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Il “contabile di Auschwitz” è morto a 96 anni. La vita di Oskar Gröning, però, non è la solita storia del nazista che, dopo una vita in fuga, viene finalmente processato e condannato in età ormai avanzata. Non c’è il Sudamerica, non ci sono servizi segreti deviati, non c’è neppure Hannah Arendt. In realtà, del passato nazista di Oskar Gröning si erano perse le tracce, finché un giorno fu proprio lui a parlarne.

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Oskar Gröning da giovane. (Museum Auschwitz-Birkenau)

UNA VITA APPARENTEMENTE TRANQUILLA – Dopo aver trascorso gli anni della guerra ad Auschwitz, nel 1944 Gröning fu inviato sulle Ardenne dove venne fatto prigioniero dagli inglesi. Rimase in Gran Bretagna fino al 1948, quando poté rientrare in Germania. Trovò lavoro in una fabbrica e fece carriera fino a diventare capo del personale. Conduceva una vita tranquilla e borghese, con moglie e figli, ai quali però aveva intimato di non chiedere mai nulla sul suo passato. Intuendo che, forse, in guerra avesse visto qualcosa di orribile, la famiglia aveva sempre rispettato le sue richieste. Nel tempo libero collezionava francobolli e si iscrisse a un circolo filatelico che organizzava incontri fra appassionati.

Agli inizi degli anni Novanta, in una riunione del circolo iniziò una discussione sul nazismo e l’argomento toccò anche le camere a gas. Un uomo sostenne che l’Olocausto fosse tutta un’invenzione e che fosse fisicamente impossibile bruciare milioni di persone in poco tempo. Gröning, per la prima volta dopo quarant’anni, ruppe il silenzio che si era autoimposto e rivelò che al contrario era tutto vero, che lui con i suoi occhi aveva visto esattamente come aveva funzionato Auschwitz. In seguito, appreso dell’esistenza di un libro in cui lo sterminio veniva negato, Gröning scrisse una lettera a un autore negazionista ribadendo che poteva confermare con i suoi occhi di testimone diretto lo sterminio degli ebrei. Fu proprio il diffondersi di teorie negazioniste che spinsero Gröning a esporsi sempre di più pubblicamente. Si rese disponibile a portare, ove possibile, la sua testimonianza di “nazista pentito”, che aveva assistito con i suoi occhi, e dall’interno, alla mostruosa macchina di morte messa in piedi contro ebrei, gay, disabili, rom, prigionieri politici. Ne parlò con i giornali e in televisione.

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Oskar Gröning. (Axel Heimken/AP)

PERCHÉ NON SUCCEDA PIÙ – Ad Auschwitz, Gröning era stato incaricato di occuparsi dell’amministrazione del campo e di registrare il denaro che veniva sottratto ai prigionieri. Gröning ha raccontato che tutti sapevano della soluzione finale, che i nazisti di Auschwitz firmavano una dichiarazione giurata sul mantenimento del segreto e che ricevevano, per questo, porzioni migliori di cibo e stipendi più alti. Gröning viveva e lavorava in un’area del campo distaccata rispetto alle baracche dei prigionieri e agli orrori che lì si consumavano quotidianamente.

Un giorno gli capitò di assistere all’arrivo di un convoglio. Le SS separavano i sani, che venivano avviati al lavoro da tutti coloro che sarebbero dovuti morire nelle camere a gas. Un neonato fu strappato alla mamma e iniziò a piangere disperatamente. Un soldato, non sopportando più le grida del bimbo, lo uccise a mani nude, sbattendo la sua testolina contro un muro. Gröning assistette alla scena e iniziò ad avere, da quel momento, i primi rimorsi di coscienza. Fece domanda per essere inviato al fronte ma il comandante rifiutò le sue richieste.

Gröning obbedì, continuando a svolgere il suo compito. Disse che a volte dal suo ufficio sentiva le urla strazianti di chi moriva nelle camere a gas; col tempo iniziò ad adottare stratagemmi per non udire le grida dei deportati, e ogni volta cercava di essere trasferito altrove, ma la sua richiesta venne accolta solo nel 1944.

Oskar Gröning non uccise mai fisicamente nessuno, ma riconobbe di avere una precisa corresponsabilità morale per quanto accaduto e di provarne infinita vergogna. Diversamente da Eichmann o da Priebke, ha affermato anche che “obbedire agli ordini” non sia una giustificazione sufficiente per quanto fatto. Gröning ha invece sostenuto che la ragione per cui lui e altri tedeschi accettarono senza battere ciglio lo sterminio di milioni di persone vada ricercata nell’educazione ricevuta, nel clima antisemita e nazionalista in cui tanti bambini e adolescenti vennero fatti crescere anche prima dell’avvento del nazismo.

La sconfitta subita nella Prima Guerra Mondiale e l’umiliazione subita dalla Germania dopo gli accordi di pace contribuirono ad avvelenare un popolo che trovò rapidamente negli ebrei il capro espiatorio per la difficile situazione socio-economica della nazione. La decisione di Gröning di testimoniare pubblicamente il suo passato nazista nasce proprio con la volontà di impedire che la Germania e l’Europa tornino a commettere gli errori di un tempo.

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L’abbraccio tra Gröning e Eva Mozes Kor. (The Times of London)

IL PERDONO DELLA SOPRAVVISSUTA – Nel 2015, in un tribunale tedesco, iniziò il processo contro di lui. Gröning confermò la sua partecipazione ad Auschwitz e chiese perdono a Dio e al popolo ebraico. Una sopravvissuta, Eva Mozes Kor (con un gesto che poi suscitò forti critiche) accettò di perdonarlo. La foto del loro abbraccio fece il giro del mondo.

“Ho detto a Gröning” – spiegò – “che il mio perdono non mi impedisce di accusarlo né di considerarlo responsabile per le sue azioni. Conosco molte persone che mi criticheranno per questa foto, ma non mi importa. Si è trattato di due esseri umani che si incontrano settant’anni dopo. Per come sono fatta, non capirò mai perché alcune persone preferiscono la rabbia a un gesto di buona volontà. Dalla rabbia non proviene mai nulla di buono. Molte delle persone che siedono qui in tribunale oggi sono venute solo per accusare Gröning di colpe che ha già ammesso. A che scopo? Non credo che dovremo erigere una statua in suo onore, ma credo che Gröning possa essere un buon esempio per i giovani, dicendo che ciò a cui ha preso parte è stato orribile e sbagliato, e che ora se ne è pentito. Sarebbe un messaggio davvero utile per la società. So che il mio modo di vedere è particolare. Faccio parte della minoranza, forse la minoranza della minoranza. Ma non credo che la nostra società stia funzionando, e di conseguenza forse dovremmo provare a fare qualcos’altro. E la mia idea è che le vittime e i responsabili delle violenze si vengano incontro, affrontino la realtà, provino a stare meglio e a lavorare affinché ciò che è successo non ricapiti mai più.”

Sono nato nel 1990, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma. Ho scritto per giornali locali e nazionali fra cui Donna Moderna, Linkiesta, Next Quotidiano e altri.

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