Falsi miti e luoghi comuni sul Medioevo

Falsi miti e luoghi comuni sul Medioevo
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Stretto tra i fasti dell’età antica e l’idea di progresso insita in quella moderna, il medioevo è, fin da quando è stato definito in questo modo, uno dei periodi storici più maltrattati e misconosciuti della storia umana.

Contenitore di luoghi comuni, evoca nel linguaggio odierno un immaginario di decadenza della società sotto ogni suo aspetto, tanto che oggi si usa l’aggettivo medievale in maniera dispregiativa per indicare comportamenti retrogradi, non in linea con la nostra moralità. A poco o nulla è valsa la ricerca degli storici medievalisti, il mondo non sembra essere interessato al medioevo per quel che è stato realmente. Vuole continuare a immaginarlo da un lato come un periodo dominato dal misticismo, da una Chiesa potente e corrotta, da signori senza scrupoli che comandavano a proprio piacimento un mondo senza leggi, flagellato dalla fame e dalle pestilenze.

D’altro canto vi è anche una visione positiva che, volendo rivalutarlo, ricorda i tornei, lo spirito cavalleresco, i principi magnanimi, l’immaginario fiabesco ma soprattutto lo vede come la premessa per tutto ciò che ci sarà di “positivo” nell’era moderno.

carlo magno medioevo
Raffaello Sanzio, Incoronazione di Carlo Magno, Musei Vaticani.

Il termine “Medioevo”

Cerchiamo ora di fare un po’ di chiarezza partendo proprio da questo nome: Medioevo. La riscoperta e lo studio dei classici da parte degli umanisti italiani del XIV e XV secolo aveva fatto crescere in loro la consapevolezza o, meglio, l’idea che a dividere il tempo in cui furono scritti quei testi dal loro presente fosse passata un intera epoca.

Fu così che cominciarono a definire come un’età di mezzo questo lungo lasso di tempo, che va dalla caduta dell’impero romano d’Occidente (476) al XV secolo (la data della fine del medioevo cambia a seconda della storiografia che si prende per riferimento, per noi è la scoperta dell’America, per gli spagnoli è la presa di Granada e così via). Stretto tra la magnificenza dei tempi antichi e la rinascita di essi (sempre secondo il punto di vista degli umanisti), a questo intero millennio non venne riconosciuto alcun valore né merito.

Periodizzare è però un’operazione culturale che noi compiamo per cercare di mettere ordine, per comprendere la storia, ma che all’atto pratico non ha alcun valore effettivo. Gli eventi non avvengono ovunque con le stesse modalità e le stesse tempistiche, non sono segnati da un processo lineare di progresso che porta naturalmente gli umani a migliorare se stessi, l’ambiente e la società in cui vivono.

La visione che gli umanisti ebbero dei mille anni appena trascorsi risentiva della cosiddetta crisi del Trecento, secolo effettivamente infestato da carestie e da un epidemia di peste talmente violenta da sterminare un terzo della popolazione europea, e che ovviamente mise in ginocchio l’intero continente. Essi semplicemente pensarono che i terrificanti eventi del passato più prossimo a loro avessero caratterizzato tutto il periodo che gli separava dagli antichi. Lo stesso inizio che vi diedero fu quello che loro consideravano il più drammatico possibile: la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente.

Non scontro tra europei, ma infanzia dell’Europa

Il medioevo durò mille anni ed è assolutamente impensabile credere che essi furono tutti uguali tra loro, si può al più trovare una qualche coerenza nel suo periodo centrale (quello che va dall’espansione dei franchi alla nascita dei comuni) inteso come infanzia dell’Europa. Questo termine è talmente vago che permane tra gli storici solamente come consuetudine, essendo ormai troppo radicato nella cultura generale per essere cancellato.

Sul piano culturale le cose si complicano. Come già detto, gli umanisti non diedero alcun valore a quell’incontro etnico tra il mondo germanico e il mondo latino che avvenne durante i secoli tardo-antichi, ma saranno gli illuministi a plasmare il medioevo nella forma che noi conosciamo, come origine di qualsiasi bruttura fosse presente nella società precedente alla Rivoluzione francese, senza sapere che l’origine di molte delle ingiustizie che combattevano, compreso lo Stato d’antico regime, si erano sviluppate nel Cinquecento e nel Seicento, ovvero in quei secoli che chiamavano moderni.

