Digita per cercare

In un mondo oggi abitato da quasi otto miliardi di persone, secondo gli studi più recenti, esistono circa tra le seimila e le novemila lingue. È difficile dare un numero più accurato perché le lingue, proprio come le persone che le parlano, nascono, vivono e muoiono. Tutte queste lingue condividono qualcosa di molto profondo, una radice che le lega nella storia più lontana, quando l’uomo non conosceva ancora la civiltà come è intesa oggi, quando la cultura era rudimentale e la scrittura non esisteva.

Svariati campi della scienza delle lingue, dalla linguistica geografica, a quella storica, e ancora alla paleontologia linguistica, sono serviti a ricostruire l’origine del linguaggio verbale e hanno stabilito un legame cronologico tra le lingue definite “indoeuropee”, parlate dalle antiche popolazioni di barbari, e le lingue ancora oggi parlate in cinque continenti.

SASSETTI IN INDIA E LE PRIME INTUIZIONI – Si pensa che la patria originaria dei popoli indoeuropei, la cui esistenza è databile tra il 5000 – 4500 a.C., sia collocabile nei territori tra il Mar Nero e il Mar Caspio. Nel V secolo a.C., questi pastori e agricoltori nomadi arrivarono a toccare buona parte dei territori europei e asiatici, fino a insediarsi tra il 3500 e il 3000 in Iran e Anatolia, poi in Grecia, Egitto e persino in Palestina – anche se in questi ultimi tre territori la loro lingua attecchì solo limitatamente. Possiamo ben dire che l’Europa di oggi sia il risultato di un processo di ibridazione e mescolanza di razze, lingue e culture protostoriche, senza contare quelle che si aggiunsero in era storica.

Già prima dell’inizio dell’età d’oro della linguistica storica (1800), l’italiano Tommaso Sassetti diede nel Cinquecento il primo grande contributo scientifico alla disciplina, forse senza neanche rendersene conto. Sassetti partì per l’India per dirigere il commercio del pepe per conto di un mercante portoghese. In questa occasione ebbe modo di rendersi conto delle forti somiglianze tra le lingue di sua conoscenza, lasciando alcuni scritti al riguardo.

Dimostrò, per esempio, le somiglianze nella categoria dei numerali. Ad eccezione del numero “uno”, che ricopre una funzione grammaticale diversa, gli fu evidente la somiglianza dell’italiano con altre lingue. Solo per fare un esempio, per il numero “due” abbiamo duo in latino, δυο in greco e dva in sanscrito, ed è oggi un dato sistematicamente certo che la “O” del latino abbia avuto come esito l’adozione della “A” in sanscrito. Dovettero passare tre secoli perché alle intuizioni di Sassetti fossero riconosciute le meritate attenzioni da parte degli studiosi: questi si arresero infine all’idea che le somiglianze non fossero semplici coincidenze ma fatti sistematici, regolari.

Siamo nel XVI secolo quando i linguisti si concentrarono sulla comparazione delle parole simili tra lingue diverse adottando il concetto di parentela linguistica. Abbiamo così per “padre” il latino pater, il greco πατηρ [patir] e il sanscrito pitar(r); per “madre”, mater in latino, ματηρ [matir] in greco e mātā(r); per “fratello”, frater, φρατηρ [fratir] e bhrata(r).

albero lingue indoeuropee

Albero genealogico delle lingue indoeuropee a partire dal proto-indoeuropeo (helloworld.it)

LE PROVE DELLA DISCENDENZA E GLI SVILUPPI SCIENTIFICI – Nel 1786, lo studioso Jones affermò con certezza l’esistenza della parentela tra le lingue indoeuropee, cioè di tutti quegli idiomi che si erano sviluppati a partire dal primo popolo nomade che con i suoi spostamenti aveva toccato l’Oriente e i territori europei dell’Occidente. Iniziano ora, ufficialmente, l’ipotesi indoeuropea e la ricostruzione tramite il lavoro degli studiosi di linguistica storica e comparativa delle radici di alcune delle lingue dall’origine già certa. I risultati di questi studi portarono alla luce non solo una somiglianza nel lessico, ma anche nel sistema grammaticale tutto, ovviando finalmente la certezza di una discendenza comune.

