezzi metallici, messi insieme al momento dell’uso; erano lente a caricare, poco precise e soprattutto pericolose.

Per compiere l’impresa in Italia, Carlo VIII aveva bisogno di pezzi di artiglieria più piccoli e maneggevoli, con prestazione almeno equivalente a quelli già esistenti. La soluzione trovata dagli ingegneri francesi, con decisivo aiuto della tecnologia italiana, fu la fusione di un unico cilindro di bronzo, il cui fondo era parte costitutiva dell’insieme e non un pezzo aggiunto, che sparasse palle in ferro: ovvero il cannone. Arma i cui risultati andarono ben oltre le aspettative, e che fece così la sua prima comparsa nella storia bellica.

Come già detto, la spedizione francese doveva essere necessariamente priva di intoppi: il mantenimento di un esercito così numeroso in inverno sarebbe stato impossibile da sostenere, persino per le ingenti risorse del re di Francia – ma quello di Sarzana fu il primo e unico. Ancora una volta, i signori italiani erano certi che un simile stallo avrebbe decretato il fallimento dell’impresa; il Moro, soprattutto, si aspettava di entrare in scena in questo momento come mediatore tra le varie parti. Impossibilitato ad assediare la città per mancanza di tempo e risorse, Carlo VIII non volle cedere o fermarsi ugualmente: deciso di andar via dalla città quanto prima, volle almeno assicurarsi che essa non sarebbe stata usata dai suoi nemici come base per tagliargli i rifornimenti. Scelse un obiettivo facilmente prendibile come la città di Fivizzano, verso la quale scaricò tutto il fuoco della sua potente artiglieria senza dare a scampo a nessuno. I centri vicini, terrorizzati, si arresero subito per evitare la stessa sorte, ma ancora una volta i francesi non ebbero pietà e li massacrarono lo stesso. Il messaggio alle autorità della Repubblica fiorentina era chiaro: «aprite le porte ai francesi o preparatevi a venire massacrati».

Con ben poco onore e coraggio, il messaggio fu recepito e seguito da Piero de’ Medici: questi cedette tutte le fortezze da Sarzana a Livorno senza combattere, sperando così di venire risparmiato dalla furia francese. Questa paura non aveva alcun fondamento sul piano militare e sorprese tutti, soprattutto Ludovico il Moro. Egli si avvedeva solo ora che la calata del re di Francia avrebbe avuto un effetto devastante per la penisola: quindi si affrettò a tornare nei suoi domini, preoccupato che la devastazione potesse giungere anche alla sua porta.

Ma la mossa disonorevole di Piero de’ Medici provocò due conseguenze di inaspettata gravità: in primo luogo, la città di Pisa vide in questa debolezza l’occasione giusta per ribellarsi. Ma ancor più sorprendente fu la reazione della cittadinanza di Firenze che, inorridita dal gesto del suo signore, si sollevò esiliando sia lui che la sua famiglia. Questa svolta fu legata all’affermazione delle predicazioni di un frate domenicano, Girolamo Savonarola, che insieme ai suoi seguaci restaurò la Repubblica fiorentina (che per sessant’anni era stata praticamente una signoria dei Medici) per erigere una convivenza civile basata sull’esercizio collettivo delle virtù cristiane.

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Vittore Carpaccio, Ritratto di cavaliere, 1510, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid. Si ritiene che vi sia raffigurato Ferrandino d’Aragona.

ROMA E NAPOLI CADONO SENZA COLPO FERIRE – Nel mentre Carlo VIII, passata indenne la Toscana, entrò a novembre nell’alto Lazio: l’area era protetta dai due fratelli Orsini, al soldo del re di Napoli. Ancora una volta la paura degli alti comandi italiani (entrambi erano presenti in Romagna) ebbe la meglio sulla voglia di combattere. Gli Orsini fuggirono quindi in Umbria, trattando la resa per conto loro – come del resto fecero le altre famiglie di potenti nel Lazio – e lasciando agli invasori via libera fino al Regno di Napoli.

Il compito di difendere il Regno di Napoli fu affidato al primogenito del re Alfonso II, Ferrandino d’Aragona, che si mise in testa a un esercito di modeste dimensioni ma ben addestrato; partì così in direzione di Roma dal suo alleato Alessandro VI, con la speranza che la difesa a oltranza dell’Urbe avrebbe salvato il suo Paese dall’invasione. Preoccupata però dai pericoli in arrivo, la cittadinanza di Roma cominciò a protestare per i disagi che stava patendo, arrivando al punto in cui Ferrandino fu costretto ad andare via da Roma. Un’altra città cadeva in mano ai francesi senza che essi avessero avuto bisogno di combattere.