Durante l’Ottocento invece si avrà una completa rivalutazione del millennio medievale. Il secolo della Restaurazione, del movimento romantico e della scoperta delle identità nazionali valorizzerà tutti quegli aspetti, fino ad allora ritenuti negativi: non più superstizione ma magia, non frazionamento anarchico della struttura statale romana ma nascita delle nazioni (autentiche o inventate che fossero). In questa fase si distinsero i tedeschi, che esaltarono la purezza dello spirito germanico delle popolazioni barbariche, corrotto dall’immoralità dei costumi latini. Essi fecero risalire le origini dell’idea di Europa al medioevo, ed essendo esso essenzialmente germanico, l’Europa dunque non poteva che essere una creazione tedesca.

Questo ragionamento è chiaramente una reazione alle storiografie latine, come l’umanesimo italiano o l’illuminismo francese, che invece hanno dato una visione diametralmente opposta, in una competizione nazionalistica che di storico ha ben poco.

L’Europa, però, non è un’idea né latina né germanica. I primi secoli del medioevo non videro uno scontro culturale tra queste etnie, in cui una prevalse sull’altra. Quello che accadde fu l‘incontro fra due culture che, costrette a convivere, cominciarono a integrarsi tra di loro. Le popolazioni germaniche entrarono in contatto con concetti a loro estranei come quello di latifondo e di città; quelle latine assorbirono invece modelli di preminenza sociale basati sul prestigio delle armi, al valore del combattimento e alla capacità di comando militare.

L’Europa sarà infatti la creazione della popolazione dove questa integrazione riuscì meglio: il regno dei Franchi sotto la dinastia carolingia. Si formò un ceto dirigente culturalmente misto (a seconda delle aree vi era la preminenza della cultura latina o germanica) ma etnicamente molto più omogeneo fino al punto da non poter più distinguere le famiglie gallo-romane da quelle franche. Questa preminenza dei Franchi non va però esaltata.

L’incoronazione a imperatore di Carlo Magno del 800 sarà un evento ricchissimo di significati, per lo più simbolici e propagandistici. Essa non segna la nascita di un impero, il titolo fu più un omaggio alla persona che aveva unificato e convertito con la forza l’Europa al cristianesimo. Quella d’impero sarà una realtà astratta, simbolo della voglia dei carolingi di considerarsi eredi dei romani (si ricordi però che l’Impero romano d’Oriente esisteva ancora) e non avrà invece effetti concreti.

Il termine “feudalesimo” non esisteva – e nemmeno lo ius primae noctis

Dalla struttura statale carolingia, nasce uno delle etichette più conosciute, ma anche più forvianti di questa era: il feudalesimo (parola che nessuno usò mai durante il medioevo). Il termine viene da feudo, che in lingua germanica significava semplicemente oggetto prezioso e che con il tempo assunse il significato di dono obbligante, ovvero come qualcosa che si offre per ottenere in cambio la fedeltà.

Esso dunque si riferisce esclusivamente a ciò che il vassallo riceveva (in uso precario e non in proprietà) in cambio della sua fedeltà: all’inizio poteva essere qualunque cosa fino poi a diventare quasi sempre concessione di terra, che era il bene per eccellenza in un’economia scarsamente monetizzata. Uno dei luoghi comuni sul medioevo è proprio quello di un’età dove sparisce il commercio a lungo raggio e si ritorna al baratto, sebbene nulla di tutto questo successe, bensì si ridussero soltanto i volumi degli scambi.

Quella di considerare le prestazioni dei contadini; i dazi per utilizzare ponti, mulini, strade ecc; i censi signorili e la servitù come diritti feudali è un idea che nasce durante l’illuminismo perché, come i documenti dei rivoluzionari ci dimostrano, essi erano ormai talmente associati al feudo da risultare come parti dell’accordo per esso. L’errore di pensatori del calibro di Montesquieu, Adam Smith e Karl Marx nel commentare la società di antico regime, fu proprio quello di non capire che ciò che si presentava innanzi a loro era la fase finale di un processo che andava avanti da praticamente un millennio e che ormai poco o nulla a che fare con la sua forma originale.

