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Cruccio dei radioamatori, curiosità degli appassionati di storia del Novecento, esistono (o esistevano) certe emittenti radiofoniche le cui trasmissioni non sono affatto rivolte al grande pubblico. Si tratta delle numbers station, dallo scopo volutamente oscuro e dai messaggi apparentemente indecifrabili. Ronzii e codice Morse si alternano a musichette ripetitive e numeri scanditi da voci pre-registrate. Insomma, non proprio Virgin Radio: il target di ascoltatori è infatti quello delle spie sotto copertura.

IL COME E IL PERCHÉ DELLE NUMBERS STATION – Immaginate di trovarvi negli anni Settanta, di accendere la vostra radio e sintonizzarvi su una stazione sconosciuta. Invece dell’ultimo successo dei Led Zeppelin, però, il vostro altoparlante inizia a rigurgitare una serie di bip a intervalli regolari, seguiti da una musichetta da carillon ripetitiva che presto si interrompe con un “Achtung!“, per lasciar poi spazio alla voce di una bambina che enuncia una serie di numeri in tedesco.

Ritrovarsi ad ascoltare per caso quanto trasmesso da una numbers station può risultare decisamente inquietante, a tratti angoscioso; ma nella storia recente c’è stato chi attendeva con ansia quei messaggi cifrati e si vedeva da questi garantire una sicurezza non trascurabile.

Nel corso della guerra fredda, infatti, le numbers station servivano a trasmettere istruzioni codificate ai propri agenti segreti, da una parte all’altra della cortina di ferro. Il modo migliore per farlo sembrava quindi “urlare” queste informazioni alle orecchie di tutti, attraverso le onde corte della radio, ma in modo che solo i diretti interessati potessero capirle.

I metodi utilizzati comprendevano ronzii e disturbi di diversa frequenza che potevano avere vari significati, l’utilizzo del codice Morse o, più di consueto, l’elencazione di numeri che andavano poi tradotti dal ricevente con una chiave di decrittazione in suo possesso. The Conet Project, l’iniziativa che ha raccolto su CD un buon numero di tracce audio provenienti da numbers station, afferma che il sistema crittografico comunemente adoperato fosse il cifrario di Vernam, vero standard nelle comunicazioni crittate della guerra fredda ed estremamente sicuro se usato correttamente.

È il caso dell’esempio di inizio paragrafo, ascoltabile nel video appena soprastante. Si tratta della cosiddetta Swedish Rhapsody, come fu chiamata in gergo: una stazione a onde corte situata in Polonia e operata dalla Stasi, l’intelligence della Germania Est, che negli anni Settanta trasmetteva così informazioni alle proprie spie sparse per il territorio dell’Ovest. L’inquietante musichetta e i segnali di diverso tipo indicavano all’agente che una trasmissione stesse per avere luogo; in seguito a una serie di numeri di riconoscimento, iniziava il messaggio cifrato vero e proprio.

DALLA PRIMA GUERRA MONDIALE AL CASO “ATENCIÓN” – Il ricorso alle numbers station non è, però, storicamente limitato alla guerra fredda: gli esempi più antichi risalgono addirittura alla Prima guerra mondiale, e si ritiene che la prima comunicazione di questo tipo, in codice Morse, ebbe per destinatario l’arciduca Antonio d’Asburgo-Lorena.

Dati gli ovvi mutamenti nella tecnologia dalla guerra fredda a oggi, risulta evidente come le numbers station non costituiscano più il metodo preferito per la comunicazione segreta tra spie, soppiantate dalla miriade di sistemi cifrati che utilizzano come vettore Internet, o i canali satellitari. Ma ciò non significa che non ne esistano più.

Un caso noto e successivo alla caduta dell’Urss riguarda una numbers station utilizzata da spie cubane negli Usa, conosciuta come Atención (dall’avviso che precedeva i messaggi in spagnolo) e scoperta dall’Fbi nel corso degli anni Novanta. Si tratta della prima numbers station pubblicamente utilizzata in un processo, per accusare la rete di spie smantellata. I cubani furono disattenti e – si ritiene – la loro copertura saltò a causa di un utilizzo errato del cifrario di Vernam: il metodo di crittazione si basa infatti sull’uso di un one-time pad (OTP), un “taccuino monouso” che evidentemente fu riciclato, vanificando così la sicurezza matematica del sistema.