Giunto a Roma, diversi cardinali chiesero a Carlo VIII di deporre l’indegno pontefice, che nel frattempo si era rintanato dentro Castel Sant’Angelo sotto la minaccia dei cannoni francesi, ma anche in questo caso non ci fu bisogno di combattere. Un violento temporale provocò il crollo di un segmento delle muraglie di Castel Sant’Angelo: fatto che venne interpretato come un segno divino al punto da sconvolgere lo stesso pontefice, che di conseguenza si arrese. Il sovrano francese si affrettò a stringere un accordo con il papa che concedesse il libero passaggio degli invasori, ottenendo in cambio la sua conferma. La fretta aveva indotto il sire a non rischiare complicazioni sul piano ecclesiologico, in un momento in cui la vittoria sembra vicina.

Nel frattempo l’esercito napoletano, pur numericamente inferiore, avrebbe potuto tentare una tattica di disturbo e di contenimento dell’avanzata nemica, se solo avesse trovato un luogo abbastanza sicuro dove difendersi. Ma la possibilità era preclusa dalla politica di accentramento di potere dei sovrani aragonesi, ai danni di un baronaggio locale estremamente riottoso che solo a fatica avevano piegato all’ubbidienza. Infatti essi, memori dei torti subiti, non persero occasione per aizzare le popolazioni dei loro domini contro il re, non appena avuta notizia che il nemico aveva varcato i confini del regno. Disperato, Alfonso II abdicò in favore del figlio e fuggì dal regno, lasciando Ferrandino da solo a difendere Napoli senza neanche preoccuparsi di dargli le risorse necessarie per farlo.

Avanzando, Carlo VIII sconfisse i baroni e le comunità fedeli – in realtà poche – alla casa d’Aragona, massacrando chiunque non avesse trovato morte in combattimento. Nel mentre, Ferrandino aveva cercato di fare di Capua il punto di resistenza del suo esercito, ma anche qui la popolazione dispose altrimenti e, una volta tornato il re a Napoli, i capuani si sollevarono e chiamarono i francesi. Questo episodio segna la definitiva sconfitta dell’esercito napoletano, che non fu battuto in campo ma disperso e cacciato in seguito a questa sollevazione. La ribellione non risparmiò neanche Napoli. In abito da cerimonia, a simboleggiare che la sua era stata più una gita di piacere che una spedizione militare, Carlo VIII faceva il suo ingresso trionfale a Napoli il 22 febbraio.

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La fortezza di Sarzanello a Sarzana, oggi in provincia di La Spezia. (Samuele Silva)

LA CADUTA DI UN’ITALIA VIGLIACCA E INADEGUATA – Le entità statali italiane ne uscirono distrutte, incapaci non solo di porre una qualunque forma di resistenza al nemico, ma di aver creato entità statali stabili e forti, che raccogliessero il favore della gente, spingendo il popolo a prendere le armi e a unirsi contro l’invasore straniero. Nulla di tutto questo successe: uno a uno tutti i maggiori Stati della penisola, eccezion fatta per Venezia che si guardò bene dal partecipare, crollarono come castelli di carte. Non sotto i colpi di un esercito spietato quanto forte e moderno, ma dal fallimento delle loro stesse politiche, dall’incapacità degli alti comandi militari di concepire la guerra in altri termini rispetto a quelli da loro conosciuto, e dalle divisioni interne ed esterne.

L’Italia si era dimostrata una preda fin troppo facile, divisa com’era da una vetusta rete interstatale che non era in grado, sia per struttura che per effettiva volontà, di adattarsi alla nuova situazione europea. Questo fu evidente non solo al re di Francia, che riuscì in un’impresa che nessuno si sarebbe aspettato così facile, ma anche ai sovrani degli altri Stati europei, Spagna e Sacro Romano Impero, che da quel momento volsero anch’essi i loro occhi alla penisola; prologo di una stagione di guerre che si concluderà definitivamente nel 1559, segnando la perdita dell’autonomia politica e dell’indipendenza della regione fino ad allora più avanzata d’Europa.

In conclusione deve esser notato che, se i signori d’Italia non capirono o più probabilmente non vollero capire la situazione, essa venne invece pienamente compresa dal movimento umanista, nelle figure di Machiavelli e di Guicciardini, che invano cercarono di farsi ascoltare.

Fonti cartacee:

  • Marco Pellegrini, Le guerre d’Italia 1494-1530, Il Mulino, 2009.
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