Per indagare in modo scientifico l’origine di queste radici comuni, si sviluppò nel corso dell’Ottocento il ramo di studio della geografia linguistica, che partì dalla prima rozza idea che la lingua, in quanto organismo a sé stante, sia indipendente dai parlanti e dallo spazio in cui essa si muove. Idea velocemente superata con gli studi successivi e in particolare con Schmidt, il primo a pensare la lingua come un elemento sociale che si modifica nello spazio e nel tempo come conseguenza del naturale uso da parte dei protagonisti principali: i parlanti.

Schimdt, con la sua “teoria delle onde”, è riuscito a dare una spiegazione a quei tratti linguistici comuni che si erano già visti in diverse lingue parlate in aree vicine o che avevano subito degli influssi esterni; per farlo si è servito della metafora del sasso che viene lanciato su una superficie di acqua piatta. L’acqua (lo spazio linguistico), ricevendo il colpo del sasso (l’influsso linguistico), crea dei cerchi concentrici che sono più definiti in prossimità dell’area colpita dal sasso e via via più deboli nei punti più lontani.

Questa teoria rese chiaro come non bastasse classificare le lingue in compartimenti stagni, ma che fosse invece fondamentale prendere in considerazione gli usi che i parlanti hanno nello spazio linguistico attraverso cui una lingua si espande. La teoria si rese inoltre utile per i successivi studi di ricostruzione linguistica, che oggi tengono conto della distanza tra le due aree linguistiche prese in esame e quindi delle differenze più o meno importanti che si verificano.

Teoria delle onde di Schimdt: la distanza spaziale tra aree linguistiche viene ritenuto un requisito per studiare l’evoluzione delle lingue.

IL METODO COMPARATIVO – Due grandi studiosi di linguistica comparativa, Bopp Rask, applicarono il metodo comparativo per poter stabilire l’origine, la datazione e lo sviluppo di una lingua a seconda dei suoi elementi peculiari e in comune con un’altra che viene presa a confronto: ciò secondo considerazioni geografiche, antropologiche e storiche e servendosi di tre parametri puramente linguistici: la fonologia, la morfologia e il lessico.

Nella ricostruzione fonologica rientrano tutte quelle regole e leggi fonetiche, elaborate nel tempo, che hanno raggruppato le somiglianze e le evoluzioni dei suoni. Quindi, se anche non si riuscisse a vedere a livello superficiale la somiglianza di una parola con un’altra, che sappiamo però far parte della stessa famiglia, dovremmo tenere conto delle regole di corrispondenza ricostruite per verificare se esista un’origine comune in un livello sottostante..

Per esempio, la parola armena erku non ha apparentemente niente a che fare con la parola russa dva, eppure le regole di corrispondenza ci danno una risposta diversa: la “o” dell’indoeuropeo produce sistematicamente “u” in armeno e a nelle lingue slave e duw- indoeuropeo dà dv- in russo e erk- in armeno.

Per quanto riguarda la morfologia, la ricostruzione è aiutata dalla natura flessionale di alcune lingue, soprattutto dell’area europea, dove per flessionale si intende la modifica interna o esterna che la parola assume quando ricopre un ruolo grammaticale del tipo “io amo, tu ami”.

Un esempio efficace per capire la vasta estensione delle radici morfologiche indoeuropee è quello del verbo “andare” ricostruito con la radice *eiti “egli va”, *iy-onti “essi vanno”, che nel sanscrito diventa éti, yanti; in greco attico eisi, iasi; in latino it, eunt e in lituano con il solo singolare eiti.

[* la parola preceduta da un asterisco indica che la radice non è scientificamente accertata]

Franz Bopp, fondatore della scienza indoeuropeistica e del metodo comparativo.

LE LINGUE INDOEUROPEE OGGI – Ci si renderà conto che le differenze tra le lingue siano oggi più forti che in passato, e probabilmente lo saranno ancora di più nel futuro, a causa degli influssi esterni. Nel corso del tempo, alle radici si sono sovrapposte altri sistemi morfologici e nuove parole che hanno rimpiazzato il lessico indigeno. Casi di forte modificazione linguistica sotto influssi esterni comprendono l’inglese, che presenta elementi latini ma anche germanici – due lingue che appartengono a rami diversi, quello italico e quello germanico – e lo tzigano armeno, che ha conservato la morfologia e la fonetica armena ma ha adottato il vocabolario tzigano.

