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Maximilien de Robespierre (1758–1794) è stato uno dei più famosi personaggi della Rivoluzione francese. Il suo nome è conosciuto da tutti, anche dai profani della storia, ed evoca nella mente comune l’inquietante immagine del Terrore, di cui egli fu artefice massimo e guida. Infatti, se la Rivoluzione francese pose fine all’ancien régime e all’assolutismo in Francia, il periodo che va dal luglio 1792 al giugno 1795 pose fine allo sforzo rivoluzionario e ne rinnegò tutti i principi.

assemblea robespierre

L’Assemblea nazionale rivoluzionaria nel 1790. (Archivi nazionali di Francia)

CHI FU ROBESPIERRE: LA PERSONA E GLI IDEALI – Nonostante la distanza di anni che ci separa da allora, il dibattito sulla fedeltà di Robespierre agli ideali rivoluzionari è ben lungi da essere concluso. Antirivoluzionari, monarchici e moderati, contemporanei ai fatti e non, hanno da sempre additato il Terrore come conseguenza della Rivoluzione francese e di quelle che ne seguirono. D’altro canto, la visione marxista vede quegli accadimenti in maniera assolutamente positiva: un risultato della lotta di classe. Entrambe appaiono però del tutto infondate.

Un attento studio delle ideologie radicali che la secte philosophique utilizzò per fomentare la Rivoluzione suggerisce tutt’altro. Lo dimostrarono anche i fatti: la gran parte di questi filosofi finì infatti sotto la lama della ghigliottina e furono i più perseguitati durante quel periodo, mettendo in luce come l’ideologia di Robespierre e dei suoi seguaci fu del tutto differente e contraria.

L’“incorruttibile”, come lo definì Marat, pronunciò numerosissimi discorsi nel corso della sua attività politica; ma nulla scrisse sulla sua privata persona, aumentando quindi il mistero che aleggia intorno alla sua figura. Suo seguace della prima ora, Marat condivideva con Robespierre diversi tratti: la feroce e sistematica critica, in senso populista, del principio filosofico di democrazia diretta, l’ammirazione per Rousseau, l’anti-intellettualismo, e la convinzione che i rappresentanti del popolo dovessero rimettersi ai sentimenti dell’uomo comune e alla sua virtù. Da l’Ami du peuple di Marat, Robespierre si ispirò anche nell’intolleranza verso i dissidenti e nella tendenza dittatoriale.

Della sua persona sappiamo soltanto ciò che i suoi coevi e le sue azioni possono dirci. Orfano di madre dall’età di sei anni, fu istruito a Parigi, dove aveva mostrato già a scuola il dono di una retorica sottile. Ciò lo porto agli studi di legge, che lo aiutarono a sviluppare quell’eloquenza fredda e professionale che fu il suo principale strumento politico.

Robesperre fu un uomo serio e razionale, armato delle doti classiche di tutti i grandi avvocati: tenacia, integrità, perfetta fede nella propria causa e nel potere della parola. Se, infatti, i grandi moti popolari sono le immagini più immediate che ci vengono in mente di quel periodo, è nei discorsi dei grandi personaggi che la Rivoluzione ebbe davvero luogo e svolgimento.

DA UN LATO ALL’ALTRO DELLA RIVOLUZIONE – Quando, nel 1789, Robespierre fu eletto deputato agli Stati generali, egli era già uno degli avvocati più in vista di Arras. All’epoca non era affatto un repubblicano, bensì un monarchico costituzionale; tuttavia, le sue mosse calcolate seppero sempre analizzare alla perfezione il momento in cui si trovava, aiutandolo a muoversi con astuzia e intelligenza in ogni fase critica della Francia rivoluzionaria. Spesso rinnegando di colpo princìpi e alleati.

Leader populista del Club dei giacobini e della fazione della Montagna all’Assemblea Nazionale, al momento della stesura della prima Costituzione (1791) rimase cauto sulle sue posizioni senza dare molto nell’occhio, in quanto netta minoranza. Si occupò soltanto di limitare l’attività dei repubblicani radicali, mentre l’influenza giacobina diventava costantemente maggioritaria nella Comune di Parigi.