Da questo immaginario nasce il falso storico dello ius primae noctis: il diritto del signorotto locale di andare a letto con le contadine del suo feudo il giorno prima delle loro nozze. Talmente fantasioso e privo di logica che non si riesce neanche a capire bene da dove possa provenire questo mito.

clermont medioevo
Omaggio del conte Clermont-en-Beauvaisis. manoscritto francese del 1375/76.

Quello che si definisce feudalesimo è un insieme di forme di potere e di dipendenza (il sistema vassallo, valvassore e valvassino non è mai esistito) talmente variegato nelle sue forme che ha solo l’effetto di generare confusione sul suo vero significato e sul perché venne adottato dai sovrani alto-medievali. Essi invece rispondevano alla necessità di controllare porzioni di territorio in un momento storico in cui le vie di comunicazione erano scarse, le monete erano poche e dunque serviva un modo per assicurare la fedeltà dei signori più potenti. Non rese inutile la forma statale, anzi, seppur frazionandola, la salvò dal suo tracollo.

L’idea di oscurantismo e il ruolo del papa

Sugli argomenti ecclesiastico-religiosi si sono costruite molte indebite correlazioni: fra il medioevo e l’idea di potenza di una chiesa oscurantista e oppressiva (sempre da parte dell’Illuminismo); fra il medioevo e i livelli massimi di spiritualità da parte di una cultura cattolica contemporanea che ha la tendenza di classificare come “eccezioni” o “crisi” tutti quei comportamenti medievali non consoni alla propria sensibilità religiosa. La cultura contemporanea, forte di queste suggestioni, ha un’immagine omogenea di “medioevo cristiano” e tende a ignorare invece la pluralità di fedi e cristianesimi presenti nella società medievale.

Molte sono le rettifiche che si possono fare alla cultura generale sui luoghi comuni della chiesa medievale. Per cominciare, occorre ricordare che solo dopo il XII secolo il papa risulta essere il capo assoluto della Chiesa cattolica. In precedenza era soltanto il vescovo di Roma e aveva solo un primato d’onore (il diritto cioè all’ultima parola sulle questioni teologiche) ma non governava la Chiesa. Le sedi vescovili erano sovrane e potevano assumere decisioni difformi da quelle di Roma o di altre sede vescovili, rendendo la vita dei cristiani, almeno fino al maturo XI secolo, diversa da regione a regione.

Solo con il papato di Gregorio VII avvenne la “riforma” della chiesa, che la trasformò in una Chiesa accentrata e monarchica, con i vescovi posti sotto la dipendenza di Roma. Essa fu la risposta a nuove concezioni della vita religiosa e dell’organizzazione ecclesiastica. La vendita delle cariche ecclesiastiche e il celibato dei preti (pratiche che la riforma contrastò) non erano forme di devianza di un clero corrotto, ma pratiche relativamente normali.

Urna di San Gregorio VII, Duomo di Salerno.

La profonda relazione che ci fu tra amministrazione civile e amministrazione ecclesiastica ebbe inizio nel VI secolo. Era consuetudine per i re di intervenire nelle elezioni episcopali: in questo modo si assicuravano la presenza di propri uomini di fiducia. Questi vescovi aristocratici erano ovviamente molto vicini al potere regio e di sicura fedeltà. Dunque si poteva tollerare che nelle aree dove erano egemoni l’ordine pubblico si interrompesse e il potere dei conti fosse limitato. Questa esenzione così radicale era definita immunità quando diventava ufficiale. Essa però non aveva alcun legame con la dimensione “feudale”. Pur potendo amministrare la giustizia e le armi, le immunità non nascevano da alcun giuramento verso il sovrano. I vescovi non erano ufficiali regi, non dovevano riferire del loro operato come i conti; semplicemente al re faceva comodo avere figure che frazionassero il potere dei conti, con interessi comuni ai propri e soprattutto non ereditarie; alla morte del vescovo potevano far eleggere un altra persona di fiducia.

Per quanto riguarda i monaci: essi si preoccuparono molto meno della società di quanto una lettura più umanitario-assistenziale della pratica religiosa ci potrebbe far pensare. Praticavano il lavoro solo come condizione indispensabile alla preghiera, non credevano a una funzione purificatrice della pratica manuale. I monasteri manifestavano la loro funzione sociale più attiva come centri d’assistenza per i pellegrini e viandanti di ogni livello. Fondati da famiglie aristocratiche, essi erano anche centri ambiziosi di dominio (si prenda come esempio l’abbazia di Cluny); in antagonismo con il potere dei vescovi e schierati con il papa; chiusi alle interferenze interne, che preferivano la ricchezza rispetto alla frugalità. Quest’ultimo argomento non deve essere inteso come una forma di devianza, la sua ostentazione serviva come prova della loro attendibilità morale e rigore spirituale che gli avevano consentito di attirare molte donazioni.