Gran parte delle lingue europee parlate oggi fa parte del gruppo indoeuropeo, insieme ad altre 425 lingue, anche se non si escludono radici comuni in altri rami, tra cui quello afroasiatico con le lingue semitiche, soprattutto arabo e ebraico. Il latino, l’italiano, insieme allo spagnolo, al francese e insieme ai dialetti che ne risultano fanno parte del ramo italico della famiglia indoeuropea. Non è sorprendente rendersi conto della vicinanza linguistica tra queste lingue, eppure le somiglianze vanno ben oltre il confine europeo.

lingue indoeuropee

Classificazione delle famiglie linguistiche. Il 45% della superficie terrestre parla una lingua indoeuropea. In verde chiaro, la copertura delle lingue indoeuropee. (CC BY-SA 3.0)

Ecco alcuni esempi che possono dimostrare quanto noi, vicini discendenti della nobile lingua latina, abbiamo in comune, per esempio, con gli antichi indiani orientali:

Radice:

*h₂ég-ro-

campo

latino ager e oggi in italiano agricolo, agreste, tedesco Acker, greco antico agrós, armeno art, sanscrito ájraḥ

[h2 è una laringale il cui suono è ricostruito come ‘A’]

*bʰardʰ-eh₂-

barba

lat. barba, gallese barf, ingl. beard, lituano barzdà, russo borodá

[bʰ e dʰ sono suoni semi-aspirati che persono questo tratto negli esiti delle varie lingue]

*diw

Dio

Lat. divinus e deus , germanico *tiu, sanscr. deva देव

[w ha come esiti nell’area occidentale una U e nell’area orientale una A]

*kmtom-

cento

Lat. centum, ingl. hundred*, greco ἑκατόν (hekaton)

[Nelle lingue germaniche K diventa H e T in posizione interconsonantica diventa D]

Le tesi su cui finora si sono concentrati gli studi riguardano la ricostruzione linguistica del ceppo indoeuropeo, con particolare interesse per l’area latina e quella germanica, un po’ perché è l’Europa il cuore degli studi di linguistica e un po’ perché il latino, che di tratti proto-indoeuropei ne conserva tanti, ha un ruolo imponente nella storia della cultura occidentale.

Oggi la linguistica storica e comparativa ha un forte interesse nello studio di due linee di ricerca parallele: una è la ricerca dell’origine di una lingua precedente a quella proto-indoeuropea, che prende il nome di lingua nostratica ma di cui ancora oggi si sa ben poco, se non che alcune radici ricostruite dagli studiosi combaciano con quelle indoeuropee, ma anche con quelle del gruppo proto-afroasiatico e proto-semitico; l’altra è la ricerca, la registrazione e la conservazione delle lingue in via d’estinzione. In questo caso la ricerca linguistica assume quasi una funzione politica e antropologica. È il caso di lingue che contano poche centinaia di parlanti, come quelle delle zone terrestri più isolate, delle tribù africane o delle popolazioni indigene minacciate dalle invasioni delle società del mondo civile.

Sminuire l’importanza di una lingua solo perché è poco diffusa è un concetto inesistente nel mondo delle scienze linguistiche; anche perché, analogamente al passato, se nessuno si fosse interessato alle lingue remote e lontane da noi, oggi non sapremmo riconoscere la ricchezza* delle nostre lingue. Per dirla con le parole di V. M. Illic Svitic, studioso di nostratico, «La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati. Ma coloro che hanno paura delle acque profonde non potranno mai raggiungerla.»

*sanscrito râg’an, latino ricus, francese riche, spagnolo e portoghese rico, provenzale ric, celto rig, alto tedesco richi, gotico reicks, inglese rich, scandinavo rîchr.

Fonti cartacee:

  • F. Villar, Gli indoeuropei e l’origine dell’Europa, Il Mulino, 2008
  • A. Meillet, Il metodo comparativo in linguistica storica, Edizioni del Prisma, 2001
Tag

Vuoi dire la tua?