L’orrore per la Rivoluzione di Luigi XVI, nel frattempo, era diventato palese: i suoi sostenitori e i moderati tentavano costantemente di limitare diritti e modi di riunione del popolo, portando la popolazione a continue proteste, ad accusarlo di aver tradito la patria e, infine, a un processo. Robespierre fu costretto a seguire la causa anti-monarchica, per non lasciarsi sfuggire il controllo dei giacobini sempre più in fermento. Egli cercò comunque di non schierarsi eccessivamente dalla parte dei repubblicani, permeato da un dualismo quasi manicheo: per tutto il 1791, Robespierre continuò a descrivere la repubblica come un sistema poco adatto alla Francia, il cui popolo non era pronto né interessato a capirla.

marat robespierre

L. E. Mélingue, “Marat”, 1789.

LA VOLONTÀ DEL POPOLO (O DI CHI LO GUIDA) – Nell’ottobre dello stesso anno il Club dei giacobini aprì le proprie assemblee al pubblico, guadagnando sempre più membri tra le sue fila. La maggioranza dei suoi sostenitori apparteneva agli strati più bassi e ignoranti della popolazione, convinti dal linguaggio intransigente e dalle proposte di provvedimenti economici in favore dei poveri e a detrimento dei più ricchi. Queste fazioni populiste non furono mai realmente repubblicane o democratiche, ma sempre autoritarie e, nel caso di Marat, espressamente favorevoli a dittatura e censura. Per tutto il 1791-92 questi insistette sulla “incorruttibilità” di Robespierre, oltre a ripetere senza posa che la Nazione fosse costantemente sotto minaccia.

Entrambi stavano sempre più affinando la tecnica di far passare le loro opinioni come volontà del popolo, organizzando petizioni e allocuzioni pubbliche. Nel frattempo Robespierre non mancava di accusare personalmente i suoi avversari politici che più esponevano le proprie idee e più prestavano il fianco alle sue critiche infamanti. L’assoluta esaltazione dell’umiltà e delle opinioni dell’uomo comune, lo sciovinismo e l’anti-intellettualismo divennero strategie per schiacciare il dissenso e costruire la dittatura. All’inizio del 1792, però, egli ancora non aveva la forza e il sostegno necessario per prendere il dominio della nazione.

Un aiuto enorme alle sue mire politiche venne dal fallimento della Francia contro l’Austria. Guerra voluta da tutte le altre fazioni politiche, egli fu l’unico a esserne contro e, quando le cose si misero male, poté cavalcare l’onda del risentimento popolare e usarlo per espellere la fazione democratica all’interno dei giacobini. Alle accuse sempre più insistenti che lo definivano tiranno e agitatore di folle, rispondeva parafrasando – come di consueto – Rousseau, affermando che solo il popolo fosse giusto e magnanimo, e che tiranno fosse solo chi lo disprezzava, cercando di innalzarsi al di sopra di esso. Fra questi figuravano gli scrittori e gli intellettuali, che considerava traditori del popolo.

marat tuileries robespierre

Jean Duplessis-Bertaux, “La presa del palazzo delle Tuileries il 10 agosto 1792” (1793).

LA RIVOLTA DEL 1792 – Intanto la crisi istituzionale proseguiva: le proteste per la definitiva detronizzazione del re, provenienti dalla sinistra, erano più insistenti che mai e la guerra andava sempre peggio per la Francia. Come se non bastasse, i parigini insorsero il 9 agosto 1792 e gli scontri per le strade durarono giorni: fu una protesta caratterizzata dai principi radicali e non dal populismo. Gli insorti presero il controllo della Comune e, successivamente, del Palazzo reale. L‘Assemblea nazionale fu rovesciata e furono indette nuove elezioni; il Re e la famiglia reale finivano agli arresti fino a nuova disposizione. Fu istituito il suffragio universale maschile e abolito qualsivoglia privilegio nobiliare. Per la prima volta in Europa, tutti i cittadini maschi con più di 21 anni avrebbero avuto diritto di voto.

Robespierre e Marat erano rimasti in disparte rispetto agli eventi, apparentemente tagliati fuori dalla scena politica che si andava prefigurando. Ma l’elezione a Ministro della Giustizia del loro amico Danton diede loro modo di rimanere a contatto con il potere esecutivo.

La rivoluzione appena compiuta, contrariamente alle previsioni di chi la fece, si mostrò molto più dura da consolidare del previsto e il voto popolare non ripagò le attese. Robespierre e il suo braccio destro, Louis Antoine de Saint-Just, presero assieme ai montagnardi il completo controllo della Comune di Parigi. Data la nuova situazione, chiedevano ora senza ulteriori indugi che Luigi XVI fosse condannato a morte, e che lo Stato fosse definitivamente riorganizzato.