È dal XII secolo che i monasteri vennero criticati per la loro opulenza e il loro potere, chiedendo invece un maggiore impegno assistenziale o una maggiore astensione dalla ricchezza e dal potere. Ancora una volta non si tratta di voler riportare qualcosa a una purezza originale che non c’è mai stata, ma di riformarla secondo la sensibilità del momento.

Un millennio tra campagna e città

Quello medievale fu un mondo prettamente rurale; tuttavia il prestigio delle sedi urbane, contrariamente a quanto si penserebbe, rimase forte anche durante il medioevo. Esse ereditarono la loro centralità dal mondo antico, erano comunque il centro delle attività dei ceti mercantili e finanziari. Erano la sede del vescovo che vi risiedeva, come anche dei duchi longobardi e dei conti franchi; qui si insediarono le dinastie principesche e signorili di età post-carolingia. Nelle città nacquero le prime importanti scuole religiose e successivamente le università. I grandi latifondi e il potere delle armi dettavano legge, ma sempre usando sempre le città come punti di riferimento.

Federico Barbarossa e Enrico il Leone, Pinacoteca di Brera (Milano).

Si può parlare di movimento comunale europeo, ma è solo in Italia che si può parlare di città-Stato. L’Italia post-carolingia, con l’eccezione del Friuli e del Piemonte, non vide la formazione di principati territoriali. Una delle ragioni è da ricercare nel movimento comunale: non accontentandosi della autonomia entro le proprie mura, i comuni presero sotto controllo anche il circostante contado.

Le origini dei comuni possono essere molto diverse tra loro, sia per i tempi e i modi di formazione, sia per i gruppi sociali che ne furono interpreti. Non bisogna infatti cedere all’equazione sbagliata di comune = borghesia; molti comuni ebbero un origine signorile. E non si deve nemmeno cadere nell’errore comune di pensare l'”età comunale” come una qualche forma di evoluzione dell'”età feudale”. In questo senso è esplicativo il caso della lotta dei comuni contro l’imperatore Federico Barbarossa.

La nostra tradizione nazionalistica vede nella lotta un carattere identitario italiano e lombardo del quale i comuni non avevano realmente idea, ci presenta Federico I come un sovrano invasore che viene a sopprimere la libertà. Tuttavia egli era già re d’Italia di diritto, non aveva bisogno di conquistare terre già sue, semplicemente fu un sovrano meno assenteista dei suoi predecessori. Significativa è la fine di questo scontro, con la quale il Barbarossa accettò che i comuni continuassero a riscuotere le tasse di competenza regia, e in cambio essi si sarebbero dichiarati suoi vassalli. I comuni dunque non si posero in antagonismo con il sistema feudale, ma invece si integrarono perfettamente in esso, sostituendosi a chi deteneva precedentemente il comando (spesso un vescovo). Anche le forme di potere con cui assoggettarono il contado non erano diverse da quelle dei signori rurali e raramente i contadini vedevano un miglioramento nelle loro condizioni di vita.

In conclusione, lungi dall’essere un’era oscura, Il Medioevo fu un’età di sperimentazione. Quella sperimentazione politica-sociale che, seppure senza principi solidi e senza credere nello Stato, evocava ideali di res publica o di Sacro romano impero. Si teorizzò un ordine celeste che si riflette sulla terra in una società immobile, ma più nelle intenzioni che nella realtà. In questo periodo si incontrarono culture come quella latino-germanica o quella greco-ellenista irradiata da Bisanzio, ed etnie diverse tra loro si trasformarono e si integrarono.

Il medioevo, infine, nonostante sia considerato dai più un periodo di sottosviluppo, ci ha lasciato opere architettoniche e artistiche di immensa bellezza che basterebbe soltanto guardare per rivalutare questo periodo storico.

Fonti cartacee:

  • Gabriella Piccinni, I mille anni del Medioevo, Pearson, 2018.
  • Giuseppe Sergi, L’idea di Medioevo, Donzelli editore, 1998
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