Il linguaggio universale della semiotica

emoji semiotica
Emoji.

Sono mesi che non ho una conversazione vera con mio padre. L’afasia, occorsa senza preavviso, ci ha costretti entrambi a riconsiderare le nostre precedentemente efficienti dinamiche comunicative. È complesso parlarsi, soprattutto è complesso scriversi: il lessico basico che ci è concesso utilizzare, quello interpretabile dall’altro lato di WhatsApp, difficilmente riflette la varietà espressiva che dovrebbe incanalare. È curioso come le elaborazioni semantiche più sofisticate siano in questi casi presto rimpiazzate da altri linguaggi, dalle radici più antiche. La voce, per esempio, ha assunto un ruolo di estrema rilevanza, grazie alla praticità dei messaggi vocali; le interazioni più semplici, invece, hanno preso la forma di dialogo visuale: al posto della complessità di fonetica e semiotica è subentrata l’immediatezza delle emoji.

Nonostante i suoi limiti, infatti, pare che la sostituzione grafica dei fonemi sia una pratica soluzione a questo tipo di disabilità, tanto che un’applicazione creata recentemente, Samsung Wemogee, si propone di creare un ponte tra il paziente e i suoi affetti attraverso la traduzione visuale (concordata secondo istruzioni semplici) di 140 scambi verbali di ordine quotidiano in altrettante formule visuali.

semiotica cuore simbolo
Particolare del Romain de la Poire di Thibaut, ca. XIII sec. Per la prima volta nella storia, il dono del cuore simboleggia la promessa d’amore.

Sapresti riconoscere un cuore?

SL’immediatezza dell’immagine rispetto alla parola sembrerebbe un concetto evidente, ma occorre apprezzarne le implicazioni, partendo se vogliamo dall’assunto che il linguaggio grafico è inesistente in natura. Il “disegno”, inteso come rappresentazione attraverso linee di contorno, è una pratica astratta che approssima la plasticità sensoriale. In quanto tale, ha un’attinenza debole con la realtà. L’ubiqua rappresentazione grafica del cuore (🖤), ad esempio, presente in ben 23 delle emoji che utilizziamo oggigiorno, nulla ha a che vedere con il vero organo umano, ma ha origini antiche quanto lo studio della sua anatomia: nel mondo greco era raffigurata in questo modo la foglia della vite, gli etruschi vi riconoscevano l’edera e i Buddhisti il simbolo dell’illuminazione; in seguito, la perdita del sapere anatomico greco portò all’accettazione di descrizioni mediche arbitrarie (basate sulla superata medicina umorale) tra cui quella del medico Galeno, che descrisse il cuore proprio come una foglia di vite rovesciata, dalla forma conica. Rappresentato nel Romain de la Poire e successivamente nella Cappella degli Scrovegni da Giotto, nonché popolarizzato dalla diffusione delle carte da gioco francesi, il simbolo si è reso convenzione nella semiotica, entrando a far parte di un linguaggio visuale condiviso a livello globale.

Quello del cuore non è l’unico caso di simbologia irrelata alla realtà: basti pensare alla stella a cinque punte, presente in più di sessanta bandiere nazionali, attualmente sinonimo di eccellenza, classe, unicità; emblema dell’aldilà nel mondo egizio e successivamente simbolo identificativo della scuola pitagorica, il pentagramma non ricalca alcuna caratteristica di una stella reale almeno fino all’invenzione dei moderni telescopi, attraverso le cui lenti la diffrazione genera i cosiddetti “raggi” che utilizziamo oggi per rappresentare gli astri. Ad ogni modo una rappresentazione arbitraria, se pensiamo che le lenti di Hubble mostrano 4 cuspidi, e quelle del nuovo James Webb Space Telescope ne mostreranno 6. Le cinque punte potrebbero essere solo una convenzione dettata dalla forma del disegno, vagamente antropomorfa, o dalla semplicità con la quale lo si può tracciare senza staccare lo strumento dal supporto.

semiotica bouba kiki
L’effetto bouba/kiki. (Wikipedia)

Per non saper né leggere né scrivere

PSe dunque, come abbiamo visto, i simboli grafici sono frutto di una sintesi evolutiva, arbitrariamente acquisita secondo l’umanamente convenuta semiotica, come si spiega il ricorso ad essi anche in persone che hanno perso l’uso di aree deputate all’interpretazione del linguaggio? Non dovrebbe la perdita dell’astrazione verbale compromettere anche quella dell’astrazione grafica? Non è forse la parola “cuore” un grafema riconoscibile per la sua forma, composto da cinque segni di semi-arbitraria concezione, proprio come quello del cuore moderno?

Facciamo un passo indietro: in uno studio di John M. Kennedy dal titolo Come disegnano i ciechi (1997), il ricercatore riassume una serie di esperimenti condotti con individui ciechi dalla nascita o dai primi anni di vita, volti a dimostrare l’universalità dei procedimenti di rappresentazione grafica e, in un certo senso, di interpretazione semiotica non acquisita con l’esperienza. In particolare, due di questi ci aiutano a comprendere il rapporto di favore che abbiamo con il disegno rispetto alla scrittura.