Sebbene quella delle numbers station sia una moda in declino, è ancora possibile trovarne di attive, più o meno misteriose e più o meno utilizzate. Il progetto indipendente ENIGMA 2000 si occupa di trovare e classificare secondo una propria nomenclatura ogni stazione numerica presente e passata, provando ad attribuirvi una natura e una ragione d’utilizzo.

UVB-76, L’INQUIETANTE MISTERO DEL “BUZZER” – Una particolare numbers station russa, attiva ancora oggi dal 1987, desta da tempo l’interesse di radioamatori e curiosi di Internet. L’elemento di mistero che avvolge la natura delle sue trasmissioni la rende unica nel suo genere, poiché non se ne capiscono né l’utilità, né il motivo per cui sia ancora mantenuta in funzione.

UVB-76, nota nell’ambiente come The Buzzer, deve il suo soprannome al contenuto delle sue comunicazioni: l’emittente non fa che trasmettere una serie di bip, circa 25 al minuto, per tutto il giorno. Ogni ora, il tono dei segnali varia leggermente in frequenza come avviene per il segnale orario. Molto raramente è possibile ascoltare messaggi in lingua russa, letti da una voce femminile, come il seguente (5 giugno 2010):

UVB-76, UVB-76. 93 882 NAIMINA 74 14 35 74. 9 3 8 8 2 Nikolai, Anna, Ivan, Mikhail, Ivan, Nikolai, Anna. 7 4 1 4 3 5 7 4

Precedentemente situata a Povarovo, a 30 Km da Mosca, la stazione è stata spostata nel 2010 nei pressi di San Pietroburgo. Nel 2012, due esploratori urbani annunciarono su Reddit di aver visitato e fotografato la precedente stazione e la base militare circostante, trovandovi un trasformatore elettrico moderno e ancora in funzione, oltre ad alcuni documenti militari che confermavano la frequenza utilizzata dalle trasmissioni della stazione (4625 kHz).

Sulla natura di UVB-76 si è discusso molto, tra gli appassionati. Oltre alle ipotesi che includono comunicazioni militari cifrate, di grado più o meno alto e riservato, una in particolare è molto interessante. Si è infatti teorizzato che The Buzzer – come anche due simili numbers station russe, amichevolmente note come The Pip e The Squeaky Wheel possa essere parte di Perimetr (Периметр), l’imponente sistema di difesa e contrattacco nucleare messo in funzione ai tempi dell’Unione Sovietica.

duga perimetr numbers station

I radar DUGA in Ucraina, nei pressi di Chernobyl. (Ingmar Runge)

Il sistema Perimetr fu progettato secondo la vecchia filosofia da guerra fredda, figlia della paura atomica e nota come “mutually assured destruction“: non appena Perimetr rileva che un attacco nucleare sta avendo luogo sul suolo russo, scatena automaticamente una ritorsione su larga scala verso obiettivi prefissati negli Stati Uniti. In sostanza, anche se la “testa” dello Stato dovesse perire in un attacco e la catena di comando venisse spezzata, ci sarebbe la terribile certezza di una simile sorte per i nemici.

Inizialmente si credette che Perimetr – attivo nei momenti di maggiore crisi internazionale – fosse stato definitivamente smantellato alla fine della guerra fredda, ma l’operatività del sistema è stata confermata di recente.

Perimetr si basa sul riconoscimento di certi fattori – sismici, luminosi, elettromagnetici e radioattivi – per valutare se l’olocausto nucleare sia effettivamente in corso. A tale scopo è necessaria la presenza di “sensori” sparsi per il territorio, che rilevano l’attacco, e particolari emittenti che comunicano l’avvenimento ai silo missilistici per la ritorsione. Al di là del relativo ruolo che hanno i radar DUGA situati in Ucraina, poco altro è noto di un sistema così importante, il cui stretto funzionamento è ovviamente mantenuto nel segreto.

È stato quindi teorizzato che The Buzzer e stazioni affini possano trasmettere un segnale di standby per Perimetr, assicurando al sistema che tutto sia a posto finché le comunicazioni continuano. La vicinanza di UVB-76 a due possibili “obiettivi” di un attacco nucleare su larga scala, prima Mosca e poi San Pietroburgo, non sono una prova ma costituiscono sicuramente un punto a favore di questa interessante teoria. Nel dubbio, è lecito curarsi non tanto del significato del Buzzer, quanto preoccuparsi se le trasmissioni dovessero interrompersi improvvisamente.

Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza e in Informazione, Comunicazione ed Editoria all’Università di Tor Vergata. Sono fondatore e direttore editoriale di Bunte Kuh, oltre che autore e responsabile tecnico per theWise Magazine.

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