Lo scontro tra i democratici repubblicani e i populisti autoritari si propagò da Parigi all’intera Francia. Il 30 agosto 1792 Robespierre accusò pubblicamente per la prima volta i leader avversari, definendoli nemici del popolo e accusandoli di star consegnando il Paese agli eserciti nemici.

Pensando che i tempi fossero maturi tentò un primo colpo di Stato, facilmente sventato ma non senza effetti. I mesi spesi a esortare il popolo ad eliminare una volta per tutte i controrivoluzionari, gli aristocratici, i preti ribelli e i traditori avevano sortito il loro effetto: nella notte tra il 2 e il 3 settembre, numerosi prigionieri politici furono intenzionalmente fatti oggetto dell’isteria popolare e più della metà dei carcerati maschi di Parigi fu massacrata. Robespierre non fece nulla per fermare questo eccidio.

Accusato dagli avversari, a ragione, di essere tra i principali responsabili di quegli accadimenti, respinse le accuse senza problemi e fu poi eletto, in modo molto poco limpido, primo deputato della città di Parigi. Adesso la presenza montagnarda all’Assemblea era consistente, sebbene ancora priva della maggioranza dei seggi.

robespierre luigi xvi

L’esecuzione di Luigi XVI. (Bibliothèque Nationale de France)

CONTRO IL RE E CONTRO LA COSTITUZIONE – I democratici repubblicani tennero il potere per quasi un anno. In questo periodo le manipolazioni di Robespierre si fecero sempre più organizzate e canalizzate a creare a un nuovo tipo di “teologia”, tanto che all’opposizione i suoi sostenitori sembravano i seguaci di un pastore. Egli ricorse a pagare folle di quasi un migliaio di sanculotti, per creare disordine ed esaltare ogni parola dei suoi discorsi quotidiani, ricoprendo allo stesso tempo di fischi chiunque osasse andargli contro.

Le critiche populiste si estendevano ora anche al teatro e alla stampa, giudicati luoghi di ritrovo dei “nemici del popolo” e macchina del fango contro Robespierre e Marat. Nell’Assemblea, i montagnardi fecero di tutto per bloccare le leggi a loro sgradite, ossia tutte quelle non promosse da loro, bloccando a ogni occasione i lavori per la nuova costituzione. Al tentativo di redigere la prima costituzione democratica dell’Europa moderna, i leader populisti opponevano un vago concetto di democrazia diretta in senso rousseauniano, che si traduceva nella conformità al “volere del popolo”, concepito come un’entità monolitica stabilita dai loro leader.

La loro prima reale vittoria fu quella di ottenere, il 21 gennaio 1793, l’esecuzione di Luigi XVI senza ricorrere ad alcuna consultazione popolare. L’esecuzione del sovrano fece solamente da sfondo a una situazione economica divenuta ormai insostenibile e una guerra che volgeva di nuovo a sfavore delle truppe rivoluzionarie. A queste andava aggiunta una paralisi politica, organizzata e voluta dai populisti, che portò a pesanti manifestazioni, sapientemente orchestrate in favore di questi ultimi.

In questo clima presero comunque inizio i lavori per la nuova costituzione repubblicana, sulla cui necessità erano tutti d’accordo. La costituzione del febbraio 1793 fu il punto più alto di tutta la corrente filosofica radicale. Elementi di democrazia diretta si fondevano con quelli di democrazia indiretta ed era progettata per difendere diritti e libertà fondamentali degli uomini, oltre che volta al benessere della società.

I robespierristi, con il loro comandante in testa, erano però contrari a questo testo. Essi miravano ad accrescere al massimo grado l’ipotetica autorità del popolo sui suoi rappresentanti, perché la volontà generale non potesse essere indiretta e i deputati potessero essere rimossi in ogni momento. Quando la bozza costituzionale fu completata e distribuita per essere votata, Robespierre si rifiutò di approvarla. Fece appello al popolo, avvertendolo che la commissione stava mettendo a repentaglio la loro libertà, mentre lui e i suoi seguaci erano i veri e unici democratici dell’Assemblea.