Nel primo esperimento Kennedy, stupito da un disegno di un cuore attorno a una culla fatto da Kathy, una bambina cieca di tre anni, investiga sulla possibilità di un accordo oggettivo sui significati astratti delle forme geometriche. Fornisce ai soggetti, vedenti e non, dei concetti opposti (soffice/duro, madre/padre, leggero/pesante etc.) e chiede di metterli in relazione univoca con la coppia cerchio/quadrato. La concordanza di attribuzione tra vedenti e non vedenti è altissima (es. tutti concordano che un cerchio sia soffice e un quadrato duro), lasciando concludere che l’interpretazione semiotica di queste forme non dipenda dall’esperienza visiva.

Chiaramente, forme più complesse danno risultati di concordanza sempre minore, e il disegno di un cuore è più semplice del grafema “c+u+o+r+e”. È rinomato, a questo proposito, l’esperimento bouba/kiki, nel quale lo psicologo Wolfgang Köhler chiedeva di attribuire queste due parole a una forma con estremità tondeggianti e ad una con cuspidi appuntite. Come potete immaginare, la quasi totalità degli interrogati risultò in accordo, a prescindere da linguaggio o cultura di base.

prospettiva semiotica
La visione prospettica per eccellenza. Anonimo, “Città ideale”, 1470-75 circa, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino.

Capacità incredibilmente innate

Il secondo esperimento riguarda la rappresentazione dello spazio. Stupisce constatare come, nei disegni ivi presentati, i ciechi dalla nascita disegnino rispettando la legge prospettica secondo la quale un oggetto più lontano sottende un angolo minore, e quindi venga raffigurato di dimensioni differenti da quello in primo piano. A un primo ascolto, potrà non sembrare una scoperta rilevante, ma ricordiamoci che stiamo parlando di individui che non hanno mai avuto la percezione della distanza dal sole o del parallelismo dell’orizzonte, e per i quali una linea retta può essere esperita solo seguendone il percorso fisicamente, quindi non considerandone l’angolazione, ovvero la direzione relativa. Eppure anche essi sembrano essere dotati di un “sensore” istintivo che li porta a costruire (immaginare) lo spazio visivo attorno ad essi come un modello tridimensionale, utilizzando gli stessi metodi di proiezione bidimensionale dei vedenti al momento di rappresentarlo.

Ciò che questi esperimenti evidenziano è una sussistenza della rappresentazione grafica anche in assenza dell’esposizione “semiotica” a essa. Questa sorpassa in termini di agevolezza la lingua parlata perché non ricorre al passaggio per il fonema interiore, piuttosto presenta direttamente un simbolo che identifica l’oggetto attraverso alcune sue qualità “oggettive”. Un esempio della sofisticazione che la lingua scritta necessita per essere interpretata ci viene dai secoli del Medioevo, periodo in cui solo pochi uomini, facenti parte comunque di una classe sociale erudita, possedevano la stupefacente capacità dell’endolalia, ovvero il saper leggere senza avere la necessità di ripetere i grafemi ad alta voce, scandendo le lettere.

Alla luce di questi fatti, il linguaggio parlato (e conseguentemente la scrittura e la tipografía) non possono che apparirci come meravigliose e complesse invenzioni, la cui evoluzione millenaria ha portato l’uomo dall’ambiguità dell’interpretazione visiva alla vera e propria traduzione fonetica; un miracolo grafico che, quando disconosciuto, ci impedisce di comprendere gli altri individui e il mondo che ci circonda.

Se è stato possibile originare una tale sovrastruttura, però, è soprattutto perché, come esseri umani, condividiamo l’interpretazione semiotica di diversi valori naturali: le forme, i colori, le proporzioni, è tutto parte di ciò che ci unisce e definisce il nostro pensiero comune, al di là di ogni soggettività.

Dopo la stesura di questo articolo, Samsung Wemogee è stata definitivamente eliminata dagli App Store, lasciando un vuoto da colmare nel panorama delle applicazioni digitali con scopi terapeutici. Solo in Italia, le persone colte da afasia sono più di 150mila, ed è per rendere di nuovo accessibile il mondo digitale a questi ultimi, che occorre creare strumenti di traduzione visiva efficaci. Il parco emoji che possediamo non risponde alle reali esigenze comunicative, piuttosto funge da nuova punteggiatura emotiva, inadatta a formulare una sintassi corretta anche per frasi di quotidiana utilità. La speranza è che questo nuovo linguaggio si amplii, considerando le necessità dei diversamente abili (come ha considerato, a grande richiesta e giustamente, quelle interrazziali) ma che possa diventare uno standard per la comunicazione digitale negli individui affetti da disturbi del linguaggio.

Sono laureato in Graphic Design e specializzato in Editoria e Tipografia digitale. Come scrittore, il mio impegno consiste nel ricercare le cause sociali che determinano lo sviluppo di nuove tendenze nell'arte e nel design contemporanei.

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