Ad animarlo, come sempre, non era un reale amore verso il popolo né tanto mai verso la democrazia, bensì la sua sete di potere e la voglia di screditare i suoi avversari. Le sue azioni, per quanto vaghe e prive di contenuti – Saint-Just, ad esempio, si oppose alla Costituzione perché troppo intellettuale – ebbero il proprio effetto e portarono a uno stallo dei lavori. Per Robespierre, il popolo sarebbe stato al sicuro dai ministri corrotti solo se si fosse indicata un’autorità più elevata, non soggetta a essere messa in discussione dall’Assemblea o a essere criticata radicalmente verso il basso.

robespierre essere supremo

Pierre-Antoine Demachy, “Fête de l’Etre suprême”, 1794.

VERSO LA PRESA DEL POTERE – Questa situazione sarebbe stata risolta soltanto quando una delle due fazioni avrebbe prevalso sull’altra. Robespierre lo sapeva bene: per questo, tra il marzo 1792 e fino al suo definitivo colpo di Stato, i suoi attacchi restarono spietati e senza esclusione di colpi. Ogni occasione era buona per gettare fango sui suoi nemici repubblicani, soprattutto il loro capo Brissot, e criticare l’andamento sempre più disastroso del conflitto, in particolare dopo la defezione dell’ex Ministro della Guerra Dumouriez.

La stragrande maggioranza dei parigini era contro il dispotismo montagnardo, ma essi potevano contare su una minoranza assai facinorosa e combattiva, che faceva percepire il proprio peso politico più di quanto non fosse realmente. Anche la situazione interna alla Francia peggiorava sempre di più: la Valdea era insorta a favore dei monarchici e aveva ormai guadagnato una certa autonomia. Per evitare che la crisi valdeana si propagasse, per la prima volta durante la rivoluzione i tribunali rivoluzionari cominciarono a condannare a morte i traditori; la stampa realista veniva dichiarata illegale, bloccando un caposaldo della Rivoluzione del 1789 come la libertà di stampa assoluta.

Robespierre e Marat usarono i nuovi decreti per bloccare la stampa democratica a loro avversa. Per porre fine a questo clima di diffamazioni e falsità, il 22 marzo Marat fu posto sotto arresto: il suo processo cominciò due giorni dopo. Il sedicente amico del popolo – in quei giorni datosi alla fuga per non finire in galera – riapparve di persona. Una folla di sanculotti lo accompagnò sostenendolo con cori e ovazioni. Fu assolto e portato in trionfo fuori dal tribunale, nel tripudio generale. Il culto personale sulla figura di Marat, creato da quest’ultimo e Robespierre, raggiunse in quel momento un livello che neanche loro immaginavano come possibile. Il processo all’“eroe del popolo” si rivelò un arma a doppio taglio per i brissottini e segnò invece il punto di svolta per i populisti. Avevano consolidato la loro forza a Parigi e sembrava che potessero estenderla a ogni parte del Paese.

A giocare in favore di Robespierre si mise anche la crisi economica, sempre più acuta: esasperato dagli aumenti del prezzo del pane il popolo parigino si faceva sempre più insistente e rivoltoso. Il 26 maggio Robespierre tenne uno dei suoi discorsi più determinati della propria carriera, esortando direttamente i cittadini di Parigi a ribellarsi contro i “corrotti deputati” nella Convenzione, e fermare la neonata commissione istituita per frenare una probabile rivolta nella capitale. Per la prima volta incitava direttamente la gente ad armarsi e a scendere per strada.

I primi due tentativi fallirono, ma un momento migliore non ci sarebbe stato: la sollevazione finale fu organizzata per il 2 giugno, dando fondo a tutte le risorse possibili. Immense folle si riversarono per le strade di Parigi: erano persone appartenenti agli strati più disagiati della capitale, analfabete e affamate, facilmente impressionabili.

Dopo un assedio durato ore, la Convenzione fu costretta a cedere: i deputati furono messi agli arresti tramite una mozione-farsa, presentata dal fratello stesso di Robespierre. La presa del potere da parte di Robespierre, sebbene non ancora definitiva e da consolidare, fu priva di un autentico sostegno popolare e completamente slegata con i valori cardine della Rivoluzione, ma anche di un veritiero impegno nei confronti dei lavoratori e dei più poveri. I sanculotti, paladini delle masse proletarie, furono bruscamente messi da parte da Robespierre; egli sapeva infatti che essi godevano di un sostegno popolare che lui non avrebbe mai potuto ottenere.

Gli enragés capirono troppo tardi il reale carattere dell’incombente dittatura e la vastità della megalomania, paranoia e vendicatività di Robespierre. Di lì a poco, tutta la Francia si sarebbe resa conto di aver compiuto lo stesso identico errore.

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